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Ragazzo accoltellato a morte in classe da un 18enne marocchino: per i progressisti, la colpa è la mancanza dell’educazione affettiva a scuola

by Francesca Totolo
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Educazione

Roma, 21 gen – Partiamo dall’inizio. All’istituto professionale Einaudi-Chiodo di La Spezia, venerdì scorso, il 19enne egiziano Abanoub Youssef, cristiano copto con cittadinanza italiana, è stato ucciso a coltellate in aula dal 18enne marocchino Zouhair Atif, arrivato in Italia nel 2017 grazie a un ricongiungimento familiare. A fare scattare quella furia omicida, sarebbero state delle fotografie risalenti all’infanzia scambiate dalla vittima con una ragazza di origini indiane che Atif stava frequentando.

Una professoressa ha descritto Atif come uno studente che “amava la poesia e lo studio, sapeva essere generoso ma aveva l’abisso dentro”. Secondo i compagni di scuola, è stata una tragedia annunciata. Il marocchino era solito girare armato di coltello e aveva già minacciato un altro studente fuori dall’istituto. Un compagno di scuola ha detto il marocchino “andava in giro chiedendo cosa succede in Italia a uno che ammazza una persona”. “Durante un incontro con un’insegnante, ognuno doveva esprimere un sogno. Quando fu il turno di Atif, lui se ne uscì dicendo ‘mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona’ ma lei non fece nulla”, ha raccontato un altro studente.

Il 50 per cento dei detenuti minorenni è straniero

Tutto ciò avrebbe dovuto portare a una profonda riflessione su quello che ormai è diventata una vera emergenza: la violenza dei cosiddetti “maranza”. Nelle carceri minorili, quasi il 50 per cento dei detenuti è straniero, nonostante gli stranieri rappresentino il 12 per cento dei residenti in Italia per quella fascia di età. Peraltro, i “nuovi italiani”, circa un milione di minorenni di origine straniera che ha acquisito la cittadinanza italiana, sono conteggiati come italiani.

Inoltre, da quanto emerge nel rapporto del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, nel 2023, su 315 minori segnalati per il reato violenza sessuale, 177 erano stranieri, ben il 56 per cento.

Il “modello” francese

L’Italia sta seguendo esattamente e a grande velocità lo stesso percorso della Francia dove, come ben spiegato nel libro-inchiesta “Il razzismo contro i bianchi” di François Bousquet (pubblicato in Italia da Passaggio al Bosco), gli studenti autoctoni subiscono da decenni le violenze dei compagni di origine straniera, nel completo silenzio istituzionale. Addirittura, sta avvenendo una sorta di assimilazione al contrario: per salvarsi dalle aggressioni degli allogeni, i giovani francesi si stanno africanizzando, diventando a loro volta dei “maranza”.

D’altronde, qualche anno fa, Rokhaya Diallo, giornalista francese di origini africani, affermò: “La Francia bianca non esiste più e chi non la apprezza deve andarsene”. Nel frattempo, bambini e ragazzi francesi vengono picchiati, rapinati, bullizzati e umiliati a scuola da coetanei con background migratorio. Spesso non vengono protetti nemmeno dalle famiglie perché troppo obnubilate dall’ideologia progressista. “Se per avventura i figli di immigrati extra europei si lasciano andare a insulti o aggressioni razziste, non sarà mai colpa loro, ma nostra, perché la loro gioventù mal indirizzata è il prodotto della nostra oppressione sistemica”, scrive Bousquet. Infatti, i progressisti italiani hanno giustificato l’omicidio di Abanoub, parlando di assenza di inclusione e accusando il linguaggio d’odio contro gli immigrati.

La “cultura del coltello”

Ormai è palese. Sinistra e media progressisti non faranno mai un serio mea culpa sull’emergenza criminalità d’importazione. Questo perché, con la politica dei porti aperti e la propaganda apologetica della società multiculturale, hanno cambiato il volto del nostra Nazione in una decina di anni. Così, a ogni fatto di sangue, a ogni stupro, a un ogni rapina violenta, censurano la notizia e, quando non è possibile, giustificano quelle brutalità perpetrate da immigrati attraverso ridicoli accuse dell’assenza di politiche di inclusione.

A far saltare sulla sedia il mondo progressista, è stato Pierluigi Peracchini, sindaco di La Spezia, che ha dichiarato che “l’uso del coltello è solo di certe etnie”. Nell’agosto del 2024, dopo i molteplici accoltellamenti perpetrati da immigrati a Trieste, il procuratore capo Federico Frezza aveva parlato di “cultura del coltello”, affermando: “È un fenomeno senza fine a cui rispondiamo con fatica, comincio a essere preoccupato”.

Per i progressisti, il problema è la mancanza dell’educazione affettiva a scuola

Dopo l’omicidio di Abanoub, su Repubblica, Concita De Gregorio ha scritto che è indispensabile “disarmare le parole”. La giornalista faceva un riferimento specifico ai titoli dei giornali di centrodestra a proposito delle violenze dei giovani immigrati: “I coltelli armano le mani dei ragazzi dopo che altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire”. D’altronde, almeno per il momento, Zouhair Atif non può essere assolto mediaticamente con la scusa di malattie mentali o di una vita ai margini della società.

Per buttare la palla in tribuna, il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, ha scritto del sabotaggio dell’educazione all’affettività a scuola: “I ragazzini di origine straniera sono il capro espiatorio perfetto per il 2026”. Che questi soggetti vivano nella loro bolla è palese ma non si sono mai trovati davanti a una stazione o in un parco? Partito lo spin progressista, anche Saverio Tommasi ha attaccato il governo: “Il fatto che questo governo non abbia neanche la creanza di prendere in considerazione la necessità di corsi sull’affettività e la sessualità, rimarrà una delle macchie indelebili sulla reputazione di ogni singola persona che di questo governo fa parte o lo sostiene”.

Da La7 a Silvia Salis

Durante una trasmissione de La7, Giovanni Floris ha affermato che a scuola si dovrebbe studiare l’educazione affettiva per rapportarsi con gli altri ma, senza il consenso dei genitori, non si può fare. Poi, sposta l’attenzione sul razzismo delle famiglie italiane che metterebbero così in guardia i propri figli: “Attento quelli sono figli di africani che hanno le lame”. Quindi, i nordafricani ti accoltellano perché tu pensi che ti accoltellino? Poi, Floris ha una geniale soluzione: “Se vengono persone da altre Nazioni, gli diamo il benvenuto e gli diciamo: da noi la violenza non si usa”. Ospite della stessa trasmissione, Massimo Giannini ha liquidato l’omicidio Abanoub con la necessità di usare un “linguaggio che include e che rispetta”.

Secondo Silvia Salis, sindaco di Genova, per fermare la violenza dei “maranza”, si dovrebbe ascoltare il disagio dei ragazzi, anche potenziando l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. A risponderle su La Verità, ci ha pensato Francesco Borgonovo: “La misura più educativa è rimpatriare lo straniero che non rispetta la legge”. Su Avvenire, Maurizio Ambrosini ha scritto che la risposta è l’integrazione dei ragazzi stranieri, non la “deleteria remigrazione”. Sara Funaro, sindaco dem di Firenze, ha sentenziato: “Noi abbiamo un problema di sicurezza nel nostro Paese e abbiamo un problema di sicurezza nelle nostre città”. Ma, fino a tre anni fa, la mancanza di sicurezza non era solo una percezione errata dei cittadini?

Mentre si continuano a deresponsabilizzare gli immigrati e le seconde generazioni, giustificando ogni loro nefandezza con l’assenza di misure volte all’inclusione, si mostrifica il maschio bianco autoctono e si cerca di rieducarlo. Ed è proprio a questo che serve l’eduzione sessuo-affettiva tanto invocata dai progressisti.

Francesca Totolo

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