Roma, 24 marzo – L’esito dell’ultima consultazione sulla riforma della magistratura non è solo un dato numerico, ma un manifesto politico che sembra uscito direttamente dalle pagine di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Mentre il dibattito pubblico è stato abilmente deviato verso una generica “riforma della giustizia”, la realtà dei fatti ci riconsegna una verità più circoscritta e amara: si è votato sulla struttura del potere giudiziario e il risultato è la vittoria dello status quo.
La semantica dell’inganno: magistratura vs giustizia
È fondamentale partire da una distinzione terminologica che è, in realtà, sostanza politica. Non si è votato per apportare modifiche al sistema giudiziario che potessero accelerare i processi, per garantire la certezza della pena o per snellire la burocrazia dei tribunali, quella “giustizia che interessa ai cittadini, secondo i soloni dei salotti televisivi che, invano nei loro sproloqui e soliloqui cercavano risposte a questioni che non erano nemmeno sul piatto della bilancia: si è votato sull’assetto interno della magistratura. Confondere i due termini è stato il primo passo per quella che potremmo tranquillamente “operazione gattopardo“, ovvero convincere l’elettorato che difendere l’attuale assetto correntizio fosse un atto di salvaguardia democratica, quando in realtà si è trattato di blindare un sistema che protegge se stesso. E non gode nemmeno di legittimazione popolare.
Tutto cambia perché nulla cambi
La dinamica a cui abbiamo assistito è una rielaborazione moderna del cinismo di Tancredi, anima della giovane Italia del romanzo Il Gattopardo. Le timide proposte di modifica sono state presentate come pericoli autoritari, spingendo il corpo elettorale — o la parte di esso che ancora partecipa — a rifugiarsi nell’immobilismo. L’elettorato è stato, di fatto, il protagonista della conservazione del loro potere: invece di una “sciabolata” necessaria per recidere il legame tra correnti e cariche, ha preferito mantenere il velo di Maya. Si parla di rinnovamento nei talk-show che sono diventati i nuovi parlamenti, ma nelle aule e nei palazzi del potere il respiro rimane lo stesso, affannoso e autoreferenziale.
Il paradosso della casta: coerenza e memoria corta
L’aspetto più stridente di questa analisi risiede nel comportamento di quell’elettorato che, solo pochi anni fa, cavalcava l’onda del populismo chiedendo a gran voce la riduzione della (loro!) rappresentanza e il taglio dei privilegi della politica. Oggi, quegli stessi umori sembrano essersi congelati di fronte alla magistratura. È il paradosso politico per eccellenza: ieri si votava per ridurre il numero dei parlamentari in nome della lotta alla “casta”, oggi preserva intatta una “casta” giudiziaria, garantendo che i meccanismi di autogoverno rimangano impermeabili a qualsiasi vera meritocrazia o responsabilità. Invece di colpire i privilegi, il voto (o il non-voto che porta alla vittoria del “No” di fatto) ha finito per erigere un muro di protezione attorno a un sistema che ha dimostrato, negli ultimi anni, tutte le sue fragilità etiche e strutturali.
Una sciabolata mancata
La riforma è stata bocciata perché non perché fosse pericolosa, ma perché era chiaramente scomoda. Era una minaccia al monopolio del potere e faceva paura perché si poteva perdere il controllo, se non il comando, delle cose. La sinistra, che arranca sempre di più, avrebbe potuto capitolare definitivamente, se il potere delle correnti della magistratura fossero state limitate, se non eliminate. Il risultato, altro paradosso, è una vittoria di Pirro per la democrazia: abbiamo preservato l’indipendenza formale della magistratura, ma abbiamo perso l’occasione di renderla davvero trasparente e vicina ai cittadini. Ancora una volta, in Italia, la grande trasformazione si è risolta in un ritocco di immagine superficiale. La casta ringrazia, il sistema respira e il cittadino resta in attesa di una giustizia che non arriva, mentre la magistratura si gode il suo eterno, gattopardesco presente.
Resta, quindi, solo la magra consolazione di avere visto la sinistra fare quadrato per difendere la magistratura, la democrazia (se così credono), la Costituzione – che è già stata cambiata già diciotto volte tra il mutismo selettivo generale, ma sarebbe diventato uno scempio se, proponendo due Csm, si sarebbe dovuto dire in Costituzione, modificandola, che il Presidente della Repubblica, non avrebbe presieduto più un Consiglio Superiore della Magistratura, bensì li avrebbe dovuto presiedere entrambi – e qualsiasi cosa esistente di difendibile, compresa – capolavoro di tutti i paradossi! – la struttura giudiziaria corporativa, concepita dall’allora Guardasigilli Dino Grandi per rendere la magistratura un corpo separato, un “ordine” chiuso capace di autogovernarsi. Il solo paradosso che non hanno utilizzato, e non ce ne stupiamo, è quello della data scelta dal referendum, secondo cui, ancora una volta, qualcosa nata e confermata il 23 marzo è destinata a durare. In eterno. Magra consolazione, però, davanti a video che “inchiodano” (- si può dire? Sì!) una gran parte della magistratura napoletana – a lavoro, forse, c’era solo Gratteri impegnatissimo a dare la caccia a indagati, condannati e massoni (semicit.) – che festeggia al grido di Bella Ciao e di “Chi non salta Imparato è”, loro collega togata schierata a favore del Sì, come se fosse un coro qualunque. Senza che qualcuno si faccia due domande o una domanda sola. Forse, la risposta è fin troppo evidente. È la stessa risposta che dovranno darsi quando si chiederanno se David Rossi sia stato ammazzato, quando il maranza di turno stuprerà le loro nipoti, quando l’immigrato spaccherà la vetrina del negozio della loro boutique di abiti sartoriali di fiducia, quando il figlioccio di Cospito, già condannato a cinque anni per associazione terroristica e che risponde al nomignolo di Bomabrolo, può fabbricare un ordigno esplosivo in un parco pubblico di Roma perché è stato assolto in appello, quando in un torto giudiziario potrete incapparci anche voi, perché prima o poi, può capotare a ognuno qualsiasi cosa. Compreso di cambiare per non cambiare.
Tony Fabrizio