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Il “fatto indoeuropeo”: ecco perché un popolo è possibile

by La Redazione
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Roma, 27 nov – La maggior parte degli studiosi – storici, linguisti, archeologi – concorda ormai su un dato inoppugnabile: è esistito un popolo originario, un Urvolk, dal quale si sono diramati tutti quei popoli che, in un flusso conquistatore plurimillenario, si sono stanziati dall’Europa fino all’India. Da questa espansione geografica deriva il nome con cui oggi li indichiamo: Indoeuropei. Oggi sappiamo che la loro presenza arrivò persino ai confini dell’attuale Cina. Ma una volta accertato questo “fatto indoeuropeo”, una domanda cruciale si impone: cosa farne di questa verità storica?

Il fatto indoeuropeo e la patria originaria

L’interesse per una patria originaria, l’Urheimat, nasce da un desiderio profondo, soprattutto per un europeo: quello di conoscere la propria storia fin dal suo inizio. Tuttavia, comprendere il proprio passato non è un mero esercizio accademico. Significa, in un certo senso, reincarnarlo, apprenderne l’eredità e farla rivivere, nella consapevolezza che ciò che siamo non può essere negato o dimenticato, ma è destinato a riemergere, magari in forme diverse e inaspettate. In questa prospettiva, la storia non è un racconto lineare di progresso, ma una lotta perenne tra popoli, tra etnie, tra ethos differenti. Oggi, gli europei tendono a identificarsi in una koinè culturale che fa risalire le proprie origini alla civiltà greco-romana, o meglio, alla sua dissoluzione e alla sua successiva reinterpretazione operata dal regno dei Franchi e nello specifico dalla dinastia carolingia. Ne risulta un’Europa a trazione prevalentemente franco-tedesca, piuttosto che un’unione di popoli consapevoli di una storia e, soprattutto, di una appartenenzacomune.

Temerari è fortemente organizzati

Ma chi Erano gli Indoeuropei? Il linguista Émile Benveniste ha offerto una definizione potente di questo popolo originario, descrivendoli come: «piccoli gruppi di temerari, fortemente organizzati, che edificano il loro ordine sulle rovine di strutture preesistenti […]. Conserveranno tutti […] i tratti distintivi della loro comunità di origine: stile aristocratico, una società di sacerdoti, guerrieri e di agricoltori; sacrifici regali (il più significativo: quello del cavallo, l’asvamedha vedico); istinto conquistatore e amore per gli spazi aperti.» Per svelare il mondo di questi antenati, lo strumento principe è la linguistica comparata. Confrontando lingue strutturalmente e lessicalmente affini – come il latino, il greco, il sanscrito e le lingue germaniche, slave e celtiche – è possibile ricostruire a ritroso la lingua madre, il proto-indoeuropeo. Attraverso la lingua e il supporto dell’archeologia, si cerca di ricostruire la Weltanschauung, la visione del mondo di questo popolo. È così che è emerso con chiarezza tra gli altri il principio della tripartizione funzionale della loro società, articolata in tre caste fondamentali: la funzione religioso-giuridica, quella guerriera e quella produttiva, uno schema che ritroviamo in quasi tutte le società derivate.

Un campo di battaglia ontologico

Ora, di fronte a questa ricostruzione, non ci troviamo di fronte a una mera curiosità storica, ma a un campo di battaglia ontologico. Ciò che emerge dalle nebbie del passato non è un semplice reperto, ma un’arma spirituale. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un fondamento storico, ma un fondamento mitico, nel senso locchiano del termine, su cui rifondare la Nazione Europa. Un mito capace di scatenare un pólemos, una guerra metafisica contro i principi morenti dell’epoca moderna. In questo senso, la scoperta degli Indoeuropei non fu un progresso lineare del sapere, ma un exaiphnes – un attimo di rottura improvvisa nella coscienza storica europea. È stato l’istante in cui, dalle rovine del mito giudaico-cristiano, si è affacciato un principio antagonista: un mondo pagano, non più basato sul peccato e la redenzione, ma sulla sacralità della vita e del conflitto; gerarchico, che celebra la differenza qualitativa tra gli uomini e le funzioni, contro la tirannia egualitaria che livella tutto a un comune denominatore di mediocrità; circoscritto dal sangue e dalla gens, in radicale, insanabile contrapposizione all’individualismo atomizzante e al universalismo astratto.

Il fatto indoeuropeo non è archeologia

Questo principio non propone un’evoluzione, ma una rivoluzione. È un ritorno non nostalgico, ma eroico, che spezza la linea del tempo progressivo e nichilista per affermare un tempo sferico. In questa visione, il passato indoeuropeo non è una tappa superata, ma un centro di gravità eterno, un serbatoio di senso sempre accessibile, la cui circonferenza è da nessuna parte perché il suo principio può manifestarsi in qualsiasi attimo della storia a chi ha la volontà di imporlo. L’eredità indoeuropea non è un rifugio per archeologi dello spirito. È un appello alla lotta. È la base per una contro-narrazione totale che sfidi la koinè morente di un’Europa cristiano-egualitaria-universalista. Accettare questa eredità significa abbracciare una visione del mondo eroica e tragica: un’Europa che, conscia della sua identità genetica e spirituale, non può e non deve permettersi di cedere un solo palmo di terreno, pena non una sconfitta politica, ma l’estinzione tout court. Significa sostituire alla compassione universale l‘orgoglio della tribù; alla ricerca della pace perpetua, la tensione agonistica della vita; alla fede in un progresso lineare verso il nulla, la fedeltà a un tempo sferico dove ogni attimo è carico di eternità e può diventare il centro di una nuova configurazione del mondo.

Reincarnare ed edificare un ordine

La scoperta degli Indoeuropei ci consegna non una verità, ma una scelta. Possiamo continuare a vagare nel deserto del tempo piatto, come ultimi uomini, amministratori di un presente senza gloria e senza destino. Oppure possiamo fare dell’attimo presente il nostro exaiphnes, lo spartiacque in cui un intero ordine dell’essere vacilla e un altro, antico e insieme futuribile, irrompe con la forza del mito risvegliato. La sfida è questa: reincarnare quel popolo di “temerari, fortemente organizzati” e edificare il nostro ordine sulle rovine di strutture preesistenti. Non per fuggire nel passato, ma per scatenare, nel cuore del presente più piatto, la ribellione del Tempo Sferico. Il principio è qui, ora. Attende solo una nuova aristocrazia dello spirito che abbia il coraggio di imporlo.

Marco Romano

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