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La lezione di Desmond Morris: il calcio sarà sempre una questione tribale

by Roberto Johnny Bresso
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Roma, 25 apr – È morto all’età di 98 anni lo zoologo, etologo, sociologo e pittore surrealista inglese Desmond John Morris. Conosciuto globalmente per l’opera del 1967 La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo, nella quale la tesi di fondo è che l’uomo abbia degli istinti che lo definiscono ben chiaramente, che sia naturalmente diviso in tribù. E che il suo stesso corpo lo caratterizzi come un animale pre simbolico. Una “scimmia nuda”, cioè senza i peli, appunto. Destinato per natura alla guerra, vera o simulata che sia.

Un penna comprensibile ed ironica

Il libro ebbe un successo clamoroso, tanto da ispirare anche l’amico Stanley Kubrick per la celeberrima sequenza iniziale di 2001: Odissea nello spazio. Vendette dieci milioni di copie e fu tradotto in trenta lingue.

A differenza di tanti sociologi inutilmente pomposi, Morris aveva il dono di scrivere in maniera facilmente comprensibile e quasi ironica. Inutile dire che poi arrivò il ’68 e tutta l’accademia dei sociologi di sinistra passò decenni a cercare di screditare le sue tesi. Senza però poter fare molto per diminuirne l’immensa popolarità.

La tribù del calcio

Da grande tifoso di calcio (dell’Oxford United, di cui fu anche dirigente, e del Galles, dal quale provenivano i suoi antenati), nel 1981 diede alle stampe La tribù del calcio (The Soccer Tribe). Ovvero uno dei primi studi approfonditi e senza facili moralismi sul fenomeno del tifo calcistico, anche nelle sue forme violente. Morris ci spiega come il calcio non sia altro che una guerra simulata, con l’uomo che nel tempo si è trasformato da cacciatore a calciatore. Inoltre, mentre fino ad allora i tifosi venivano considerati entità singole, lui ci spiega come in realtà l’appartenenza ad un gruppo di tifosi sia tutto tranne che un comportamento disorganizzato. Ma anzi sottenda l’accettazione di strutture ben delineate nei quali i suoi membri si riconoscono. Morris inoltre definì il fenomeno ultras come “manifestazione del tribalismo sano e intrinseco all’essere umano”.

Ebbene, in questo mondo contemporaneo apparentemente sempre più libero, nel quale possono esistere millecinquecento forme accettate di sessualità, paradossalmente altre forme di tribalismo, viste come retaggio di una cultura prettamente maschile e guerresca, devono essere smantellate e rese talmente inaccettabili da essere destinate all’abbandono. Ovviamente il tifo calcistico come lo si è sempre inteso è uno dei principali nemici di questo sentire progressista, dato che permette ad un certo numero di individui di riconoscere valori e comportamenti spesso in contrasto con quelli accettabili dalla comune vulgata.

Un palco all’opera?

Ecco quindi che ultimamente si pretende che le gradinate dello stadio debbano essere vissute come quelle di un palco all’opera. Non parliamo di comportamenti razzisti o antisociali, ma anche una semplice espressione di dissenso o di “tifo contro” deve essere totalmente stigmatizzata. Due esempi nelle ultime settimane sono ben esemplificativi di tutto ciò: Alessandro Bastoni, calciatore dell’Inter reo di aver simulato un fallo durante la partita contro la Juventus, da allora viene beccato in tutti gli stadi italiani con bordate di fischi. Tutto normale, ovviamente, fa parte del gioco. E invece no, apriti cielo! Inviti da mass media e addetti ai lavori a smetterla di “umiliare” il povero ragazzo, che non si fa, che è un patrimonio del nostro magnifico calcio, che da dodici anni non va ai Mondiali e che ha stadi che cadono letteralmente a pezzi.

Domenica scorsa poi ci ha pensato Mike Maignan a mettere in piedi un penoso teatrino. Durante Verona-Milan è stato beccato con fischi dalla Curva Sud veronese e lui ha pensato fosse opportuno andare a piangere dall’arbitro, millantando insulti razzisti, menzogna poi ovviamente ripresa dai nostri integerrimi giornalisti. Sarà che chi scrive è cresciuto sulle gradinate anni ’80 e ’90, tempi nei quali i calciatori subivano senza colpo ferire insulti ben più pesanti e ripetuti. Ma forse sarebbe il caso di ricordare la lezione di Desmond Morris, non solo per quanto riguarda il calcio. L’essere umano, senza passioni e riti tribali, non è altro che un contenitore vuoto che può essere riempito e distratto da qualsiasi sciocchezza gli venga imposta dall’alto.

Roberto Johnny Bresso

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