Roma, 6 mar – L’immagine era destinata a fare il giro del mondo. E così è stato. Un marine che interrompe una seduta al Congresso degli Stati Uniti, urla contro la guerra e viene trascinato fuori dalla sicurezza di Capitol Hill. Il protagonista è Brian McGinnis, veterano dei Marines e candidato del Partito Verde in North Carolina. Durante l’udienza di una sottocommissione delle Forze armate si è alzato gridando contro il conflitto che coinvolge Stati Uniti, Iran e Israele. Pochi secondi dopo gli agenti lo hanno immobilizzato e portato via con la forza. Secondo il suo staff, durante l’intervento gli sarebbe stato rotto un braccio. Il video dell’arresto è diventato subito virale.
L’America di Trump si divide sull’intervento in Iran
La scena, di per sé marginale nella cronaca politica americana, racconta qualcosa di più profondo. Non tanto perché un manifestante sia stato espulso dal Congresso – cosa che accade con una certa regolarità – ma perché a protestare non è stato un attivista qualsiasi, bensì un veterano dei Marines. Uno di quegli uomini che hanno conosciuto la guerra da dentro e che per questo, quando parlano, rappresentano un simbolo scomodo. McGinnis ha urlato una frase destinata a fare discutere: «Gli Stati Uniti non vogliono mandare i loro figli e figlie a combattere per Israele». Parole che riflettono un malumore crescente nell’opinione pubblica americana, dove la nuova escalation militare contro l’Iran sta riaprendo fratture politiche e culturali che sembravano archiviate dopo il ritiro dall’Afghanistan.
No more forever war
Il paradosso è evidente. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca presentandosi come il presidente che avrebbe chiuso la stagione delle guerre infinite: «No more forever war». Durante la campagna elettorale aveva ripetuto che avrebbe “posto fine ai conflitti in 24 ore”, attaccando l’establishment responsabile, a suo dire, di aver trascinato gli Stati Uniti in avventure militari costose e fallimentari. Ad oggi la sua seconda presidenza racconta una storia molto diversa. Dall’inizio del nuovo mandato, Washington ha già colpito militarmente sette paesi: Somalia, Iraq, Yemen, Siria, Nigeria, Venezuela e infine Iran. Azioni rapide, è vero. Ma è proprio quest’ultimo intervento, inizialmente presentato come operazione limitata, che sta però assumendo i contorni di una campagna militare più ampia. Dall’inizio delle operazioni in Iran, sono già cinque i soldati statunitensi rimasti uccisi: il sergente di prima classe Nicole Amor, il sergente di prima classe Noah Tietjens, il capitano Cody Khork, il sergente Declan Coady e il maggiore Jeffrey O’Brien, morti durante un attacco iraniano in Kuwait. Lo stesso Trump non ha escluso l’eventualità di un impiego di truppe di terra, ammettendo che il conflitto potrebbe durare settimane – o anche molto più a lungo.
La fine della promessa “America first”
Non sorprende quindi che all’interno dello stesso campo repubblicano siano emerse crepe evidenti. Alcuni esponenti conservatori, come i senatori Rand Paul e Thomas Massie, hanno dichiarato apertamente che una guerra con l’Iran non rientra nella dottrina “America First”. Anche nella galassia mediatica che aveva sostenuto Trump negli ultimi anni si registrano segnali di rottura. I sondaggi indicano che la maggioranza degli americani guarda con scetticismo all’apertura di un nuovo fronte militare. La domanda che circola nei corridoi di Capitol Hill è semplice quanto destabilizzante: quali sono davvero gli obiettivi della guerra? Le risposte dell’amministrazione – al contrario di quelle arrivate dopo l’attacco al Venezuela – sono apparse finora contraddittorie. C’è chi parla di impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare, chi evoca un possibile cambio di regime e chi insiste sul carattere limitato dell’operazione. Insomma, ancora nessun riferimento a risorse, territori o materie prime da “revocare”.
L’America evangelica che prega per Trump
A rendere ancora più singolare il clima che circonda la nuova fase militare americana contribuisce una scena che nelle ultime ore ha fatto il giro dei social. Nello Studio Ovale, un gruppo di pastori evangelici ha pregato accanto a Donald Trump invocando il successo degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. Alcuni di loro hanno posato le mani sul presidente mentre era seduto dietro la Resolute Desk, in un momento organizzato dalla pastora Paula White Cain, responsabile dell’Ufficio per la fede della Casa Bianca. Il video, diffuso dal collaboratore storico di Trump Dan Scavino, restituisce l’immagine di una presidenza sempre più circondata da una dimensione quasi fideistica, dove la decisione politica e la mobilitazione religiosa finiscono per sovrapporsi. Un elemento che rafforza la percezione di una svolta ideologica nella retorica dell’amministrazione, lontana dall’originaria promessa di chiudere la stagione delle guerre infinite.
Il pacifismo dei veterani pesa il doppio
Se negli ultimi anni diversi dossier hanno mostrato come proteste e narrazioni globali possano nascere dentro ecosistemi di ONG, fondazioni e reti attiviste capaci di coordinare mobilitazioni simultanee e campagne mediatiche su scala internazionale, la protesta del marine McGinnis sembra nascere su un segno opposto. Il suo gesto nasce dall’esperienza diretta di un veterano. In questo senso la sua protesta non appartiene alla tradizione del pacifismo umanitario occidentale, spesso intriso di moralismo e di retorica globale, ma a una linea molto più concreta della cultura americana: quella dei soldati che, proprio perché hanno combattuto, diffidano delle guerre decise nei palazzi. Un’America che non si riconosce nell’interventismo neocon e democratico, e che non vuole più vedere i propri figli mandati a combattere in conflitti percepiti come lontani dagli interessi locali.
Una scommessa con i suoi stessi elettori
Trump è stato eletto anche da un’America che voleva chiudere la stagione inaugurata dopo l’11 settembre: una base sociale composta da classi medie impoverite, veterani, lavoratori e giovani che non si riconoscono più nella vocazione interventista di Washington. Se oggi quella stessa America comincia a vedere riaprirsi nuovi fronti militari, la frattura non potrà che allargarsi. La protesta di un veterano al Congresso è simbolica, prima che politica. E i simboli, nella politica americana, spesso anticipano le idee o le tendenze. Se la promessa di “America First” si infrange nell’ennesima guerra senza obiettivi chiari, il rischio per Trump non è solo strategico. È soprattutto interno, e riguarda il rapporto con quella parte del Paese che lo aveva votato per chiudere i conti con vent’anni di aggressioni globali.
Sergio Filacchioni