Roma, 27 gen – Ultima grande scoperta (dell’acqua calda): gli Stati Uniti sono una società molto più violenta della nostra. Ma riavvolgiamo un attimo il nastro, per capire da dove arriva questa grande scoperta. Questa mattina, è stata pubblicata un’intervista che il noto storico e grecista Luciano Canfora ha rilasciato a Fanpage. L’intervista verte sugli Stati Uniti e sul controverso uso dell’ICE da parte dell’amministrazione Trump.
Luciano Canfora imbeccato da Fanpage
Tralasciamo almeno per ora quella che sarebbe un’interessante riflessione sul perché uno specialista in un determinato campo del sapere (in questo caso la storia antica) senta sempre la necessità di salire in cattedra per parlare d’altro (Barbero docet). Non è questo ora il punto, lasciamolo un attimo in sospeso. Tutta l’intervista si snoda attorno alle domande di un giornalista che imbecca il professor Canfora con domande a cui lo storico marxista non può far altro che rispondere “sì, hai proprio ragione”. Già alla prima domanda, infatti, Canfora prende una cantonata. Dopo la solita filastrocca sul razzismo “strutturale e fondativo”, il professore si sbilancia in una ricostruzione molto fantasiosa sull’origine del “culto delle armi” negli Stati Uniti (riferendosi implicitamente al Secondo Emendamento); secondo Canfora questo “culto” sarebbe nato dalla necessità di tenere sotto controllo gli schiavi. Ma chiunque abbia studiato un minimo approfonditamente la storia della nascita degli Stati Uniti sa perfettamente che il tanto discusso Secondo Emendamento alla Costituzione nasce dal fatto che, già prima della Rivoluzione del 1776, nelle Tredici Colonie era molto diffusa l’istituzione della milizia locale (in sostanza civili armati) e che quando si iniziò a sparare agli inglesi furono quei civili armati ad assorbire il primo urto delle redcoats britanniche. E questo portò i padri fondatori a ritenere che, per preservare e difendere una società libera, ogni libero cittadino dovesse avere il diritto di possedere armi da fuoco. Tutto qua, niente di più.
L’ICE esisteva anche prima di Trump
Ma le vette più alte vengono raggiunte quando l’intervistatore chiede a Canfora dell’operato dell’ICE, con una domanda che imbecca e cerca di dirigere l’intervistato sin dall’inizio (“possono evocare, a suo avviso, lo squadrismo fascista?”). Qui Canfora infila due colpi da maestro uno in fila all’altro. Prima inizia dicendo che l’ICE nacque dopo i fatti dell’11 settembre (vero), ma che venne poi messo in secondo piano e che ora è stato riesumato da Trump. Questo è già meno vero. Un dato per comprendere meglio questo fatto: tra il 2009 e il 2016, sotto la presidenza di Barack Obama, vennero rimpatriati con il concorso dell’ICE circa due milioni e mezzo di immigrati irregolari. Un’azione capillare di rimpatrio che portò il presidente dell’UnidosUS (la più grande associazione di latinoamericani negli USA) a definire il democratico Obama “Deporter-in-chief”, espulsore capo. Insomma, diciamo che anche prima di Trump l’ICE ha avuto il suo bel da fare.
Canfora e il paragone automatico con il Fascismo
E poi finalmente il professore arriva al tanto agognato (dall’intervistatore) paragone col Fascismo, che si sa, come il nero, va su tutto. Dice Canfora che “l’analogia non è campata per aria. Mussolini creò la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale perché non si fidava pienamente dell’esercito e dei carabinieri, legati alla fedeltà al re. Trump usa gli agenti dell’ICE”. Pensa te… noi invece pensavamo che l’istituzione della MVSN fosse dettata dalla duplice necessità di dare un inquadramento legale alle Squadre d’azione e, come in ogni rivoluzione, di istituire una milizia armata volta a difendere e potenziare la rivoluzione stessa. Invece a quanto pare era solo perché “non si fidava dell’esercito”. Appare evidente come questa ricostruzione fantasiosa della nascita della MVSN sia frutto più della volontà di far quadrare il proprio ragionamento ad ogni costo che di una reale volontà di chiarezza storica.
Un pizzico di woke non manca mai
Infine, poteva forse mancare la colpevolizzazione dell’uomo bianco europeo, occidentale, “strutturalmente razzista”? Ovviamente no, i profeti dell’anti-Europa ci vanno a nozze con questa filastrocca woke trita e ritrita, sia nella loro manifestazione liberal di stampo occidentale, sia – ed è questo il caso di Canfora – nella loro manifestazione “multipolare e anti-occidentale”. Basterebbe ricordare il delirio woke di Sergej Lavrov, in cui dipingeva l’Europa come la “panacea di tutti i mali” (“le Crociate, Napoleone, Hitler”). Un discorso non dissimile da quello portato avanti dal “multipolarista” Canfora, che nell’intervista descrive l’Occidente (bianco) come “luogo geometrico del razzismo, che si è sempre espresso attraverso la violenza”. Già… come se fossero soltanto gli europei nel corso della storia ad aver pensato di essere migliori degli altri, mentre tutte le altre etnie del globo sono assolutamente incapaci di disprezzarsi e uccidersi a vicenda (evidentemente anche il Genocidio in Rwanda, portato avanti negli anni ’90 da un gruppo etnico africano contro un altro, è colpa degli europei bianchi). E qui ora torniamo alla questione che abbiamo lasciato in sospeso all’inizio della riflessione: perché uno specialista di un determinato ambito sente la necessità di salire in cattedra e parlare d’altro? Perché un grecista e storico dell’antichità come Canfora sente la necessità di parlare di storia degli Stati Uniti? Perché un medievista come Barbero dovrebbe parlare di storia del comunismo o della Seconda guerra mondiale?
Gli sconfinamenti accademici
Si potrebbe obiettare che “anche se non è il loro campo, possono comunque esprimere delle opinioni personali”. Questo sarebbe vero se fossero al bancone davanti a una birra a chiacchierare tra di loro. In un’intervista o in una conferenza (quindi quando parla come istituzione, non come il privato cittadino) uno specialista serio “perde” il diritto di parlare del più e del meno, a maggior ragione se si tratta di una personalità nota al grande pubblico e quindi in grado di influenzare l’opinione pubblica. Perché se un professore universitario è legittimato a parlare ex-cathedra del più e del meno, non stupiamoci poi quando un ministro delle infrastrutture si mette a parlare di politica internazionale (ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente voluto).
Enrico Colonna