Roma, 18 feb – Dopo la morte di Quentin Deranque a Lione, l’“Appello internazionale antifascista e antimperialista” firmato anche da Ilaria Salis, Mimmo Lucano ed Eliana Como non può più essere letto come un semplice documento di area. Va analizzato per ciò che è: un manifesto politico globale che chiama alla convergenza organizzata contro un nemico definito in termini totali e legittima una mobilitazione senza confini chiari.
Il manifesto antifascista per le “azioni concrete”
L’appello, pubblicato il 12 febbraio 2026 e rilanciato dal Comitato per l’Abolizione del Debito Illegittimo (CADTM), descrive un’avanzata planetaria dell’“estrema destra” accomunata da una serie di elementi: smantellamento dei diritti del lavoro, politiche migratorie restrittive, aumento della spesa militare, repressione, sorveglianza, austerità. Il quadro è quello di un conflitto globale tra capitale e popoli, tra imperialismo e resistenza. Fin qui, siamo dentro una narrazione ideologica coerente con la tradizione della sinistra radicale internazionale. Il punto politicamente più rilevante è però un altro. Il testo non si limita a un’analisi o a una denuncia. Invoca esplicitamente la necessità di “concordare azioni concrete” e di sostenere “la lotta dei popoli che resistono, anche quando sono costretti a imbracciare le armi”. Non è una formula neutra. È un passaggio che apre a una legittimazione politica della violenza come strumento di lotta, purché inscritta nella cornice dell’antifascismo e dell’antimperialismo. Tra i primi firmatari compaiono nomi di peso della sinistra globale come Jean-Luc Mélenchon, Jeremy Corbyn, Yanis Varoufakis e Annie Ernaux. Ma accanto a queste figure si collocano anche esponenti italiani oggi in ruoli istituzionali: Ilaria Salis e Mimmo Lucano, europarlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra, ed Eliana Como, membro dell’Assemblea nazionale della Cgil. Non attivisti marginali, ma rappresentanti con responsabilità pubbliche.
A Porto Alegre la nuova internazionale rossa
Il documento insiste sulla necessità di un coordinamento internazionale contro l’“aggressione imperialista”, cita esplicitamente la Palestina come esempio di situazione coloniale e chiude con una citazione di Che Guevara. La conferenza prevista a Porto Alegre viene presentata come un passo in un percorso lungo di mobilitazione unitaria e permanente. Il problema non è il diritto di esprimere un’opinione radicale. Il problema è la linea politica che si delinea quando l’antifascismo viene definito come lotta globale, strutturata, coordinata e aperta al sostegno di soggetti armati. In un contesto in cui, in Francia, un gruppo dell’area dell’antifascismo militante è sotto inchiesta per un’aggressione mortale, la richiesta di “azioni concrete” assume un peso diverso. Chi firma un appello di questo tipo si assume una responsabilità politica. Non basta rivendicare l’antifascismo come categoria morale. Occorre chiarire quali siano i confini delle “azioni concrete” evocate. Occorre spiegare se e in che misura si ritenga legittima la saldatura tra mobilitazione politica e conflitto fisico. Occorre distinguere nettamente tra opposizione democratica e militanza che considera lo scontro un esito naturale e auspicabile.
L’azione antifascista che non colpisce mai i centri di potere
C’è una contraddizione che merita di essere evidenziata. L’appello descrive una lotta globale contro il neoliberismo, l’austerità e l’espropriazione dei popoli. Eppure, nella prassi europea degli ultimi anni, l’antifascismo organizzato non ha colpito centri finanziari, organismi sovranazionali o grandi gruppi industriali. Ha colpito militanti politici, attivisti identitari, studenti. Paradossalmente, proprio quei settori che – seppur da una prospettiva opposta – muovono anch’essi una critica alla globalizzazione economica e alla finanziarizzazione. Mentre il lessico resta anticapitalista, molte delle posizioni sostenute da quell’area – superamento delle frontiere, indebolimento delle sovranità nazionali, primato dei diritti sulla politica – finiscono per coincidere con dinamiche che il grande capitale globale non ostacola affatto. È una tensione politica che non può essere ignorata: quando l’antifascismo si organizza e si radicalizza, contro chi si esercita realmente la sua forza? E chi beneficia della loro “riattivazione”, se i centri di potere restano fuori dal conflitto diretto?
Alzare la soglia di attenzione in Europa
L’Europa attraversa una stagione di polarizzazione crescente. In questo scenario, i manifesti che parlano di convergenza internazionale, di coordinamento globale e di sostegno a chi “imbraccia le armi” non sono semplici testi teorici. Sono segnali politici. E quando quei segnali portano anche firme italiane, il dibattito non può essere eluso. Non si tratta di criminalizzare le opinioni. Si tratta di pretendere chiarezza. Perché la linea che separa l’opposizione dura dalla legittimazione dello scontro è sottile. E dopo Lione, non è più una questione astratta.
Vincenzo Monti