Roma, 8 giu – Due studenti bocciati per un incontro di boxe improvvisato durante l’intervallo. È quanto accaduto all’istituto Galilei di Mirandola, in provincia di Modena, dove due ragazzi avrebbero indossato i guantoni e simulato un vero combattimento davanti ad alcuni compagni, con tanto di arbitro e video finiti nelle chat. La risposta della scuola è stata durissima: sospensione, esclusione dallo scrutinio finale, esposto ai carabinieri e interessamento della Procura minorile. In altre parole, non una semplice nota disciplinare, ma la sanzione massima.
Modena, improvvisano un ring a scuola e vengono bocciati
Parliamoci chiaro: due ragazzi che si mettono i guantoni per improvvisare un Fight Club durante l’intervallo non sono certo una dramma, anzi. I ragazzi sono ragazzi, e in una scuola dove l’educazione fisica viene trattata come materia di serie B e qualsiasi forma di educazione marziale è praticamente sparita, è inevitabile che certe dinamiche emergano da sole, in modo spontaneo e disordinato. Certo, trasformare tutto in spettacolo social è infantile, ed è tutto sommato lo spirito del nostro tempo, ma la reazione dell’istituto resta sproporzionata. Ed è proprio questa sproporzione ad aprire una domanda più ampia: quando la scuola italiana decide di essere severa? E soprattutto, con chi? Perché il caso di Modena arriva poche settimane dopo un altro episodio, ben più inquietante, avvenuto a Parma. Nei pressi del parco Falcone e Borsellino, vicino all’Itis Leonardo da Vinci, due professori sono stati aggrediti da un gruppo di ragazzi. Le immagini circolate in rete mostravano un docente circondato, deriso, minacciato, mentre un altro uomo veniva colpito a terra con alcune bastonate. Secondo quanto riportato da Adnkronos citando il Tg1, gli studenti coinvolti sarebbero tutti nati in Italia da famiglie di origine marocchina, egiziana e moldava. Ed è proprio qui che il racconto pubblico cambia tono: quando il problema tocca le seconde generazioni, la violenza non viene più affrontata come rottura dell’ordine scolastico e civile, ma ricondotta al solito vocabolario del disagio, dell’integrazione, della comprensione.
È qui che emerge il cortocircuito. A Modena due ragazzi che fanno boxe con i guantoni vengono travolti dalla macchina disciplinare. A Parma, davanti a un’aggressione ai professori compiuta da studenti nati in Italia ma provenienti da famiglie di origine straniera, il linguaggio pubblico si riempie di prudenza, contesto, disagio, percorsi educativi. Il pugno sportivo diventa intollerabile. La bastonata al docente diventa un problema complesso. Il ring improvvisato produce la sanzione massima. Il branco costringe invece tutti a parlare con cautela.
Perchè la scuola è debole con i prepotenti?
Se uno scontro organizzato durante l’intervallo merita l’esclusione dallo scrutinio, quale risposta merita un’aggressione di gruppo contro due insegnanti? Se la scuola ritrova tutta la propria fermezza davanti a un incontro di boxe, perché la perde ogni volta che deve misurarsi con la violenza vera, quella che nasce fuori e dentro gli istituti, attraversa le periferie, i parchi, le stazioni, le seconde generazioni, le baby gang, i codici etnici? La risposta, come sempre, viene coperta dalla solita retorica della scuola debole. Ogni fatto di violenza giovanile diventa l’occasione per invocare educazione affettiva, sportelli psicologici, mediazione, ascolto, inclusione, accompagnamento. La responsabilità sparisce dentro il disagio. Il gesto concreto si scioglie nel contesto. La colpa diventa fragilità. E la scuola, invece di tornare a essere luogo di formazione, disciplina e autorità, viene trasformata in presidio terapeutico permanente, chiamato ad assorbire tutto senza mai giudicare davvero nulla. È la stessa logica vista dopo altri episodi di sangue o violenza nelle scuole italiane. La soluzione progressista è sempre pronta prima ancora dell’analisi: più educazione affettiva, più inclusione, più psicologi, più laboratori. Ma il problema non è che i ragazzi non conoscano abbastanza il lessico delle emozioni. Il problema è che troppi ragazzi non riconoscono più il limite. Non riconoscono l’autorità. Non riconoscono la differenza tra conflitto e sopraffazione. Non riconoscono più, in alcuni casi, neppure la figura del professore come intoccabile.
La scuola che reprime la vitalità, ma patologizza i violenti
Ed è qui che la questione diventa più profonda. La scuola italiana non ha solo perso autorità: ha perso il rapporto con il corpo, con il conflitto, con la forza. Ha smesso di educare la vitalità e pretende poi di reprimerne ogni manifestazione spontanea. Ha espulso ogni idea di disciplina fisica, di agonismo, di virilità, salvo poi scandalizzarsi quando due adolescenti trasformano l’intervallo in un ring. Ma se non si educa il corpo, il corpo ritorna comunque. E, per assurdo, ritorna nel modo peggiore quando non trova forma, regola, stile, direzione. Il punto è capire la differenza tra forza disciplinata e violenza predatoria. Una società sana non demonizza l’agonismo: lo orienta. Non confonde la lotta con la brutalità: insegna il rispetto del limite, dell’avversario, delle regole. La boxe, quando è presa sul serio, non insegna ad aggredire in gruppo un professore, ma l’esatto contrario: autocontrollo, misura, responsabilità, capacità di stare dentro un conflitto senza trasformarlo in sopraffazione. È questa distinzione che la scuola contemporanea sembra aver smarrito. Da una parte patologizza ogni residuo di energia fisica, ogni forma di confronto, ogni istinto agonistico. Dall’altra, davanti alla violenza vera, quella del branco, del pestaggio, dell’aggressione all’adulto, si rifugia nel lessico del disagio, dell’inclusione, della mediazione.
Una scuola seria avrebbe letto l’episodio di Modena come occasione per tornare a parlare di disciplina: non il ring improvvisato nel sottoscala, ma una palestra vera; non la paura del corpo, ma il rispetto delle regole; non la repressione della vitalità, ma l’educazione al controllo. Perché una comunità che non educa più alla forza non produce automaticamente pace. Produce debolezza nei migliori e brutalità nei peggiori. La scuola deve tornare a essere una palestra di carattere. Senza corpo, senza limite, senza disciplina, non nasce l’umanità più buona promessa dagli utopisti. Resta solo un’umanità più fragile, più confusa, più esposta alla legge del branco.
Vincenzo Monti