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L’ultimo guerriero e la via del coraggio

by La Redazione
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“L’unica libertà del Guerriero consiste nel comportarsi in modo impeccabile. L’impeccabilità non è soltanto libertà, è anche l’unica via per raddrizzare la forma umana”

Roma, 27 gen – Nella società organica medioevale si è manifestata per l’ultima volta nella Storia la tripartizione degli ordini sociali. Il Clero (Oratores) si occupava della salvezza delle anime. Il ceto cavalleresco (Bellatores), era invece preposto alla protezione armata della società. Infine i Laboratores provvedevano alla produzione economica. I cavalieri si addestravano nelle Sippe, famiglia allargata dove i figli cadetti della nobiltà, senza eredità riservata al primogenito, venivano avviati al mestiere delle armi. Con la fine del Medioevo e l’irrompere di forze telluriche – come l’Umanesimo – gli ultimi guerrieri scomparvero per fare posto ai soldati. Ovvero coloro che combattono per il soldo. Dalla nobile spada si passò agli archi. E poi alle armi da fuoco che evitavano il confronto diretto con l’avversario, regola cavalleresca fondata sul coraggio e l’onore. Da allora l’essere guerriero è diventato una caratteristica spirituale e mentale, una disposizione d’animo per uomini differenziati.

L’archetipo del coraggio

Secondo Jung il Guerriero è uno degli archetipi della trasformazione, presenti nell’Inconscio Collettivo, modelli comportamentali che caratterizzano i cicli della vita. Archetipo che rappresenta il tempo del coraggio, della disciplina e della nobiltà d’animo, la lotta per i valori eterni e nel suo aspetto d’ombra la rigidezza e la violenza.

Nella società nutritiva dell’apparenza narcisistica e del consumo compulsivo di cibo e oggetti, comportarsi da guerrieri è esclusivamente per il Vir, l’uomo integrale. Diverso dall’Homo, l’uomo biologico legato indissolubilmente alla terra, l’humus con cui divide la radice, il Vir è l’uomo verticale, l’anello di congiunzione tra gli esseri umani e gli dèi.

Come l’Andros greco, fatto di corpo e Spirito, è diverso dall’Antropos ch eè solo l’essere umano senza qualità eroiche e divine. Il Vir è lo spartiate allevato per combattere, educato dall’età di sette anni all’Agoghè, la disciplina dei difensori della città stato.

Nelle tempeste d’acciaio

Nell’età contemporanea è il combattente delle trincee celebrato da Junger nelle Tempeste d’acciaio, dove il milite è idealtipo umano superiore, il guerriero che vince la paura e la morte per difendere la Patria. Nella battaglia si scatenano forze sovrumane uraniche e ctonie, stati alterati di coscienza che liberano il principio divino presente nell’essere umano: il Genius dei romani o Daimon greco.

Evola definì quello stato di esaltazione guerriera una rottura ontologica di livello, il passaggio ad una dimensione altra da quella ordinaria, un’incursione nel divino. Condizione conosciuta nell’antichità di cui parla Tacito nel De origine et situ Germanorum, dove il coraggio e l’aggressività dei popoli del nord viene celebrata come il Furor. I Berserker o uomini orso e gli Ulfhednar uomini lupo, guerrieri sacri ad Odino, che combattevano indossando solo pelli animali dalle quali assorbivano forza magica, insensibili al freddo, al dolore e alla paura in preda alla trance eroica.

Il guerriero invincibile

Nella tradizione norrena, questi combattenti figli della tradizione sciamanica, si preparavano con danze frenetiche, riti magici e l’assunzione di sostanze psicotrope, come i funghi allucinogeni. Invasati dal Furor apparivano ai nemici come guerrieri invincibili guidati da forze divine, esseri magici capaci di superare la morte ed ogni limite umano. Nell’attimo della morte nella tradizione norrena ed indoiranica il caduto viene portato nel Valhalla dalle Valchirie o Fravashi, accompagnatrici dei valorosi nell’aldilà.

Le vergini alate simboleggiano lo stato superiore di coscienza che si prova nella morte in battaglia, riportato anche da atleti di sport del coraggio in attimi traumatici. Una sensazione di euforia, di superamento del dolore fisico, della paura, segno di passaggio alla dimensione divina. Esperienza magica descritta nel capolavoro della letteratura russa Guerra e Pace di Lev Tolstoj, dove il principe Andrej Bolkonskj, ufficiale dell’esercito imperiale russo, ferito gravemente nella battaglia di Austerlitz prova l’ebbrezza mistica della morte.

La via del coraggio

Questo stato superiore di coscienza è l’illuminazione finale delle tradizioni iniziatiche, l’ultima prova per superare il ciclo delle reincarnazioni o ruota del Samsara, estrema possibilità di liberazione dal flusso delle esistenze e dalla legge del Karma. Ma l’eroismo, il sacrificio, la paura, stanno scomparendo per far spazio a un nuovo tipo umano: un pasciuto schiavo, mezzo uomo e mezzo divano che vive nell’illusione di una vita vissuta guardando quella degli altri.

In tempo di pace l’uomo integrale diviene l’Anarca che distrugge lo spirito borghese, decide della vita e della morte senza attaccamento. Il Vir vince lo spirito materialista dell’epoca riscoprendo l’antica spiritualità della stirpe, vivendo la vita come un’avventura senza risparmio, sapendo che è solo un passaggio. Si libera dalla schiavitù della materia godendo del bello senza esserne posseduto, superando l’esigenza di apparire con la certezza di essere.

La vita come milizia, battersi per un ideale sacralizzando gli attimi della vita con un comportamento impeccabile. Il destino del Vir è la via del coraggio che tornando nel fuoco dal quale si origina.

Roberto Giacomelli

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