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Se Giuseppe Conte scopre l’America (e il Fascismo) dopo ottant’anni

by Tony Fabrizio
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Roma, 06 mar – C’è qualcosa di teneramente fantozziano nell’improvviso sussulto di dignità nazionale che da qualche settimana a questa parte scuote i palazzi della sinistra e le pochette dell’avvocato Giuseppe Conte. La lite al Senato di qualche giorno fa tra Antonio Tajani, titolare della Farnesina, e l’ex avvocato del popolo – sempre che non sia una bega di bottega tra vecchie comari che si litigano il mancato vezzeggiativo del Tycoon – è solo l’epilogo della svendita della dignità personale, politica e istituzionale della parte onorevole dell’Italia.

La scoperta dell’acqua calda

Dopo decenni passati a considerare il patriottismo un rimasuglio polveroso da confinare nei raduni degli Alpini, a sputare sulla sovranità nazionale mentre ci propinavano un mondo senza confini né identità e predicavano il meticciato urbi et orbi, in preda ad un’orgasmica euforia (generalizzata) solo quattro anni fa per la possibilità di scegliersi il nuovo padrone, incuranti dell’avanzata dei carri armati col vessillo della falce e martello e dopo quasi un secolo trascorso all’ombra di quella storia riscritta e inventata, da declamare a piacere dell’esecutore, ecco che i nostri “illuminati” si svegliano dal torpore cosmopolita per farci una rivelazione sconvolgente: l’Italia è un protettorato americano.

Buongiorno! Benvenuti nella realtà. Ci hanno messo solo otto decenni, quasi un secolo. E c’è voluta una guerra mondiale persa che c’è costata qualche centinaio di basi Nato sparse sul suolo italico. Ma ben venga tutto perché finalmente il cortocircuito è completo.


La Sindrome di Stoccolma del 25 Aprile

Per anni e anni e fino a domani – perché, è chiaro che non siamo affatto fiduciosi nella loro onestà intellettuale – ci hanno raccontato che il 25 aprile fosse l’alba di una sovranità radiosa e assoluta. Hanno sventolato il tricolore sempre più timidamente fino a sostituirlo con quello arcobaleno o con qualsiasi altro straccio che non era che una pezza per non tenere in mano il drappo verde, bianco e rosso, convinti che la “liberazione” fosse stato un processo autarchico, dimenticando — per comodità ideologica — che la nostra libertà è stata scritta con l’inchiostro dei trattati di pace, secretati ancora oggi chissà perché, che ci hanno ridotto a rango di vassalli, chiamando addirittura una resa incondizionata con conseguente svendita totale con l’inganno dell’armistizio.

Oggi, vederli sfilare con la bandiera della pace in mano, al grido di Bella ciao in cui il partigiano che ha trovato l’invasor ( ma che non caccia!) mentre puntano il dito contro l’ingerenza di Washington è il colmo dell’ironia. Appare quantomeno paradossale, se non umiliante (per loro), protestare contro il padrone di cui hanno invocato la protezione per ottant’anni, sostituito con il padrone sovietico che loro desideravano, pur di non dover mai investire un centesimo nella nostra difesa nazionale. Sono orbi a tal punto che non vedono di aver barattato la sovranità con la sicurezza e ora si stupiscono che chi paga il conto decida anche il menù da “scegliere” ma solo ed esclusivamente su quella carta che si chiama Piano Marshall. Insomma, vogliono fare gli americani con gli americani, fare Usa & e getta con gli Usa.

Giuseppe Conte e il sovranismo di sinistra

Il mondo antifascista vive oggi il suo più grande smacco intellettuale. Hanno demonizzato ogni concetto di interesse nazionale tacciandolo di becero nazionalismo, preferendo sperare di sciogliersi nel fuso orario di Mosca nelle direttive del dipartimento di stato.

Ora che il vento della geopolitica soffia gelido e gli ordini di scuderia americani si fanno stringenti, la sinistra progressista e antifascista a trecentosessanta gradi, sette giorni su sette, ventiquattrore al giorno scopre che senza una vera indipendenza militare e politica, l’Italia è solo una pedina sulla scacchiera. E Giuseppe Conte in versione brutta copia di Marco Rizzo, con la gravitas di chi ha appena scoperto l’acqua calda, guida questa armata Brancaleone verso un “sovranismo di sinistra” che puzza di ipocrisia lontano un miglio. Non si può essere pacifisti a giorni alterni e sovranisti solo quando c’è da fare opposizione al governo di turno.


Giuseppe Conte e il cortocircuito finale

È l’ennesima giravolta di chi non ha mai avuto il coraggio di guardare in faccia la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale per quella che è stata. Una perdita di autonomia totale. Vogliono la pace, ma non sanno come garantirla senza lo scudo altrui. E vogliono la sovranità, ma hanno orrore della forza necessaria per esercitarla. Vogliono fare la voce grossa con gli USA. O meglio, vogliono che altri lo facciano al posto loro. Ma sono i primi a correre a chiedere legittimazione internazionale alle cancellerie estere.

I compagni, capeggiati da Giuseppe Conte, dovrebbero innanzitutto chiarirsi un concetto elementare. La sovranità non è un vestito che si indossa per una comparsata televisiva. È un muscolo che si allena con la coerenza, l’amor di Patria e il riconoscimento che la nostra dignità nazionale non è iniziata né finita con un corteo partigiano. Ma si costruisce ogni giorno difendendo i confini e gli interessi di Roma, non i desideri di Washington.

In sostanza, cosa denunciano?

Dall’atteggiamento che il circo progressista di casa nostra sembra reclamare in questi giorni, che purtroppo è il solo modo che conoscono di fare opposizione al governo e non un sussulto di dignità e una riscoperta di intelligenza, sembra che ci sia una inconfessabile nostalgia del nemico. Denunciando con foga la servitù militare e politica dell’Italia contro il ruolo di portaerei affondata nel Mediterraneo, in sostanza denunciano l’assenza di Fascismo.

Sì, perché l’unica esperienza storica in cui l’Italia ha tentato con l’amore se è possibile e con la forza se è necessario di essere un’entità imperiale nazionale, europea e mediterranea totalmente indipendente è stata quella mussoliniana. Quella fu l’unica vera parentesi di autarchia spirituale e materiale, globale e totalizzante. Il Fascismo costruì una Nazione capace di parlare da pari a pari con le potenze del mondo. E in ogni settore. La verità vera, e che è figlia del tempo, è quella secondo cui persino i detrattori del Ventennio avvertono oggi la mancanza di quella spina dorsale in camicia nera. Bentornati in Italia, dunque. Peccato che l’abbiate notata solo ora che non sapete più a chi dare la colpa dei vostri fallimenti.

Tony Fabrizio

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