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La riforma Nordio è una novità vecchia trent’anni (ed è il modo migliore di ricordare Craxi)

by Tony Fabrizio
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Nordio Craxi

Roma, 20 gennaio – Atto dovuto, epitaffi di rito, vuota retorica. Così è stato ricordato Bettino Craxi da tivvù e giornali nel ventiseiesimo anno della sua morte. Un ricordo che non fa giustizia – no, non è un beffardo gioco di parole – un atto ancora atteso che non parte da quella sinistra a cui lui certamente apparteneva, pur essendo un anticomunista convinto né parte da quella destra che, forse, quasi trent’anni dopo, prende coraggio e raccoglie un insegnamento di chi, trent’anni prima, ha cercato di illuminare, di tracciare la strada, per dirla con una metafora cara a destra. Queste figure erano “semplicemente” i Politici, ovvero coloro che riuscivano a immaginare il futuro, a prevedere situazioni che avrebbero potuto presentarsi e imprimere la virata più conveniente. Tutt’altra cosa rispetto alle toppe che si tenta di mettere oggi per arginare un determinato problema e che spesso non ne rappresentano nemmeno la soluzione.

Bettino Craxi, il convitato di pietra

Eppure c’è un’immagine che, a distanza di decenni, brucia ancora nella memoria di chi ama questa Nazione: il lancio delle monetine davanti all’hotel Raphael di Milano. Quel giorno non fu solo un uomo a essere colpito, ma la dignità stessa della politica italiana, immolata sull’altare di un giustizialismo che, sotto il pretesto della moralità, ha finito per consegnare l’Italia a un trentennio di paralisi, veti incrociati e subalternità internazionale. Craxi, con tutti i suoi chiaroscuri, resta il convitato di pietra di questa Repubblica. Fu l’ultimo statista a rivendicare il primato della decisione politica sulla burocrazia giudiziaria, l’ultimo a difendere il tricolore a Sigonella, prima che l’onda d’urto di “Mani Pulite” ne sradicasse l’eredità, aprendo la strada a una stagione di “governi tecnici” e diktat stranieri. In questo senso va interpretata anche la riforma Nordio, ormai ridotta da chi la avversa a poco più che a mera discettazione tecnica per giuristi da salotto. È, invece, una riforma patriottica perché uno Stato che permette a una parte della sua burocrazia — quella togata — di condizionare le scelte strategiche del governo e di tenere in ostaggio la classe dirigente è uno Stato debole, incapace di proiettare potenza e sicurezza.

La riforma Nordio e il sogno craxiano

La riforma del ministro Nordio tocca corde che erano care al “Cinghialone” di Hammamet, innanzitutto la separazione delle carriere: il sogno craxiano di un giudice terzo, equidistante tra accusa e difesa. Per decenni abbiamo assistito a una contiguità che ha reso il processo un terreno di scontro impari. Nordio, finalmente, mette mano alla struttura per garantire che chi giudica non sia il collega di scrivania di chi accusa. Quante carriere politiche e amministrative sono state stroncate da avvisi di garanzia finiti nel nulla? Craxi denunciava la “criminalizzazione della politica”. Abolendo o restringendo certi reati “evanescenti” si restituisce dignità ai sindaci e agli amministratori, liberandoli dalla cosiddetta “firma della paura” e magari questo porterà anche alla fine del cosiddetto “partito dei giudici”. È possibile intravedere, poi, anche un filo rosso che lega le denunce di Craxi contro le fughe di notizie e la stretta di Nordio sulle intercettazioni. Ricordiamo tutti la gogna mediatica di quegli anni: stralci di conversazioni private, irrilevanti ai fini dell’indagine, sbattuti in prima pagina per distruggere l’uomo prima ancora che il politico. Limitare la pubblicazione delle intercettazioni non significa oscurantismo, ma civiltà. Significa tornare a quel concetto di Stato di Diritto, dove il segreto istruttorio è una tutela per l’indagato e non un’arma in mano a certi settori della stampa. Infine, si rimetterebbe al centro la responsabilità della politica perché una magistratura che non sconfina nel campo legislativo costringe la politica a riprendersi le proprie responsabilità, senza delegare ai tribunali la soluzione dei conflitti sociali e dell’esercizio del potere legislativo.

L’Italia che credeva nel diritto come scudo

Onorare il leader socialista oggi non significa solo dedicargli una via o una piazza e l’editoriale del giorno. Significa riconoscere che la sua analisi sul degrado del sistema giudiziario era corretta. La riforma Nordio agisce su quelle ferite ancora aperte, una su tutte la presunzione di innocenza che viene riportata al centro, contro la prassi della condanna preventiva mediata dai talk-show, e l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione: una misura di puro buonsenso che evita il calvario di processi infiniti per chi è già stato dichiarato innocente. Leggere oggi i provvedimenti di Nordio con gli occhi di chi ha amato la stagione del riformismo socialista provoca una strana nostalgia. È la nostalgia per un’Italia che credeva nel diritto come scudo del cittadino e non come clava politica. La riforma non è una “vendetta”, ma un atto di “giustizia”, è il riconoscimento che la giustizia non deve essere un contropotere, ma un servizio. Bettino Craxi morì lontano dall’Italia, portando con sé l’amarezza di uno Stato che aveva rinunciato a giudicare la sua storia politica per concentrarsi esclusivamente sui codici penali, il suo esilio terminerà davvero solo quando la Giustizia tornerà a essere un servizio per i cittadini e non uno strumento di lotta politica.

Il coraggio di cambiare le regole

Se vogliamo davvero chiudere quella ferita e onorare un uomo italiano, l’ultimo statista che l’Italia è stata in grado di esprimere e che, nel bene e nel male, ha incarnato la sovranità nazionale e la modernizzazione della Nazione dobbiamo avere il coraggio di cambiare le regole. La riforma della magistratura è l’unico modo per garantire che nessun’altra personalità politica e nessun cittadino comune debba mai più sentirsi costretto a scegliere tra la propria libertà e la propria Terra.

Tony Fabrizio

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