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L’università come laboratorio politico: il caso dei GUF

by Sergio Filacchioni
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GUF

Roma, 24 gen – I Gruppi Universitari Fascisti (GUF) vengono istituiti formalmente nel 1927, nel quadro del processo di fascistizzazione delle organizzazioni giovanili e studentesche avviato dopo le leggi fascistissime del 1925-26. La loro funzione non è quella di rappresentare gli studenti, né di costituire una semplice articolazione propagandistica del regime, ma di organizzare politicamente la gioventù universitaria all’interno di una strategia di lungo periodo volta alla formazione delle future classi dirigenti. L’università, luogo tradizionalmente refrattario all’inquadramento totale, diventa per questo uno spazio d’intervento del Fascismo.

La nascita dei GUF come struttura di formazione politica

I GUF non nascono come associazione spontanea né come semplice strumento di propaganda. Fin dall’origine sono concepiti come struttura di formazione politica, con una funzione distinta rispetto alle organizzazioni giovanili di massa. La loro collocazione istituzionale lo dimostra: dipendono dal Partito Nazionale Fascista, ma operano all’interno degli atenei; sono formalmente aperti a tutti gli studenti, ma organizzati secondo criteri di selezione informale; promuovono il dibattito, ma lo incanalano dentro cornici ideologiche precise. Questa ambiguità non è un difetto del sistema, bensì la sua condizione di funzionamento. Nel corso degli anni Trenta, in particolare dopo la nomina di Giuseppe Bottai a ministro dell’Educazione Nazionale nel 1936, il ruolo dei GUF viene rafforzato. Bottai considera esplicitamente l’università come uno snodo strategico per la costruzione dello Stato Fascista. Bottai insiste più volte, tra il 1936 e il 1939, sulla necessità di sottrarre l’università all’intellettualismo astratto e di ricondurla a una funzione di responsabilità politica e statale, rifiutando l’idea dell’ateneo come spazio separato dalla vita dello Stato. La concezione fascista della gioventù universitaria, quindi, si fonda su un presupposto chiaro: lo studente non è un soggetto da rappresentare, ma una risorsa da formare e disciplinare. I GUF non nascono per tutelare interessi studenteschi, né per mediare tra università e Stato. Al contrario, sono pensati per trasformare l’università in un ambiente attivo, nel quale lo studente interiorizzi un ruolo politico e sociale.

Lo “spirito gregario” della gioventù universitaria

Questa impostazione si riflette con chiarezza nell’organizzazione interna dei GUF. Accanto a una base formalmente ampia di iscritti, spesso coincidente con l’insieme degli studenti regolarmente immatricolati, si sviluppa un nucleo ristretto di militanti attivi, selezionati attraverso la partecipazione continuativa alle attività culturali, alla stampa universitaria e agli organismi direttivi locali e nazionali. È in questo spazio tra adesione formale e partecipazione effettiva che i GUF assolvono alla loro funzione principale: socializzare le masse studentesche, ma contemporaneamente formare quadri, abituandoli precocemente alla gestione del dibattito, all’esercizio della direzione e all’assunzione di responsabilità organizzative. Un ruolo centrale in questo processo è svolto dalla stampa gufina. Riviste come Libro e moschetto, Università fascista e le numerose pubblicazioni locali – si contano più di cento riviste nate tra il 1926 e il 1944 – non operano come semplici bollettini propagandistici, ma come vere e proprie palestre di formazione politica. Scrivere su queste testate significa apprendere un linguaggio, misurarsi con temi imposti dall’alto, confrontarsi con una dialettica interna che premia la capacità di argomentazione più che la fedeltà passiva. L’attività redazionale diventa così uno strumento di selezione informale: chi dimostra padronanza del lessico politico e capacità di inserirsi nel quadro ideologico del regime viene progressivamente valorizzato; chi resta ai margini viene assorbito nella massa silenziosa degli iscritti.

La mobilitazione permanente dei giovani

All’interno di questo sistema si colloca l’istituzione dei Littoriali della cultura e dell’arte, avviati nel 1934 e progressivamente ampliati nel corso degli anni Trenta. Presentati ufficialmente come competizioni culturali tra universitari, i Littoriali svolgono una funzione ben più complessa. Essi rappresentano uno spazio di confronto controllato, nel quale il conflitto intellettuale non viene soppresso, ma regolato e reso produttivo. I temi assegnati – dallo Stato corporativo al ruolo dell’intellettuale, dal rapporto tra individuo e collettività alla funzione imperiale dell’Italia – consentono l’emergere di posizioni differenziate, ma organiche a un perimetro ideologico tracciato dal discorso fascista. Il dissenso, quando si manifesta, assume la forma di una competizione interpretativa, non di una contestazione dell’ordine politico. È in questo contesto che va letta la frequente insistenza, nella pubblicistica gufina, sulla critica all’intellettualismo e al “conformismo borghese”. L’universitario fascista viene rappresentato come figura chiamata a rompere con la tradizione accademica ottocentesca, accusata di astrattezza e autoreferenzialità. Tuttavia, questa critica non produce una semplice “rottura con il sistema”, ma attiva un meccanismo di mobilitazione permanente, lì dove il carattere e lo stile del giovane fascista è chiamato a corregge i difetti dell’amministrazione del potere. L’antiborghesismo dei GUF non è mai “anti-sistema” come lo si intende oggi: canalizza l’inquietudine generazionale verso un progetto di rinnovamento interno, evitando che essa si traduca in intellettualismo sterile. In questo senso, la polemica contro il “vecchio professore” o contro la cultura libresca non mira a democratizzare l’università, ma a ridefinirne la funzione in senso rivoluzionario.

I GUF e la funzione pedagogica

Il rapporto tra i GUF e il mondo del lavoro conferma ulteriormente questa impostazione. A partire dalla seconda metà degli anni Trenta, con l’intensificarsi della ristrutturazione corporativa dello Stato, vengono promosse iniziative volte ad avvicinare gli studenti universitari agli operai, in particolare attraverso i Littoriali del lavoro e i corsi di formazione politica. Anche in questo caso, l’obiettivo non è la semplice integrazione paritaria, ma la costruzione di una gerarchia funzionale. Lo studente viene formato come futuro dirigente, tecnico o funzionario, chiamato a interpretare e guidare le esigenze del lavoro nazionale. Il conflitto sociale non viene negato, ma nemmeno interpretato con le lenti marxiste della lotta di classe, bensì riformulato come problema educativo e organizzativo. Questa funzione pedagogica dall’alto consente di comprendere meglio la natura dei GUF come strumento di egemonia. Essi non operano attraverso la repressione o l’imposizione autoritaria, ma attraverso la produzione di consenso qualificato all’interno di un segmento strategico della popolazione. Il “controllo” non si esercita sui contenuti, ma sulle forme della partecipazione. Il giovane universitario viene incoraggiato a discutere, scrivere, competere, purché interiorizzi l’idea che la politica non sia un terreno di rappresentanza o di rivendicazione, bensì di assunzione di responsabilità e funzione all’interno dello Stato.

Costruire dispositivi durevoli di potere

Nel periodo compreso tra il 1927 e il 1943, i GUF possono essere letti come un tentativo coerente di intervenire sul problema della continuità delle élite. L’università diventa il luogo in cui il Fascismo sperimenta un modello di formazione politica che non si limita all’adesione ideologica, ma mira a strutturare dispositivi durevoli: comportamenti, ruoli, modalità di partecipazione. Non è un caso che molti dei quadri cresciuti in questo contesto riescano a ricollocarsi nel dopoguerra, spesso depoliticizzando retrospettivamente la propria esperienza ma conservandone il capitale relazionale e simbolico. Letti in questa prospettiva, i GUF non possono essere ridotti né a un semplice apparato propagandistico né a uno spazio di dissenso latente. Essi vanno compresi come una struttura di organizzazione della gioventù universitaria fondata sull’idea che la formazione politica sia un processo attivo, guidato e selettivo. La loro esperienza mostra come l’università, quando è attraversata da un progetto politico esplicito, diventi un campo di conflitto strutturato ma produttivo; quando invece si proclama neutrale, come avviene oggi, finisca per essere colonizzata da un senso comune che si presenta come naturale ma che è comunque il prodotto di un’egemonia dominante. La parabola dei GUF ricorda infine che l’egemonia non si impone soltanto attraverso divieti e censure, ma soprattutto tramite la costruzione di percorsi, incentivi e gerarchie interne che orientano le pratiche prima ancora delle idee.

Sergio Filacchioni

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