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Dal trauma alla potenza: il Giappone riaccende il nucleare. La sfida che riguarda anche l’Italia

by Sergio Filacchioni
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Roma, 11 feb – Il Giappone ha riavviato il reattore numero 6 della centrale di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande al mondo per capacità installata. A gestirla è la Tokyo Electric Power Company, la stessa società che controllava Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant al momento del disastro del 2011. Una scelta che ha un peso simbolico evidente: il Paese che più di tutti ha pagato il prezzo politico e psicologico dell’incidente nucleare decide oggi di tornare sull’atomo. Una dichiarazione di volontà e strategia che faremmo bene ad ascoltare.

Il Giappone e il “trauma atomico” del 2011

Nel marzo 2011 un terremoto di magnitudo 9.0 e il conseguente tsunami provocarono la fusione del nocciolo in tre reattori di Fukushima. Il Giappone chiuse progressivamente tutti i suoi 54 impianti. L’opinione pubblica si spaccò, la fiducia crollò, il nucleare passò dall’essere pilastro energetico a tabù politico. Oggi, a quindici anni di distanza, Tokyo non rimuove quel trauma: lo metabolizza. Dal 2012 il Paese ha istituito un’autorità di regolazione indipendente, ha imposto standard di sicurezza tra i più rigorosi al mondo, ha richiesto investimenti miliardari per adeguare gli impianti a nuovi criteri antisismici e anti-tsunami. A Kashiwazaki-Kariwa sono stati costruiti muri di protezione alti 15 metri, installate porte stagne e sistemi di emergenza ridondanti. Il riavvio del reattore 6 – dopo un breve stop tecnico legato a un allarme sulle barre di controllo – è il frutto di un percorso lungo e costoso. Non è un ritorno al passato. È un nucleare diverso, più controllato, più oneroso, ma anche più robusto.

Una strategia di lungo periodo che metabolizza i rischi

Prima del 2011 l’atomo copriva quasi il 30% del fabbisogno elettrico giapponese. Oggi è sceso all’8,5%. L’obiettivo del governo è riportarlo attorno al 20% entro il 2040. Una strategia che calcola il rischio sullo stesso piatto della necessità “storica” del Giappone: un Paese povero di risorse naturali che deve importare la quasi totalità dei combustibili fossili. L’esplosione dei costi energetici dopo il 2022 ha messo sotto pressione famiglie e imprese, e nel frattempo la domanda è cresciuta: data center, semiconduttori, intelligenza artificiale, manifattura avanzata. L’elettricità non è un bene neutro ma la base materiale della potenza industriale. In questo quadro il nucleare torna a essere ciò che è sempre stato: un grande generatore di valore reale. Produzione continua, alta densità energetica, basse emissioni dirette. Un’infrastruttura di lunga durata. Ma se le proteste e i timori non mancano, il dibattito giapponese sta diventando più pragmatico: i sondaggi mostrano un progressivo riequilibrio dell’opinione pubblica, soprattutto tra i più giovani.

Dal Giappone all’Italia: riaccendersi

Se il Giappone ha deciso di reintrodurre il nucleare tra le sue infrastrutture strategiche, l’Italia non può permettersi di restare a guardare — e, soprattutto, non parte da zero. Negli ultimi due anni qualcosa di significativo si è mosso nel nostro Paese, e di cui vi abbiamo già parlato in più riprese: l’Italia ha aderito all’Alleanza Europea per il Nucleare, un patto tra stati membri che condividono l’obiettivo di sviluppare capacità nucleare civile all’interno dell’Unione; al Parlamento è stata discussa e avanzata una legge quadro sul nucleare civile, concepita come strumento per consolidare l’indipendenza energetica nazionale nel quadro europeo; il Nucleare è stato inserito nel cuore delle strategie di transizione energetica e sicurezza degli approvvigionamenti, accanto alle rinnovabili e alla diversificazione delle fonti. Inutile ricordare che l’Italia importa già energia elettrica dall’estero, prodotta da centrali nucleari oltreconfine: ma ora non può più rinunciare alla produzione per godere soltanto dei benefici indiretti. È una posizione che non regge nel lungo periodo, soprattutto in un contesto di riarmo industriale europeo e di competizione globale sempre più serrata.

Nucleare e Italia: una sfida culturale

Ogni grande infrastruttura strategica in Italia incontra una resistenza sistematica. Rigassificatori, termovalorizzatori, alta velocità, trivellazioni, ora anche il nucleare di nuova generazione. Esiste una cultura del veto permanente che si ammanta di ambientalismo ma finisce per bloccare qualsiasi generatore strutturale di valore. Insomma, la sfida del nucleare non è solo tecnologica: è culturale. Riguarda la capacità di una nazione di pensarsi nel lungo periodo, di accettare la complessità, di sottrarsi alla logica infantile del consumismo, della deindustrializzazione e del “No” permanente. Il riavvio di Kashiwazaki-Kariwa non chiude la storia di Fukushima. La supera. Trasforma una ferita in esperienza. E ricorda all’Europa che la sovranità energetica non si costruisce con le buone intenzioni, ma con centrali, reti, competenze e decisioni politiche chiare. Chi teme ogni grande opera teme, in fondo, ogni grande responsabilità.

Sergio Filacchioni

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