Roma, 11 giu – In tempi che vedono il Parlamento sempre più esautorato da quella funzione originaria di assemblea in cui si discuteva e si deliberava sugli affari dello Stato e che ha visto il picco ai tempi del Covid, quando è diventato solo un accessorio, nient’altro che un luogo chiuso; con la totale scomparsa delle sezioni di partito, ridotte a sterili comitati elettorali e il dibattito pubblico, i pubblici comizi a una questua di voti; il confronto politico, declinato nella più detestabile forma di campagna elettorale, si sposta sui social per coloro che non sono beneficiati dell’invito e in tivvù per i soliti noti. Ma le tv che potere hanno? Si prestano solo a ospitare il politico più in voga del momento per mere questioni di ascolti e di share oppure fanno da veicolo per orientare l’opinione pubblica?
La politica in tv o la tv nella politica?
Da mamma Rai a La7, fino al restyling di Mediaset che ha eliminato la tivvù spazzatura pur di accaparrarsi il volto del concorrente, da Mirta Merlino a Bianca Berlinguer (chissà cosa penserebbe il defunto Cavaliere a vederla negli studi di Cologno Monzese), le trasmissioni che monopolizzano la prima serata danno una importante direzione sui fatti al pubblico che le segue. Pensiamo alle “inchieste” di Report, per esempio, dal coinvolgimento della “destra eversiva” nella stagione delle stragi fino all’ultimo capolavoro del caso Minetti. Oppure alle ospitate di Lilli Gruber che riesuma persino Gianfranco Fini per arrivare ai “suoi” loschi fini fino a Giorgia Meloni, invitata sempre e solo per parlare di fascismo e delle leggi razziali e mai per il programma svolto e da svolgere. Del partito o del governo.
Il nemico è sempre interno
Ma se il “nemico” – politico, si intende – agisce come meglio crede e ci si può solo limitarsi a guardarlo, ciò che fa pensare è l’atteggiamento di Mediaset, fondata da Silvio Berlusconi, centro e padre di quel Polo della libertà che vedeva unite – almeno per la campagna elettorale – le forze del centro-destra.
Oggi l’emittente di Cologno Monzese ha ben altre direzioni che sono visibili non solo dall’avvicendamento dei conduttori televisivi, ma anche di quelli politici. Un esempio eclatante è quello dell’avvicendamento tra Maurizio Gasparri e Stefania Craxi e quello che, pare promesso, del delfino Antonio Tajani che cerca di rimanere a galla fin quando sarà possibile. A lui, infatti, è stata affidata la difficile missione di dire alla coalizione che, qualora imbarcherà anche il generale Roberto Vannacci e il suo partito, Forza Italia – leggi i fratelli Berlusconi – sarà fuori. E dove andranno a finire i voti, seppur pochi, della creatura di Babbo Silvio? Sicuramente non verso Fratelli d’Italia né verso la Lega. Anzi, pare addirittura nemmeno verso la coalizione. È superfluo, ma necessario ricordare che l’attacco diretto e non politico, ma addirittura familiare, al presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il caso che vedeva coinvolto il compagno e dipendente Mediaset Andrea Giambruno si è consumato tutto tra le “segrete” stanze del Biscione?
La televisione come creatore di coscienza nazionale
Mediaset è un potente strumento con cui Silvio Berlusconi avrebbe potuto cambiare a creare una coscienza degli “italiani nuovi”. E chissà che non l’abbia fatto, magari proprio attraverso quella tivvù commerciale, populista e qualunquista cui assistiamo ancora oggi. Ma oggi, avendo a disposizione quell’arma mediatica micidiale, anziché continuare a camminare lungo la strada tracciata da babbo Silvio e creare un fronte comune, fare rete in quella coalizione unita formalmente e dalle mille anime nella realtà, fare leva su quei programmi che, nel bene o nel male, monopolizzano l’intera settimana e canalizzano tutta la rabbia del comune cittadino, la si utilizza per dividere. Per spaccare. Per perdere.
Non è un mistero che uno dei due programmi più seguiti e popolari, obtorto collo, del preserale, tramite il suo conduttore, esterni sempre più simpatie per il Generale Vannacci. Nulla di male, se non che è l’elemento divisivo di quell’area di governo contro cui alle prossime elezioni politiche si combatterà una battaglia campale. Giorgia contro il mondo, visto le percentuali a prefisso telefonico e sempre decrescenti delle altre due “forze” di governo, Lega e Forza Italia.
Il nuovo che “avanza”
Logica vorrebbe che si facesse fronte comune, si monopolizzasse l’attenzione dei cittadini – almeno quelli che guardano le reti Mediaset – e si cavalcasse pericoli reali e esigenze popolari per dare una risposta concreta, forte e definitiva che passi per le urne. E, invece, no. Questione di interesse o scarsa visione politica? Tutt’e due. Interesse a distruggere, evidentemente, visto che Forza Italia non ha i numeri per esprimere il Presidente del Consiglio o occupare i ministeri chiave, essendo il fanalino di coda della coalizione. Almeno stando agli ultimi sondaggi. E scarsa visione politica, come capacità di immaginare non tanto il futuro, ma saggiare quantomeno l’immediato presente.
Forse Roberto Vannacci può attirare proprio perché funziona a livello mediatico e potremmo spiegarci tutto con una sorta di deformazione professionale? Ma qual è il programma di Futuro Nazionale (si chiama così il partito del Generale)? Nessuno lo sa. Nessuno lo sa semplicemente perché Futuro Nazionale non ha ancora un programma. Sempre che il fatto stesso che un Generale (in pensione) della Nato, pluridecorato dalla Nato, critichi la stessa Nato nell’esercizio delle proprie funzioni, ma dopo essere andato in pensione e, nella guerra all’Europa della Russia, si dica essere filorusso, quindi sia nemico del proprio datore di lavoro per anni non sia già un programma. È tutto un programma!
La malattia italica: il leaderismo
L’Italia da anni, da almeno trent’anni, è affetta da una malattia, forse berlusconiana, ma a quanto pare, cronica. E, nonostante i numerosi “medici”, non accenna a guarire: il leaderismo. Dicevi Berlusconi per dire Forza Italia, dici (o dicevi?) Salvini per dire Lega, dici Meloni per dire Fratelli d’Italia, dici Vannacci per (non) dire Futuro Nazionale: ma oltre al Generale, la bocca di fuoco del nascente partito (e già il secondo!) è costituito da personaggi vecchi e vecchi fuoriusciti? Perché la tivvù, magari quella che si presta a fargli da sponsor e megafono, non ce lo dice? Perché non ci dice se è vero che i vannacciani della prima ora, quelli della prova partito del Mondo al contrario, lo abbiamo abbandonato tutti e non perché non abbia versato l’obolo per la tessera n° 2 nelle casse della Lega? Perché non dice (a Vannacci a i suoi futurabili) che anziché sguinzagliare i propri giornalisti in due parti distinte e differenti di Roma sabato 13 giugno basterebbe fare un fronte comune nell’interesse della Nazione per la remigrazione, visto che anche il Generale ormai parla di remigrazione a ogni piè sospinto, ma lo fa per secondo? È questa la novità che la tivvù non ci dice? Arrivare secondi, ma arrivare comunque in Parlamento e non rimanerne fuori, tra la gente comune e i problemi veri e provare a dare ascolto per risolverli?
Magari proprio utilizzando anche quelle tivvù che oggi fanno da avvocato del diavolo, che distruggono e non costruiscono (non ricorda un vecchio mantra con cui identificare i nemici del Cavaliere?), che non fanno da collante per creare quello spirito nazionale che provano a distruggere. Il dubbio, in prima serata. E non solo alle 4 di sera.
Tony Fabrizio.