Roma, 26 gen – La risoluzione approvata in Commissione Affari Esteri che apre alla possibile adesione italiana alla Three Seas Initiative pone una questione che va oltre la cronaca parlamentare. Riguarda il posizionamento dell’Italia nella trasformazione della geografia politica ed economica del continente. L’Iniziativa dei Tre Mari, nata come piattaforma di cooperazione tra Stati dell’Unione Europea compresi tra Mar Baltico, Adriatico e Mar Nero, è divenuta negli anni un dispositivo di riequilibrio infrastrutturale e strategico all’interno dell’Europa. Per capirne la portata occorre però guardare in due direzioni: nello spazio e nel tempo.
Il Trimarium: Baltico-Adriatico-Mar Nero
Per comprendere cosa sia in gioco conviene evitare due letture riduttive: quella puramente economica, che la riduce a un dossier infrastrutturale, e quella puramente ideologica, che la descrive come un blocco costruito contro qualcuno. La 3SI nasce formalmente come piattaforma per energia, trasporti e digitale; oggi conta 13 membri UE, dopo l’ingresso della Grecia nel 2023, e dispone di partner e sponsor esterni che ne rafforzano la statura strategica. La sua grammatica, però, è geopolitica: privilegia la connettività Baltico–Adriatico–Mar Nero e, con Atene, estende la proiezione anche verso l’Egeo, correggendo decenni di infrastrutture pensate soprattutto lungo l’asse est-ovest, cioè attorno alle filiere e ai mercati gravitanti sul cuore industriale centro-occidentale. Qui entra l’Italia. Restare fuori significa assistere alla formazione di un corridoio che scorre accanto al sistema logistico nazionale, spostando altrove benefici e leve decisionali, con effetti indiretti sui porti, sulle direttrici commerciali e sulle scelte energetiche. Entrare implica una condizione politica precisa: non come comparsa in un progetto altrui, ma come Paese che mette sul tavolo i propri interessi marittimi e industriali e utilizza l’aggancio adriatico per rientrare nei flussi europei che contano. È il punto richiamato anche da chi ha presentato la risoluzione come uno strumento per connettere la 3SI a corridoi più ampi e rafforzare il ruolo dell’Italia come snodo.
Intermarium, l’idea originale
L’idea di uno spazio politico tra i mari precede di molto l’attuale iniziativa. Nel pensiero strategico polacco tra le due guerre si affermò il concetto di Intermarium, la “terra tra i mari”, come progetto di coordinamento tra gli Stati situati tra Baltico e Mar Nero. L’obiettivo era costruire una fascia di cooperazione capace di produrre stabilità e autonomia in un’area storicamente esposta alle pressioni delle grandi potenze continentali. Józef Piłsudski e, successivamente, il ministro degli Esteri Józef Beck elaborarono questa visione in termini di equilibrio europeo, parlando di una “Terza Europa” che includesse anche Paesi dell’area danubiana e balcanica. In questo quadro il rapporto con l’Italia non è una novità storica. Negli anni Trenta, l’Italia fascista cercò di costruire una propria sfera di influenza nell’area danubiano-adriatica. I Protocolli di Roma del 1934 con Austria e Ungheria rispondevano a una logica precisa: strutturare uno spazio centroeuropeo di cooperazione in cui Roma potesse contare, bilanciando pressioni esterne ed evitando che l’area diventasse esclusivamente terreno di gioco altrui. Anche nei progetti beckiani di “Terza Europa”, l’Italia era considerata un attore utile a dare profondità mediterranea a un blocco centro-orientale. La costante è evidente: ogni volta che l’Europa tra Baltico e Adriatico prova a organizzarsi, l’Italia riemerge come possibile perno, per ragioni geografiche prima ancora che politiche. L’Adriatico è la soglia verso l’Europa centrale, e l’Europa centrale è una delle vie attraverso cui passa il peso continentale italiano.
La guerra fredda non uccise il progetto
Nel secondo dopoguerra l’idea di Intermarium non scomparve, ma si trasformò nel clima della Guerra fredda, diventando parte di reti transnazionali di circoli politici, pubblicazioni e organizzazioni anticomuniste. Dalla metà degli anni Quaranta, in Europa e negli Stati Uniti, gruppi di esuli centro-orientali e ambienti conservatori ripresero l’eredità di Piłsudski inserendola nella mobilitazione contro l’Unione Sovietica. Emblematico il caso dell’Anti-Bolshevik Bloc of Nations (ABN), fondato a Monaco nel 1946 come ombrello per organizzazioni dell’Europa orientale in esilio (ucraini dell’OUN, croati, romeni ecc.). Anche l’Italia rientrò in questo circuito. A Roma operarono reti e ambienti che si richiamavano alla tradizione intermariumista e federalista centroeuropea; documenti e memorie attestano la diffusione di pubblicazioni come un Intermarium Bulletin, segno di un’attività informativa e politica che collegava esuli, intellettuali italiani e circuiti anticomunisti internazionali. Fonti declassificate mostrano intersezioni con reti di intelligence occidentali nel quadro delle operazioni di contenimento sovietico. Si consolidò così un tessuto associativo sovranazionale che, pur privo di strutture istituzionali stabili, mantenne viva l’idea di uno spazio centro-orientale dotato di coerenza strategica.
Heartland e “Questione d’Oriente”
In questa traiettoria si inserisce anche una categoria classica della geopolitica novecentesca, formulata da Halford Mackinder. Nel 1904 e poi nel volume Democratic Ideals and Reality (1919), Mackinder individuava nell’Europa orientale la porta di accesso all’Heartland eurasiatico, il “cuore della terra”. La sua formula — «chi controlla l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi controlla l’Heartland domina l’Isola-Mondo; chi domina l’Isola-Mondo controlla il mondo» — esprime una visione in cui lo spazio tra Germania e Russia è perno degli equilibri globali. Un precedente italiano, anteriore a Mackinder ma spesso trascurato, si trova nella lettura mazziniana della “Questione d’Oriente”. Dagli anni Trenta dell’Ottocento Mazzini interpreta l’Europa come un sistema di pressioni imperiali sul margine danubiano-balcanico e immagina una risposta fondata sul principio di nazionalità e su alleanze tra popoli oppressi. In questa prospettiva l’Italia è chiamata a cercare sinergie nell’area danubiana con ungheresi, slavi e romeni per spezzare le trazioni dei tre imperi russo, austriaco e turco ed evitare saldature egemoniche. Mazzini distingue tra risveglio nazionale slavo, fattore di equilibrio europeo, e panslavismo a guida russa, visto come minaccia sistemica. Costantinopoli e il Mediterraneo orientale appaiono come cerniera decisiva per l’equilibrio del continente.
Il Trimarium come dinamica ciclica
Le dinamiche che oggi ruotano attorno al Trimarium mostrano come alcune linee di forza tornino ciclicamente nella storia europea, mutando strumenti ma non funzioni. La fascia tra Baltico, Danubio, Balcani e Adriatico riemerge a intervalli come corridoio decisivo, dove si incrociano interessi economici, transizioni di potere e tentativi di organizzazione regionale. La continuità sta nella profondità spazio-temporale di quell’area, percepita come zona di passaggio tra Europa continentale, Mediterraneo e proiezione eurasiatica. Le scelte odierne si collocano in questa lunga durata, dove la geografia pesa quanto le congiunture e i corridoi materiali diventano architetture politiche.
Sergio Filacchioni