Roma, 23 gennaio – Esiste un paradosso tutto italiano, una sorta di Sindrome di Stoccolma ideologica che affligge la nostra classe intellettuale e artistica. È lo spettacolo di un coro di star, attori e cantanti che, con il pugno chiuso e la Costituzione in mano, gridano No a ogni riforma della Giustizia, convinti di sbarrare la strada al ritorno del Ventennio. L’ironia tragica? Proprio in quel momento, si stanno trasformando nei più fedeli custodi dell’eredità di Dino Grandi.
Quel decreto del 1941…
Dino Grandi non fu solo un quadrumviro; fu l’architetto della macchina burocratica che sopravvisse al regime. Mentre il fascismo veniva posto ai voti e “deposto” in ottemperanza al famigerato e omonimo ordine del giorno, l’ordinamento giudiziario e i codici da lui firmati restavano lì, immobili, come una corazzata che la neonata democrazia non ebbe la forza (o l’acume) di smantellare.
Oggi, quando il Gotha dello spettacolo viene reclutato per difendere l’unità delle carriere o l’attuale assetto del CSM, non sta difendendo i valori della Resistenza né fa onore alle storiche filippiche contro l’uso e l’utilizzo di nani&ballerine. Lo capiscano soprattutto i vip che sono stati precettati: loro stanno tecnicamente presidiando i confini del Regio Decreto n. 12 del 1941.
Un accessorio di moda
Il loro No alla riforma Nordio è nient’altro che un accessorio di moda adesso. Come il greenpass ai tempi del Covid o la spilletta “anti-Venezi” de La Fenice di Venezia a Capodanno.
Il reclutamento della star è un processo estetico, non logico. Si vota No al referendum perché anche stavolta, in una gara al rialzo tra saccenza e supponenza, “bisogna stare dalla parte giusta”; perché la riforma è proposta da un governo “di destra”; perché l’indipendenza della magistratura è un dogma intoccabile. La loro avversione è pura inclusione, mero sponsor, è il modo più in vista di contrapporre sul piatto della bilancia della giustizia quello che sarà un giudizio sull’operato delle toghe che sarà espresso dalle persone comuni.
Referendum e indipendenza… corporativa
L’indipendenza che costoro difendono, però, è spesso quella corporativa, concepita da Grandi per rendere la magistratura un corpo separato, un “ordine” chiuso capace di autogovernarsi per non rispondere a quello Stato che oggi è risorto solo a un semplice participio, per l’appunto passato.
Una visione che nulla ha a che vedere con il garantismo liberale e tutto con la gestione burocratica del potere statale che ognuno oggi s’intesta. L’antifascista inconsapevole che difende l’ordinamento Grandi è l’ostentazione ignorante di quella camicia nera ora e sempre avversata e che oggi finisce nella trappola del conservatorismo.
Il dramma è che questo No preventivo, puramente ideologico e nulla più, impedisce di completare la transizione democratica del Paese con cui tanto si riempiono la bocca in ogni momento. Finché l’apparato giudiziario rimarrà un ibrido tra i valori del 1948 e le strutture del 1941, l’Italia sarà un Paese a metà.
Una domanda scomoda
Le star che prestano il volto a queste battaglie dovrebbero porsi una domanda scomoda: perché stiamo proteggendo un sistema che lo stesso Grandi definì perfetto per la stabilità del Regime? La risposta è nel conformismo: è più facile urlare al “pericolo fascista” contro una riforma oggi che studiare come il Fascismo reale abbia plasmato lo Stato ieri.
Stesso discorso può essere, anzi, deve essere fatto, per la Costituzione a partire dalla parte relativa alle conquiste del mondo del lavoro, retaggio di quel Ventennio tanto ostracizzato e che oggi, a un secolo di distanza, ancora continua a fare sentire il valore, l’attualità, quindi, l’avanguardismo di quella Idea.
Se Dino Grandi vedesse la magistratura odierna, probabilmente resterebbe interdetto. Non perché sia diventata “troppo moderna”, ma perché ha ereditato i difetti del vecchio sistema sommandoli a nuovi vizi contemporanei.
Correnti, spettacolarizzazione e burocrazia
Ma come siamo riusciti nell’impresa di peggiorare l’eccellenza? Con il correntismo sfrenato: se un tempo l’appartenenza a una “corrente” poteva avere una base ideale o filosofica, oggi somiglia molto di più a un sistema di collocamento. Le carriere non si costruiscono più (solo) nelle aule di tribunale, ma nelle segreterie delle fazioni interne all’Anm. Il merito è diventato un optional, il “pacchetto voti” una necessità.
E attraverso la spettacolarizzazione della Giustizia. La magistratura è passata dal silenzio monastico alla diretta social. L’indagine non serve più solo ad accertare un reato, ma a occupare lo spazio mediatico. Il risultato? Processi che durano dieci anni nelle aule, ma che emettono sentenze definitive nei talk-show serali dopo appena dieci minuti.
Poi l’iper-burocratizzazione. Siamo riusciti a trasformare il magistrato in un passacarte di lusso. Tra notifiche infinite, cavilli procedurali e una digitalizzazione che spesso aggiunge caos invece di toglierlo, il tempo dedicato a “giudicare” è drasticamente diminuito rispetto a quello dedicato a “gestire la pratica”.
Cosa difende il No al referendum?
Tutto ciò influisce inevitabilmente sul distacco tra cittadino e magistratura la cui percezione è ormai quella di una casta che si autoprotegge, dove l’errore giudiziario è trattato come un evento atmosferico inevitabile per il quale nessuno deve mai chiedere scusa né tantomeno pagare.
Allora, cosa stanno difendendo esattamente? Difendere lo status quo significa, in un certo senso, tenere in vita un’idea di magistratura come corpo separato, quasi mistico, dove il concetto di “responsabilità” è considerato un’ingerenza fastidiosa. La logica è sottile: se nulla cambia, nulla può peggiorare. Peccato che la realtà abbia già deciso di peggiorare da sola. Proprio come i volti noti di tivvù, radio e giornali che, mentre fanno a gara per esibire urbi et orbi il brevetto di antifascista mediatico, divengono pretoriani e littori, custodi di qualcosa che avversano profondamente. L’estremo atto di una beffarda (in)giustizia.
Tony Fabrizio