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Torino, “caso Joly”: condanna politica contro i militanti di CPI. Un anno per zero giorni di prognosi

by La Redazione
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Joly Torino

Torino, 10 dic – Un anno di reclusione a testa per una lite stradale senza prognosi medica. È questo, in sintesi, il verdetto pronunciato oggi dal giudice Luca Barillà nei confronti di quattro militanti di CasaPound, accusati dell’aggressione al giornalista de La Stampa Andrea Joly avvenuta il 20 luglio 2024. Un esito che il movimento definisce senza mezzi termini una condanna politica, costruita a tavolino attorno a un caso mediatico gonfiato oltre ogni proporzione.

Il caso Joly: il nulla montato ad arte

Secondo gli atti processuali, Joly non ha riportato alcun giorno di prognosi. Una circostanza che basterebbe, da sola, a rendere grottesca una pena così severa per lesioni. Ma il testo della sentenza va oltre, imponendo anche un risarcimento economico in favore di Ordine dei Giornalisti, Associazione Stampa Subalpina e FNSI: tutte realtà che si sono costituite parte civile nonostante lo stesso Pubblico Ministero avesse escluso la sussistenza dei presupposti per farlo. Un’anomalia che rafforza l’impressione di un processo piegato a esigenze simboliche, più che fondato su fatti concreti. Non è mai stato dimostrato, né dai video né dalle testimonianze, che i militanti fossero consapevoli della professione di Joly. Il giornalista non si era qualificato, e l’episodio si è consumato come un diverbio privato, senza alcun riferimento alla sua attività lavorativa. La narrazione dell’“attacco alla libertà di stampa” è nata solo a posteriori, nei titoli indignati dei quotidiani e nei comunicati corporativi degli ordini professionali.

Leggerezze e sproporzioni evidenti

CasaPound denuncia inoltre la leggerezza con cui sono stati attribuiti i riconoscimenti degli imputati: una ricostruzione debole, basata su identificazioni sommarie che non rispettano il principio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”. In questo clima di aspettative politiche, ciò che sarebbe dovuto rimanere un episodio marginale è stato trasformato in un caso nazionale. Basti pensare che Joly, nell’immediatezza dei fatti, non si era né recato in ospedale né aveva sporto denuncia, scegliendo di farlo soltanto dopo una riunione con la redazione del quotidiano. Il confronto con altri episodi recenti rende la sproporzione ancora più evidente. In Italia non sono mancati attacchi violenti contro cronisti, assalti alle sedi di quotidiani, minacce e intimidazioni provenienti da ambienti politici tutt’altro che innocui. Eppure, in quei casi, la reazione della magistratura è stata tutt’altro che tempestiva. Qui, invece, nel giro di pochi giorni sono scattate perquisizioni e tre mesi di arresti domiciliari basati più su sospetti che su prove solide. Due pesi e due misure che alimentano la sensazione di un verdetto orientato più dall’appartenenza politica degli imputati che dalla realtà dei fatti.

In appello per ribaltare il verdetto

È importante sottolineare che né CasaPound Italia né il circolo “Asso di Bastoni” compaiono tra gli imputati. I controlli sulle attività del circolo hanno dato esito negativo, confermando che non si è trattato di un’azione organizzata ma di una discussione tra privati. Nonostante ciò, la narrazione mediatica ha insistito fin da subito nel trascinare il movimento dentro un processo che, formalmente, non lo coinvolge. Le motivazioni della sentenza saranno lette con attenzione, ma è quasi certo che la difesa presenterà ricorso in Appello. L’obiettivo è ribaltare un verdetto percepito come sbilanciato e non fondato su un’oggettiva valutazione dei fatti. Una condanna determinata più dal contesto politico che da un reale danno subito, e che rischia di trasformare un episodio minimo in un precedente pericoloso per la libertà di dissenso e per l’equilibrio della giustizia italiana.

Vincenzo Monti

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