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Il Mediterraneo come sfida alla decadenza: Capri, Evola e Marinetti

by Michele Iozzino
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Roma, 26 marzo – Stretta nel caldo abbraccio del Tirreno e di quello più languido dei sui visitatori, la Capri di inizio Novecento aveva una sua stravagante ragion d’essere. “Isola peccaminosa”, “Isola pagana”, luogo di ritrovo per i piaceri nascosti e proibiti di mezza Europa. Un turismo ante litteram, ma già decadente, spossato, fatuo. Un curioso chiaroscuro rispetto alla sua natura solare, mediterranea, addirittura imperiale, essendo pur sempre stata nel tempo dimora di imperatori come Augusto e Tiberio.

Un incontro impossibile

Per l’Evola mondano di Notturno europeo, la Capri dell’epoca assomiglia a una “mascherata permanente”, in cui tutto è scaduto nel pittoresco, persino la sua fama di luogo di perdizione, con i suoi erotismi estenuati e i suoi eccessi, come quelli della famigerata villa di Fersen. Villa effettivamente mezza disabitata quando Evola calca le vie dell’isola, poiché l’eccentrico barone Fersen a cui la villa apparteneva vi morì nel 1923, vale a dire dieci anni prima del viaggio di Evola. Ad amare l’isola, però, non erano solo gli stravaganti ricconi di una sorta di internazionale del vizio, ma anche, all’opposto, i futuristi. Quest’ultimi attratti forse da quella stessa “aerità” che per Evola è caratteristica fondamentale di Capri. Qui, a suo modo di vedere, “il mare del sud presenta un costante elemento di pericolo, dico spirituale”. Un pericolo che precisa così: “In questo clima aereo di Capri vien cosa naturale dimenticare se stessi, svuotarsi, diffondersi in una specie di calma e pur appassionata estasi per via della quale il tempo vi scorre quasi imponderabilmente e vi nasce una insofferenza acuta per ogni specie di azione e di tensione”. Un’insidia della mollezza e del rilassamento, un eccesso di sensualità che cattura quasi fosse il canto delle sirene nella bonaccia di agosto. A questa pericolosità Marinetti avrebbe forse risposto citando il suo Mafarka: “Bisogna preparare e coltivare tutti i pericoli, per disciplinare il piacere acuto di sfuggir loro”. E chissà cosa si sarebbero detti i due se si fossero davvero incontrati per le vie di Capri.

Per i futuristi Capri è L’isola dei baci, titolo del romanzo a doppia firma Corra e Marinetti, del quale i due sono anche i protagonisti. L’anno è di quelli importanti, il 1915, coronato dall’entrata in guerra dell’Italia dopo mesi di intensa campagna interventista e dalla pubblicazione del manifesto del Teatro sintetico futurista. Ma “la troppo intensa partecipazione alla vita febbrile della nostra epoca guerresca e rivoluzionaria”, ha fiaccato perfino due dinamo umane come Corra e Marinetti, costretti a concedersi una vacanza di quindici giorni. Dove? Neanche a dirlo, a Capri. Le cose si fanno scottanti già sul piroscafo che dalla Banchina dell’Immacolatella a Napoli li porta sull’isola. A incuriosire i due sono un gruppetto di misteriosi viaggiatori: “Sono dieci o dodici uomini d’età diversa, evidentemente ricchi, ma dai modi insoliti e tutti legati da un incomprensibile interesse comune”. Raffinati e cosmopoliti riuniscono banchieri, nobili sfaccendati, musicisti ebrei, poeti delicati. Uno strano caravanserraglio che dice di recarsi a Capri non per quale svago ma addirittura per una riunione politica di vitale importanza. Questo è il tipo umano intimamente spossato e torbido, di cui Evola ha fatto presagire l’eco.

La nuova religione internazionale

L’obbiettivo del gruppo è quello di una “nuova religione internazionale”, di cui discutono in congresso al chiuso della Grotta Azzurra. I punti cardine sono quelli “della pace necessaria, del disarmo universale, della lega delle intelligenze pure, della musica pacificatrice, della Santa lentezza”. Pedanti, pingui e rosei si sognano artefici di una nuova grecità, custodi di una bellezza eternata ma immobile, un grigiastro crepuscolo senza slanci o turbamenti. Il tutto passando da una condanna (pacata) della guerra e un’apologia della diserzione. È il rifiuto di tutto ciò che è moderno, veloce, conflittuale, dalla luce elettrica alle rivoluzioni. “Così l’Umanità, liberata dalla violenza, dal progresso, dalla guerra e dalla rivoluzione, l’Umanità disarmata, blanda, mite, imbelle, carezzevole, sospirosa, bene vestita e profumata vivrà e amerà in pace sotto le leggi savie emanata da Capri, con un’unica Religione, la nostra, con un’unica solidarietà Internazionale, la nostra”, questo l’augurio e lo scopo finale. Ma nel loro manifesto programmatico c’è anche spazio per un altro, insospettato, dettaglio: la contrarietà alle donne e la volontà di espellerle dall’isola.

Come il Barone Fersen, anche la combriccola del “Congresso Rosa” è dedita agli amori omosessuali. Disprezzano la volgarità della donna, di cui celebrano un funerale simbolico. Gli amori normali, quelli tra uomo e donna, sono definiti ributtanti. Il discorso funebre si chiude con una condanna di entrambi i sessi: “La donna ama gli eroi. Un eroe è sempre mal vestito. Un eroe ha necessariamente le mani sporche”. Si spiega così anche quello strano sottotitolo, “romanzo erotico-sociale”, che L’isola dei baci porta con sé. Il “controveleno” a cui ricorrono Corra e Marinetti per stroncare le macchinazioni del è quello di arruolare quante più donne possibili, farle ubriacare e irrompere al funerale. Abbiamo “Rosa Stellina, bruna, snella, elegante, chiassosa, intelligentissima napoletana, canzonettista rinomata che non cantava quasi mai” e altre sue festanti amiche, come lei procaci, golose, allegrissime, dai clienti affezionatissimi. Ne nasce una zuffa surreale in cui ad avere la peggio sono proprio i congressisti.

Progressismo e passatismo

Si ribaltano qui alcuni stereotipi come la misoginia dei futuristi e non solo. Siamo abituati a leggere l’omosessualità come qualcosa di legato alla sinistra, ai tempi che cambiano, al progresso, dentro il quadro di una religione dei diritti universali in cui ogni anormalità, ogni stranezza, diventa il pretesto di una nuova minoranza da difendere, in cui ad esistere è solo l’individuo astratto a cui vanno aggiunti – come per un’addizione algebrica – diritti disincarnati, in cui anzi questo disincarnarsi, questo prevalere di qualsiasi volontà desiderante sulla realtà, sembra essere lo scopo ultimo. Per l’oggi il mondo gay è al tempo stesso una categoria protetta, liberante proprio per via della sua diversità, e una nuova normalità da imporre, spacciando il tutto come una sorta di passo in avanti contro chissà quali tempi bui.

Al contrario, ne L’isola dei baci l’amore omosessuale diventa il simbolo della sterilità e dell’assenza di vitalità del reazionarismo più retrivo. È l’estatico sogno immobile dei nostalgici, è l’assurdità del kitsch, il voler tornare ad un tempo vuoto, indistinto. È il sogno di una pace perpetua, è la sopravvalutazione di ogni brutta moderazione, che infatti traligna in civetteria, rancore, odiosità. È una finzione del mito, disconoscimento della femminilità così come della virilità. Non è un caso che a rompere l’inganno del “Congresso rosa” sia la violenza autentica dei due protagonisti e delle donne di strada, l’erompere di una forza viva, erotica, ardita, pericolosa. Paradossalmente ma non troppo, sradicamento e nostalgia vanno di pari passo, il progressismo politico diventa il prolungamento di un passatismo spirituale. Entrambi sotto il segno di uno svuotamento, di un annullamento nell’indistinto, di una impotenza cronica.

“L’elemento fluido è infido”

Tutto questo ovviamente vale molto di più che come semplice critica dell’omosessualità. Anzi, ritroviamo nella mollezza del “Congresso rosa” quello stesso “pericolo spirituale”, di cui scrive Evola nelle sue pagine dedicate a Capri. È il sopravvento “dell’elemento sentimentale sull’elemento epico e virile”. È l’“intima lusinga” di un mare troppo calmo, troppo rasserenante, troppo compiuto, di un’isola troppo civilizzata, in cui “l’elemento fluido è infido, sotto ogni riguardo”. Pericolo a cui non si fugge negandolo, ma superandolo. Pertanto, “Qui bisogna soprattutto rompere il cerchio magico di questa immota, beata e quasi stupefatta serenità: bisogna spingersi al largo sul mare, affrontandolo da soli”. In pagine di rara bellezza Evola descrive questo andare oltre, questo navigare necesse est: “E voi scivolate silenziosamente sopra una vaporosità di mare, sopra una trasparenza medusea di mare, felici come in una liberazione. Poi a poco a poco la bruma mattutina si dissipa, fiorisce chiarità solare sulle acque, siete lontani e soli, beati di questa lontananza e di questa solitudine”. Ecco che, spezzata la morbidezza precedente, viene riconquisto l’istinto all’azione, il piacere del distacco, riaffiora una coscienza più piena, una solarità risanante, una lucidità quasi abbacinante: “In questa marina dell’Isola Pagana voi forse cogliete un po’ il segreto di quei tipi dorici, che han vinte le insidie di fascino delle entità delle acque, che han realizzata una purità fatta di sola forza e che, lasciata la temperanza, volgono inflessibilmente verso l’Isola degli Eroi, verso l’Isola Felice oltre le Acque della Morte”. Ancora una volta, Ulisse vince sul canto delle sirene.

Una trasformazione interna che si rispecchia in quella del mare. Andando a largo e avvicinandosi agli arcinoti Faraglioni, spiega Evola, “Bisogna remare a tutta braccia, mantenendo inflessibilmente dritta la rotta. La corrente è fortissima, le onde si susseguono rumoreggiando contro le pareti di roccia della porta e destando un’eco impressionante nell’alta volta dell’antro”. Dello stesso avviso sono Corra e Marinetti che così parlano dello spingersi al largo della propria barca: “Entriamo nel Mediterraneo vero, mare sempre più massiccio, duro violento, a blocchi turbolenti, sotto altissimi muraglioni”. L’elementare risveglia una vitalità assopita. Ma è un’inflessibile volontà a produrre questo mutamento, a ricercare il turbinio delle onde, ad avanzare con noncuranza. Una volontà che vive di quella superiore sanità, di quella vigorosa pienezza, che risplende nell’essenza solare del Mediterraneo.

Michele Iozzino

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