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25 aprile, se il dispositivo antifascista collassa la destra non deve salvarlo

by Sergio Filacchioni
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Roma, 27 apr – Il 25 aprile di quest’anno ha mostrato in maniera evidente qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava impossibile: la guerra civile interna dell’antifascismo italiano. Non una frattura occasionale, non una giornata “rovinata dagli estremisti”, non il solito problema di ordine pubblico da archiviare con due dichiarazioni istituzionali. Quello che è accaduto nelle piazze italiane indica la decomposizione di un blocco politico, culturale e simbolico che per decenni ha preteso di rappresentare la coscienza morale della Repubblica.

Cronaca di un altro 25 aprile divisivo

La cronaca è quella di una giornata di scontro campale. A Milano, la Brigata Ebraica è stata contestata e insultata. La frase riportata da Emanuele Fiano – “siete solo saponette mancate” – che sarebbe stata rivolta contro lo spezzone ebraico del corteo, dimostra in quale terreno scivoloso stiamo entrando. A Roma due iscritti all’Anpi sono stati feriti da colpi di pistola ad aria compressa. Sempre nella capitale, militanti radicali e di Più Europa sono stati aggrediti mentre portavano bandiere ucraine; lo stesso Matteo Hallissey è stato medicato dopo essere stato colpito con spray al peperoncino. A Bologna, una bandiera ucraina è stata strappata e allontanata dal corteo. Sempre a Milano la Brigata Ebraica, dopo ore di tensione, è stata scortata fuori dalla manifestazione dalla polizia.

Per anni ci è stato spiegato che il 25 aprile sarebbe divisivo solo per chi non accetta la democrazia, solo per chi conserva nostalgie inconfessabili, solo per chi si pone fuori dal perimetro civile. La formula “il 25 aprile è divisivo solo se sei fascista” era comoda, perché trasformava ogni riflessione critica in patologia politica. Ma il 2026 ha tolto a quella formula il suo presupposto. Oggi il 25 aprile è divisivo dentro l’antifascismo. Divide liberali occidentalisti e comunisti terzomondisti, filo-ucraini e filorussi, sostenitori della Brigata Ebraica e militanti pro-Palestina, eredi della Resistenza istituzionale e antagonisti che ne occupano fisicamente le piazze. E la divisione non nasce su temi marginali, ma nel cuore stesso del mito resistenziale.

Tutti contro i fascisti

Inutile dirlo, parlare di “fascisti col fazzoletto rosso” come ha fatto Il Riformista, serve solo a confondere maggiormente le acque. Il problema non è che una parte dell’antifascismo abbia improvvisamente “tradito l’antifascismo”. Il problema è che l’antifascismo, come compromesso storico, contiene da sempre materiali incompatibili. Cattolici democratici, comunisti, azionisti, liberali, repubblicani, socialisti, mondo ebraico, apparati dello Stato, cultura resistenziale e internazionalismo rivoluzionario hanno convissuto dentro una stessa cornice perché quella cornice serviva a “gestire” l’Italia del dopoguerra. Soprattutto, è servito a stabilire chi avesse titolo a parlare in nome della Repubblica e chi dovesse restare per sempre nella zona dell’impresentabilità.

Quella cornice ha funzionato finché il nemico era collocato nel passato e finché il presente poteva essere gestito attraverso una liturgia comune. Ma appena la storia è tornata a imporre conflittualità, scelte reali, il compromesso si è spezzato per lasciare spazio a una lotta su quale sia la “vera legittimità” antifascista. Israele, Palestina, Ucraina, Russia, Occidente, NATO, globalizzazione, sovranità, guerre: su questi dossier il fazzoletto rosso non basta più.

La morale che sostituisce la politica

In questo senso, ciò che è successo alla Brigata Ebraica è il caso più rivelatore. Se nel racconto resistenziale ufficiale ha rappresentato da sempre un frammento perfettamente legittimo della “lotta contro il nazifascismo”, nel nuovo immaginario terzomondista delle piazze pro-Palestina, quel simbolo viene trascinato dentro il presente mediorientale e trasformato in un corpo estraneo da espellere. L’ebreo combattente che ieri serviva alla narrazione antifascista oggi diventa, agli occhi di una parte della stessa piazza, il rappresentante di Israele, quindi il bersaglio. Il cortocircuito è il risultato di un antifascismo che ha sostituito alla visione politica una morale mobile, capace di cambiare bersaglio a seconda della stagione.

E lo stesso vale per l’Ucraina. Se nel racconto liberal-occidentale, la bandiera ucraina è il simbolo di un popolo invaso, della resistenza contro l’aggressione russa, della difesa dell’Europa orientale, nel campo antagonista e terzomondista, rappresenta il vessillo della NATO, dell’atlantismo, del “nemico principale”: l’Occidente bianco. Così accade che, nel giorno in cui si dovrebbe celebrare la resistenza all’invasore, venga aggredito chi porta la bandiera di un Paese invaso. Ma è una contraddizione solo per chi prende ancora sul serio la retorica ufficiale. Per chi guarda la struttura politica del fenomeno, è perfettamente coerente: il 25 aprile non celebra un principio, ma un’appartenenza. E quando l’appartenenza cambia, cambia anche il nemico.

La fine di un rito “unitario”

Il risultato è un paesaggio grottesco: tutti accusano gli altri di essere fascisti. I pro-Pal accusano la Brigata Ebraica di nazismo; i liberali accusano gli antagonisti di essere “fascisti rossi”; i filorussi accusano i filo-Ucraini di stare con gli euronazisti; i terzomondisti accusano gli occidentalisti di essere complici dell’imperialismo; gli apparati istituzionali chiedono ordine, mentre la piazza mostra di non riconoscerne più l’autorità simbolica. La parola “fascista”, usata per decenni come arma assoluta, si consuma per inflazione e diventa una moneta svalutata buona per ogni scontro e quindi sempre meno capace di definire qualcosa.

Questa è la vera fine del 25 aprile come rito politico unitario. Ma non è detto che questa corsa ad accaparrarsi il “vero” 25 aprile sarà meglio. Un rito politico serve a ordinare il campo, a stabilire una gerarchia simbolica, a produrre appartenenza. E il 25 aprile è sempre servito a questo: dire chi sta dalla parte giusta della storia, chi può parlare in nome della libertà, chi deve restare sotto processo permanente. Inutile dire che per chi coltiva ambizioni politiche differenti da questo circo, non esiste un 25 aprile “puro” (non-rosso) da restaurare. Esiste solo nei discorsi dei professionisti della memoria, nelle cerimonie istituzionali, nei comunicati composti con il lessico della coesione nazionale. Ma nelle piazze reali non c’è, e non perché siano arrivate improvvisamente orde di estremisti a contaminarla ma perché la sua storia politica è arrivata a fine ciclo.

L’errore della destra

Da qui discende anche l’errore di una parte della destra, che prima, durante e dopo la giornata si è rivelato apertamente. Di fronte al collasso del rito unitario, alcuni pensano di potersi accreditare come i nuovi interpreti “responsabili” del 25 aprile. L’idea è nota: entrare nella festa, rivendicare i partigiani bianchi, cattolici, liberali, anticomunisti, magari spiegare che anche la destra democratica ha titolo a partecipare alla “Liberazione”. È la tentazione di chi vuole ottenere cittadinanza dentro il dispositivo che per decenni lo ha escluso. Ma è una tentazione subalterna. La destra che vuole “prendersi il 25 aprile” non capisce che quel terreno non è neutro. È una macchina simbolica costruita per produrre legittimazione antifascista e delegittimazione dell’avversario. Entrarci significa accettarne la grammatica e riconoscere che la propria rispettabilità passi ancora da lì, da quella data, da quel lessico, da quella genealogia.

Il fatto che siano stati contestati anche i tentativi moderati e istituzionali di presenza nei cortei conferma il punto. Non c’è una destra “abbastanza presentabile” da essere accolta stabilmente in quello spazio. Perché lo spazio vive della possibilità di espellere qualcuno. Il suo fondamento non è la partecipazione, ma la selezione morale. Anche quando si apre, lo fa per cooptare; quando si sente minacciato, chiude; quando si frattura, cerca un nuovo escluso su cui ricompattarsi.

Rifiutare il rito e il dispositivo

Il compito della destra, allora, non dovrebbe essere quello di accreditarsi dentro il 25 aprile. Dovrebbe essere quello di accelerarne la perdita di centralità nel discorso civile, storico e culturale dell’Italia. Non con la posa sterile della provocazione, non con la nostalgia opposta alla liturgia resistenziale, non con l’ennesima battaglia di testimonianza. Ma con una strategia culturale più seria: smettere di riconoscere al 25 aprile il ruolo di tribunale della storia nazionale. Sottrargli il potere di stabilire chi sia legittimo. Rifiutare la premessa secondo cui la Repubblica debba continuare a fondarsi su una guerra civile eternizzata e ritualizzata. Riconoscere apertamente che la festività non ha prodotto l’effetto promesso: nessuna memoria condivisa, nessuna coscienza nazionale, ma soltanto una setta civile sempre più stanca, sempre più aggressiva, sempre più incapace di reggere il confronto con il presente.

Il 25 aprile del 2026, in questo senso, è stato utile. Ha mostrato che il compromesso antifascista non riesce più a tenere insieme i suoi eredi. Ha mostrato che la superiorità morale può convivere serenamente con l’insulto, l’intimidazione, l’aggressione. Ha mostrato che la parola “fascismo”, ripetuta come formula magica, oggi serve soprattutto a coprire conflitti che non si ha il coraggio di nominare.

Per non scambiare il partigiano col marines

La conclusione, per chi non ha interesse a salvare quel mondo, è semplice. Il 25 aprile va lasciato al suo destino. Ogni anno le sue contraddizioni saranno più visibili, ogni anno la distanza tra liturgia istituzionale e piazza reale diventerà più larga, ogni anno il suo monopolio morale apparirà meno credibile tanto quanto la rabbiosità delle sue fazioni si paleserà nella contesa. Perché dargli una stampella, o peggio, una nuova giustificazione? Vi siete forse innamorati di chi tiene in ostaggio l’Italia da ottant’anni? Avete finito per credere veramente alla parola “liberazione”? Scambiare la figura del partigiano con quella di un fante americano non vi servirà a niente, “poiché – come ci ricorda Romualdi – la guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America”.

Finché la destra cercherà di essere ammessa, finché cercherà un padrino nobile da oltre oceano, continuerà ad alimentare l’autorità di chi ha occupato l’Europa. Quando smetterà di farlo, il 25 aprile apparirà per ciò che è: il residuo di un compromesso esaurito. Un campo di battaglia tra eredi che non si riconoscono più, ma pretendono ancora di parlare a nome di tutti.

Sergio Filacchioni

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