Roma, 21 gen – La Groenlandia, ormai lo si è capito, non è soltanto una periferia glaciale. È un nodo strategico dell’Artico, una piattaforma militare naturale, una chiave per il controllo delle nuove rotte e delle risorse del XXI secolo. Proprio per questo, la crisi innescata dalle pressioni statunitensi sul territorio groenlandese ha funzionato da stress test politico per l’Europa. E in particolare per le sue destre, storicamente allineate alle agende statunitensi. Il risultato emerso fin ora è ancora poco chiaro per dimostrare una “rottura”, ma qualcosa c’è: la destra europea continentale ha mostrato segnali di maturità, mentre quella italiana appare ancora prigioniera di riflessi provinciali, oscillando tra prudenza istituzionale e banalizzazione del problema.
Groenlandia, la Danimarca non rinuncia
Le parole pronunciate al Parlamento europeo dall’eurodeputato danese Anders Vistisen – un sonorissimo “Mr President, fuck off” rivolto a Donald Trump – non sono una semplice boutade ma il punto in cui emerge qualcosa che fin ora non si era mai visto. Vistisen non viene dalla sinistra radicale e pro-Pal, ma dal Partito Popolare Danese, formazione di destra identitaria. Eppure, davanti alle mire statunitensi sulla Groenlandia, la fedeltà atlantica si arresta dove inizia la sovranità nazionale. La Danimarca del resto ha reagito in modo trasversale: maggioranza e opposizioni, centro-sinistra e destra, hanno letto le pressioni americane come un atto di prepotenza. Copenaghen ha rafforzato la presenza militare in Groenlandia, aumentato l’attenzione alla sicurezza artica e ribadito un principio elementare: la Groenlandia è parte del Regno di Danimarca, pur nella sua ampia autonomia, e non è negoziabile. Lo stesso schema si ritrova in Francia. Jordan Bardella, leader del Rassemblement National, ha messo nero su bianco una posizione politicamente netta: «Gli Stati Uniti ci mettono di fronte a una scelta: accettare una dipendenza mascherata da partnership o agire come potenze sovrane capaci di difendere i nostri interessi». E ancora: «Quando un presidente degli Stati Uniti minaccia un territorio europeo esercitando pressioni commerciali, non si tratta di dialogo, ma di coercizione». Qui non c’è semplice antiamericanismo, ma qualcosa di più raro: la consapevolezza che l’alleanza non può coincidere con la subordinazione.
Lo spazio europeo è debole e diviso
Il dato forse più significativo è che una diagnosi simile arrivi anche da chi, per storia personale e collocazione politica, non può essere liquidato semplicemente come “sovranista” o “populista”. Donald Tusk, ex leader di Solidarność, già primo ministro polacco, presidente del Consiglio europeo per cinque anni e poi capo del Partito Popolare Europeo, rappresenta l’ossatura dell’establishment europeista. Proprio per questo le sue parole pesano più di molte analisi. Quando scrive che «nessuno prenderà sul serio un’Europa debole e divisa, né un nemico né un alleato», Tusk registra un mutamento dei rapporti di forza. Il punto centrale è che l’alleanza non garantisce più automaticamente rispetto. In assenza di compattezza e capacità di deterrenza, anche il partner strategico agisce in modo unilaterale. È esattamente ciò che la crisi groenlandese ha mostrato: un territorio europeo sottoposto a pressioni commerciali e politiche non perché Trump sia “imprevedibile”, ma perché percepisce un vuoto di potere. In questo senso, le parole di Tusk finiscono per confermare – loro malgrado – la linea seguita da una parte della destra europea: la sovranità non è un valore simbolico, ma una condizione materiale, senza la quale il dialogo tra pari si trasforma in negoziazione asimmetrica. La Groenlandia diventa così il paradigma di un’Europa che rischia di essere trattata non come soggetto politico, ma come spazio contendibile.
La linea della Meloni tra pragmatismo e prudenza
In questo quadro, la linea del governo italiano si colloca su un piano obliquo. Giorgia Meloni ha definito l’aumento dei dazi americani contro i Paesi europei coinvolti in Groenlandia “un errore” che “non condivide”. Ha riconosciuto la centralità strategica dell’Artico e la necessità di evitare ingerenze di attori ostili, ma ha insistito sulla necessità di abbassare la tensione e tornare al dialogo: «Sto lavorando per evitare un’escalation e riprendere il dialogo». Questa posizione è in linea con quanto visto fin ora, ed ha una sua coerenza interna. Meloni ha compreso che la sua forza internazionale si fonda sull’essere l’interlocutrice “razionale” di Trump in Europa, quella capace di parlare con Washington senza alzare muri e senza rotture plateali. È una strategia precisa, coerente con il ruolo che l’Italia ha scelto di giocare e con il capitale politico che la premier ha accumulato proprio grazie a questa postura di affidabilità. Politicamente, però, è una linea criticabile. Non tanto perché non mette in discussione Trump, ma perchè evita di spingersi oltre. È pragmatica, ma rinuncia a trasformare l’occasione nell’affermazione di una destra europea capace di difendere interessi e sovranità senza scivolare nei frame propagandistici del Cremlino. La crisi della Groenlandia è l’occasione per affermare una linea autonoma, europea e non ideologica: critica verso le pressioni americane, ma altrettanto distante da ogni narrazione anti-occidentale o filorussa. Invece, rinunciando a esporsi, l’Italia lascia che questo terreno venga occupato da altri – o resti vuoto.
La Lega e il finto pacifismo
Qui emerge il limite più serio della destra italiana. Se la prudenza di Meloni risponde a una strategia di interlocuzione razionale con Washington, esiste però un vuoto politico che viene riempito da un sovranismo di superficie, incapace di produrre una vera analisi strategica. Come ha scritto Il Primato Nazionale a proposito del disfattismo di Salvini – che parte dall’Ucraina ma si dirama a ogni questione di politica estera – ridurre i conflitti e le crisi geopolitiche a slogan consolatori o a battute di circostanza non difende l’interesse nazionale, ma lo indebolisce. In questo senso, le parole del senatore leghista Claudio Borghi — «l’utilità della Groenlandia è la pesca al merluzzo, ma lasciategliela a Trump» — sono solo l’ultima affermazione di questa postura: confondere l’assenza di costi immediati con l’assenza di interessi, e che finisce per scivolare — consapevolmente o meno — in frame narrativi altrui, spesso coincidenti con quelli della propaganda russa o del disarmismo finto pacifista. Liquidare tutto come irrilevante significa rinunciare a pensare l’Italia e l’Europa come soggetti strategici, in grado di proiettare volontà e potenza. È la solita idea del “non ci riguarda”, del “è troppo lontano”. L’idea malsana e fintamente sovranista che l’Italia possa permettersi l’irrilevanza perché tanto le grandi decisioni le prendono altri.
La Groenlandia ci dirà molto
La questione aperta da Trump sulla Groenlandia è una cartina di tornasole. Dice chi è disposto a misurarsi con i rapporti di forza e chi preferisce rifugiarsi nell’alibi dell’irrilevanza. In Europa qualcosa si muove: una parte della politica – anche di destra – ha capito che l’alleanza con Washington non può più coincidere con la rinuncia preventiva a ogni interesse proprio. In Italia? Qui si continua a oscillare tra la prudenza tattica ma senza slanci, e un sovranismo di facciata che liquida tutti i nodi strategici come “non nostri”. Ma la politica estera non funziona per distanza geografica: funziona per precedenti. Se oggi accetti che un territorio europeo venga trattato come merce negoziabile, domani accetterai lo stesso schema altrove. È su questo terreno che si misura una classe dirigente.
Sergio Filacchioni