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Sánchez, l’idolo di cartapesta degli “anti-Trump”: la retorica che colpisce ma non incide

by Sergio Filacchioni
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Sanchez

Roma, 10 mar – Nel giro di poche ore Pedro Sánchez è stato trasformato in un simbolo. Per una parte della sinistra europea è diventato il leader che osa sfidare Washington; per alcuni ambienti sovranisti, invece, il premier che avrebbe finalmente detto “no” agli Stati Uniti e alla guerra contro l’Iran. Il suo discorso alla nazione – “No alla guerra, no al fallimento del diritto internazionale, no a ripetere gli errori del passato” – è stato presentato come la prova che nel cuore dell’Europa stia emergendo una nuova autonomia politica. Una narrazione seducente, che ha trovato immediatamente eco sui media e sui social. Il problema è che il potere raramente si costruisce con i discorsi televisivi: molto più spesso segue le rotte degli aerei, la logistica militare e i rapporti di forza costruiti nel tempo.

Sánchez trasformato in idolo del dissenso

Ed è proprio su questo terreno, molto più concreto, che l’immagine eroica del premier spagnolo comincia a mostrare le sue crepe. Secondo quanto rivelato dal quotidiano spagnolo El Mundo, mentre il governo di Madrid proclamava il rifiuto di concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi spagnole per l’attacco all’Iran, nelle installazioni di Rota e Morón de la Frontera si registrava un traffico militare tutt’altro che ordinario. Tra il 27 febbraio e il 5 marzo – cioè nelle ore immediatamente precedenti e successive all’avvio delle operazioni – sono stati registrati almeno quaranta movimenti di velivoli militari statunitensi tra arrivi e partenze. Non si tratta di mezzi marginali ma di piattaforme logistiche fondamentali per qualunque operazione militare su larga scala: C-17 Globemaster, C-130 Hercules, C-5 Super Galaxy e soprattutto aerei cisterna KC-135 Stratotanker, indispensabili per il rifornimento in volo delle missioni a lungo raggio. La frequenza dei movimenti, circa otto voli al giorno, descrive un ponte logistico continuo tra le basi andaluse e il resto della rete militare occidentale. Una realtà che contraddice in modo evidente la rappresentazione di una Spagna estranea alla dinamica operativa del conflitto.

Coscienza pulita e mani sporche

Il punto, però, non è tanto l’esistenza di questi movimenti quanto il modo in cui essi vengono gestiti. Il meccanismo che consente di conciliare il “no” politico con la continuità delle operazioni è infatti relativamente semplice: gli aerei statunitensi non risultano formalmente diretti dal territorio spagnolo verso il Medio Oriente, ma presentano piani di volo verso altre installazioni NATO in Europa. Le destinazioni più frequenti sono le basi di Ramstein in Germania e di Sigonella o Aviano in Italia. Dopo una breve sosta tecnica, i velivoli proseguono verso l’area operativa. Dal punto di vista giuridico, questo consente a Madrid di sostenere di non aver autorizzato missioni offensive dal proprio territorio. Dal punto di vista strategico, tuttavia, la catena logistica resta intatta. È un classico gioco di triangolazioni geopolitiche: la Spagna può rivendicare un gesto politico di dissenso mentre l’infrastruttura militare dell’alleanza continua a funzionare senza interruzioni.

La Spagna è un pilastro NATO

Per comprendere davvero la situazione bisogna però guardare più in profondità, perché la questione non riguarda soltanto il comportamento di un singolo governo. Le basi di Rota e Morón sono formalmente installazioni spagnole, ma rappresentano da decenni due nodi centrali del sistema militare statunitense nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Rota ospita il quartier generale della U.S. Naval Forces Europe-Africa e costituisce uno dei principali hub logistici della Sesta Flotta americana. Morón, situata a circa settanta chilometri da Siviglia, è invece uno snodo fondamentale per le operazioni di trasporto e rifornimento verso Africa e Medio Oriente. In questo quadro, pensare che un governo nazionale possa controllare completamente l’uso di queste infrastrutture significa ignorare il funzionamento concreto dell’ordine strategico costruito dopo il 1945. Non a caso il sindaco di Rota ha ammesso apertamente che movimenti di aerei e navi continuano quotidianamente senza che le autorità locali ricevano informazioni sulle loro destinazioni. È una realtà che descrive con grande chiarezza il grado di integrazione – e di dipendenza – che caratterizza il sistema militare occidentale.

Sánchez e le pose “anti-Trump”

La polemica esplosa attorno a Sánchez dice quindi molto più sul clima politico europeo che sulla Spagna in sé. Ogni volta che emerge un leader che sembra pronunciare anche solo una frase di dissenso verso Washington – o meglio verso la Washington di Donald Trump – scatta immediatamente una canonizzazione mediatica che lo trasforma nel simbolo dell’opposizione all’imperialismo. È accaduto anche questa volta: nel giro di pochi giorni il premier spagnolo è stato presentato come il leader che rompe il fronte occidentale e difende il diritto internazionale. Eppure i fatti raccontano una storia molto meno drammatica. Non sorprende, in questo senso, la stoccata del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, che ha ricordato come le condizioni di utilizzo delle basi italiane siano sostanzialmente identiche a quelle spagnole. La differenza, ha osservato con una punta di ironia, è che Madrid viene celebrata come esempio di indipendenza mentre gli altri governi europei vengono additati come comprimari o addirittura “complici”.

Gli strumenti concreti che servono all’Europa

Il punto, tuttavia, non è liquidare la posizione di Sánchez come semplice ipocrisia. In teoria, il premier spagnolo tocca un nodo reale della politica europea: la difficoltà del continente di sviluppare una vera autonomia strategica all’interno di un sistema di sicurezza costruito dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. Il problema è che questa autonomia non può nascere da dichiarazioni politiche o da gesti simbolici, ma richiede strumenti concreti che l’Europa, almeno finora, ha dimostrato di non possedere. Negli ultimi mesi qualcosa si sta muovendo proprio in questa direzione. Il dibattito sul riarmo europeo, rilanciato dalla Commissione e sostenuto da diversi governi nazionali, punta a mobilitare centinaia di miliardi di euro per rafforzare la capacità militare del continente e sviluppare una base industriale della difesa realmente europea. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha insistito più volte sulla necessità che l’Unione si assuma una responsabilità diretta nella propria sicurezza, accelerando la cooperazione militare e rafforzando l’industria degli armamenti del continente. E paradossalmente proprio il governo spagnolo, è tra quelli più prudenti quando si tratta di dotare l’Europa degli strumenti materiali dell’indipendenza: ha sostenuto in linea generale il rafforzamento della difesa europea, ma si è opposto a una narrativa esplicita di riarmo, ha cercato di contenere l’aumento della spesa militare e non ha mai messo realmente in discussione l’architettura strategica atlantica di cui la Spagna è uno dei pilastri nel Mediterraneo.

Costruire i mezzi della sovranità

Si tratta di un passaggio che apre una questione molto più ampia della polemica su Sánchez. Se l’Europa vuole davvero emanciparsi dal dispositivo strategico costruito dagli Stati Uniti nel 1945, la strada non passa né per l’antiamericanismo rituale né per la fuga massimalista dalla realtà. Passa, molto più concretamente, per la costruzione di un potere continentale capace di sostenere la propria sicurezza: industria militare integrata, autonomia tecnologica, infrastrutture energetiche comuni e una struttura politica in grado di prendere decisioni strategiche. Senza mezzi materiali, senza capacità industriale e senza una vera volontà politica comune, qualunque discorso sull’autonomia resta confinato nel terreno della retorica. O peggio della propaganda anti-Trump. Perchè tra l’esprimere un dissenso e costruire una strategia c’è una distanza enorme, e finché l’Europa non l’affronterà, continuerà a vivere dentro un sistema di sicurezza che altri hanno costruito e che altri, in ultima analisi, controllano. E allora può anche capitare che un governo dica “no alla guerra”. Ma se le infrastrutture strategiche restano le stesse, se le catene logistiche non cambiano e se il continente non dispone di strumenti propri, la realtà continuerà a seguire la sua strada. Quella degli aerei che decollano, indipendentemente dalle parole pronunciate davanti alle telecamere.

Sergio Filacchioni

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