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La magistratura ha fermato Mani pulite: la bomba sganciata da Di Pietro fa saltare il tabù

by Tony Fabrizio
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Roma, 05 marzo – C’è voluto un trentennio e il tramonto delle passioni ideologiche perché la verità emergesse, nuda e cruda, dalla voce di chi quel sistema lo ha cavalcato: Antonio Di Pietro. Negli studi di Restart, l’ex simbolo del pool ha sganciato una bomba atomica sulle fondamenta stesse del racconto collettivo italiano. Le sue parole non sono solo una rivelazione tardiva, ma hanno tutto il peso un atto d’accusa che squarcia il velo di ipocrisia steso su trent’anni di storia repubblicana. Di Pietro ha criticato aspramente la visione “filosofica” e postuma del collega Gherardo Colombo, accusandolo di aver snaturato il senso profondo di quelle inchieste. Ma al di là del merito della contesa, ciò che emerge è un dato politico inequivocabile: la magistratura italiana è stata per decenni un corpo monolitico capace di influenzare la democrazia, spesso privo di quei necessari pesi e contrappesi che solo una riforma strutturale può garantire.

Fu la magistratura e non la politica a fermare Mani Pulite

Quando l’uomo simbolo di Mani Pulite dichiara, senza giri di parole, che a fermare le grandi inchieste non è stata la “politica cattiva”, ma la magistratura stessa, il paradigma del conflitto tra poteri cambia radicalmente. Questa ammissione non è solo una nota a piè di pagina della storia, ma la prova definitiva di un sistema che ha perso la sua bussola democratica. Se un’indagine di tale portata viene interrotta non dalla legge, ma da dinamiche interne ai palazzi di giustizia, significa che siamo di fronte a un organismo che risponde solo a sé stesso, capace di decidere autonomamente quando accelerare e quando tirare il freno a mano. È a tutti gli effetti un sistema che si autoprotegge e conferma che il CSM e le sue correnti hanno agito come una “cupola” di controllo sulle indagini. Il racconto del creatore dell’Italia dei valori descrive una magistratura che agisce come un attore politico di primo piano, dotato di un potere di veto che scavalca la sovranità popolare. Se, dunque, il “fuoco amico” ha potuto spegnere la stagione dei processi è perché il confine tra accusa, giudizio e gestione del potere correntizio è diventato così labile da risultare invisibile. È qui che l’urgenza della riforma della Giustizia e il valore del referendum diventano non solo opportunità, ma imprescindibili doveri civici.

Due inchieste, un unico destino: il “fuoco amico”

Di Pietro, inoltre, traccia un parallelismo agghiacciante tra l’inchiesta milanese di Mani pulite e quella siciliana su Mafia-Appalti. Due percorsi che avrebbero potuto riscrivere la storia d’Italia e che invece sono stati troncati da quello che lui definisce un sabotaggio interno: a Palermo e a Milano. A Palermo il blocco è avvenuto con la violenza più estrema, “ammazzando chi se ne doveva occupare” – il riferimento a Falcone e Borsellino è persino lapalissiano – mentre a Milano la strategia è stata più sottile, ma altrettanto efficace attraverso la delegittimazione sistematica di chi guidava il pool. Per decenni ci è stata raccontata la favola della magistratura “eroica” costantemente assediata da una politica corrotta intenta a varare leggi ad personam, invece, l’ex magistrato di molisano rovescia il tavolo: “Questa idea che la politica ha fermato Mani Pulite, per come l’ho vissuta io, non è vera”. Se a fermare i magistrati sono stati altri magistrati, allora il problema non è fuori, ma dentro l’ordine giudiziario. Siamo di fronte a una struttura che, in momenti cruciali, ha preferito l’autoconservazione alla giustizia, trasformando i tribunali in campi di battaglia per il potere interno. Il cuore del problema, allora, non è il “palazzo” che resiste, ma una parte della magistratura che si fa “palazzo”. È l’ammissione di un cortocircuito interno in cui le correnti, gli equilibri di potere e, forse, le complicità indicibili hanno prevalso sulla ricerca della verità. Le “cose grandi” dette da Di Pietro sono la prova definitiva che il sistema attuale ha fallito nella sua missione di autoregolazione. Sostenere l’attuale riforma della magistratura non è un atto di ostilità verso le toghe, ma l’unico modo per salvarle da sé stesse.

Ecco perché la riforma è fondamentale e non più procrastinabile

Con questa riforma bisogna necessariamente rompere il correntismo con cui la magistratura è ammorbata. Se le inchieste vengono fermate per logiche interne significa che l’appartenenza a una “corrente” conta più della Legge e questa riforma deve scardinare questo sistema di potere. Occorrono responsabilità e trasparenza perché un potere senza contrappesi diventa casta. La separazione delle carriere e i nuovi meccanismi di responsabilità servono a garantire che nessun magistrato possa sentirsi così intoccabile da poter sabotare il lavoro di un collega “scomodo”. Solo così si potrà restituire dignità ai magistrati “soli”: la storia di Mafia-Appalti, infatti, insegna che i magistrati onesti vengono spesso isolati dai loro stessi vertici. Una riforma strutturale serve a proteggere chi vuole lavorare davvero, impedendo che il merito venga schiacciato da logiche di opportunità politica o associativa. Sic et simpliciter, se vogliamo che non ci siano più inchieste “fermate” nel silenzio dei corridoi dei palazzi di giustizia, dobbiamo avere il coraggio di cambiare le regole del gioco. La riforma della magistratura è l’ultimo treno per ridare ai cittadini la fiducia in uno Stato che non faccia più guerra a sé stesso.

“È una cosa grande quella che sto dicendo”, ha avvertito Di Pietro. È ora che la politica e i cittadini si dimostrino altrettanto grandi nel trarne le conseguenze. Trent’anni dopo, il velo di Maya è caduto. Se è stata la stessa magistratura a sabotare la sua stagione più gloriosa, allora il problema non è fuori, ma dentro. E l’unico strumento che il cittadino ha per curare questa patologia è la matita nell’urna. Il Sì è l’unica risposta possibile a un sistema che ha ammesso, per bocca del suo protagonista, di aver tradito la propria missione. È il passaggio da una magistratura che si sente “casta” a un ordine che serve lo Stato all’interno di regole chiare, equilibrate e moderne. La bomba lanciata dal magistrato d’assalto degli anni ’90 prestato alla politica è forse l’ultima chiamata: il sistema è imploso, ora tocca alla politica ricostruirlo.

Tony Fabrizio

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