Roma, 10 giu – In un momento in cui la crisi dell’Occidente si acuisce sempre di più di fronte all’emergere di nuovi attori imperiali, mentre la talassocrazia americana è disposta a scatenare terremoti economici pur di preservare il suo controllo sugli stretti nevralgici del pianeta, a cominciare da Hormuz e Panama, quest’ultimo al centro di una contesa con i cinesi, conviene soffermarsi a riflettere su una domanda: in tutto ciò, dove va l’Italia?
L’Italia condannata all’immobilismo storico
Il nostro Paese sembra ormai condannato a una sorta di immobilismo post-storico, immerso nel Mediterraneo eppure incapace di sfruttarlo per proiettarsi nel mondo circostante. La maggior parte degli italiani considera il mare alla stregua di una piacevole meta di balneazione, un patrimonio naturale da preservare, un’ottima risorsa per rimpinguare le casse del settore terziario. Paradossalmente, lo stereotipo tipicamente nordico che dipinge l’Italia come simpatica, felice penisola di albergatori, ristoratori e suonatori di mandolino viene rinforzato proprio dai suoi stessi abitanti, che nella maggior parte dei casi non comprendono il ruolo decisivo che il mare potrebbe rivestire nella potenza economica, strategica e diplomatica: una vera e propria assenza di coscienza marittima. L’amara verità da accettare è che la maggior parte degli italiani ha da tempo rinunciato a ogni suggestione di affermarsi come nazione egemone nello scacchiere internazionale. Questo atteggiamento è dovuto a una serie di fattori interconnessi tra loro, in primis l’economicismo, piaga comune a tutto il vecchio continente, ossia la concezione secondo cui gli unici metri di giudizio del successo di una società siano le condizioni materiali, il tenore di vita, il Pil, il grado di assistenzialismo; a ciò si aggiunge il progressivo e inesorabile invecchiamento della popolazione, che entro il 2050 rischia di ridurre il Paese alla stregua di un ricovero a cielo aperto.
L’Occidente come società signorile di massa
Visioni post-storiche ampiamente smentite dalla storia più recente, a partire dal ritorno della guerra alle porte di casa: ultimo rinvio che l’Europa possa permettersi di concedere alla propria sveglia. Non è un caso che l’Italia abbia mancato di esercitare autonomia strategica anche nella recente questione groenlandese, a differenza di altri Paesi europei, tra cui la Germania e la Francia, che hanno invece inviato contingenti militari in Groenlandia per contenere le ambizioni espansionistiche dell’impero americano sul territorio artico. Se, per assurdo, gli Stati Uniti facessero rientrare la Sicilia nella propria dottrina Monroe, gli italiani sarebbero disposti a cederla per quieto vivere? La domanda è molto meno provocatoria di quanto si possa pensare, in un Paese in cui solo una ristrettissima minoranza sarebbe disposta a combattere per la patria e in cui l’opposizione ai programmi di riarmo europeo è pressoché unanime tra ampi strati della popolazione. Quella in cui viviamo è a tutti gli effetti una società signorile di massa, come sottolineato anche da Luca Ricolfi. Nell’Occidente moderno il cittadino medio può permettersi stili di vita ai quali i nobili di duecento anni fa non avrebbero avuto accesso nemmeno nei loro sogni più dorati: la mortalità infantile è pressoché azzerata, così come l’analfabetismo, almeno quello non funzionale, e così come la fame.
Il benessere ha addomesticato gli istinti
Mentre la sinistra estrema decanta gli orrori del capitalismo e del mercato, reggendone puntualmente il gioco, la popolazione anziana italiana, tra una casa di proprietà e l’altra, non ha alcun interesse a far sì che le cose cambino. In fin dei conti cerca il mantenimento dello status quo. È contraria all’immigrazione non per spinta vitale e volontà di rivendicazione tribale del proprio territorio, bensì perché infastidita dall’odore di urina e alcol sotto casa, o dal fatto che le nipoti in abiti succinti possano essere importunate in discoteca o in palestra. La prova di ciò è il mantra usato dal sovranismo spicciolo, che riduce la cittadinanza e l’integrazione a un fatto puramente economico: “L’immigrato che lavora è mio fratello”. Non è un caso che Donald Trump abbia proposto di creare una sorta di riviera versiliese sulle macerie di Gaza. Se ai palestinesi venissero dati il benessere e il McDonald’s, che interesse avrebbero i palestinesi a ribellarsi? Il consenso ad Hamas nella Striscia non è, in fin dei conti, che il risultato di un popolo di orfani, vedove e figli strappati alle madri. La vera arma di distruzione di massa a disposizione del popolo palestinese è la propria prole. Da che mondo è mondo sono i poveri a fare figli; lo stesso Marx parlava di proletariato, ossia la classe che non ha nulla al di fuori della propria prole.
L’Italia tra inverno demografico e sostituzione etnica
In Italia il calo delle nascite va inserito in questo contesto: una società sempre più agiata, individualista e atomizzata, in cui procreare non si rivela altro che un peso o un dispendioso investimento scellerato, mentre le nuove forze che agiscono nella penisola, senza nulla da perdere ma con un mondo da guadagnare, preservano la carica violenta tipica delle civiltà giovani. Per sopperire al calo delle nascite viene proposto, di fatto, di sostituire la popolazione autoctona con una massa asiatica e africana, non tenendo conto del fatto che nell’arco temporale di due o tre generazioni anche questi nuovi “italiani”, vivendo nelle nostre condizioni, perderebbero ogni spinta vitale e smetterebbero a loro volta di procreare. Attualmente, non è difficile intuire quale dei due schieramenti, alla lunga, vincerà lo scontro etno-sociale e, dal punto di vista del darwinismo più intransigente, sarebbe pure giusto così: chi è causa del suo male pianga se stesso. Non è affatto un caso che le file dei movimenti giovanili comunisti e propal siano rimpinguate da immigrati di seconda generazione, materiale umano utilizzato dal neomarxismo per attuare la “rivoluzione”. Mentre l’Italia permette ai suoi cittadini di crogiolarsi nell’edonismo, i giovani facoltosi emigrano all’estero, le nascite calano, la popolazione invecchia, interi settori economici attualmente si basano de facto sulla manodopera schiavile migrante.
Una rivoluzione antropologica mai avverata
L’Italia è uno Stato nazionale relativamente giovane. Ha conquistato faticosamente la sua unità solo due secoli fa, dopo essere stata assoggettata agli stranieri per lunghissimo tempo. Qui si inserisce il tentativo fascista di forzare l’antropologia italiana per inserire Roma tra le principali potenze del pianeta, anche tramite tragiche avventure militari. Perdendo la Seconda guerra mondiale su ogni fronte, non solo militare ma anche pedagogico e culturale, l’Italia ha fallito una delle prove storiche più decisive della sua epoca, lasciandosi sfuggire l’opportunità di emanciparsi e prendersi il suo posto nel mondo. La sconfitta è stata totale: vent’anni di disciplina ed educazione fascista avrebbero dovuto portare gli italiani al completamento di quella parentesi storica di “follia collettiva” che va dal Risorgimento fino alla Prima guerra mondiale, con la creazione della compagine imperialista, una razza di padroni e dominatori. E invece il verdetto finale è stato un rifiuto netto di quella retorica, con l’armistizio e un’Italia lacerata dalla guerra civile e controllata da potenze straniere: l’esatto opposto di ciò a cui il regime aveva auspicato. E l’uomo che aveva provato a trasformarla in una nazione guerriera, prima tradito dalla sua stessa cerchia e poi appeso a testa in giù alla pensilina di un distributore, vilipeso e ricoperto di sputi da quello stesso popolo che tempo addietro lo aveva osannato, prima di elemosinare cioccolata e sigarette dalle truppe afroamericane.
L’unica via possibile è il riarmo
La reazione postbellica e il trauma collettivo hanno dunque generato un diffuso sentimento antimilitarista, ben visibile nelle costituzioni dell’Europa occidentale, in opposizione alla politica di potenza. La stessa memoria collettiva, nel nostro Paese, ha perso quell’impianto puramente celebrativo e autoreferenziale, sia per quanto riguarda i caduti della Grande guerra che per i martiri delle brigate partigiane: l’impostazione eroico-patriottica della memoria ha ceduto il passo al senso di colpa verso le nefandezze compiute nel passato. Nefandezze che, piaccia o meno, sono sempre risultate costitutive e parte integrante della storia di ogni grande impero, a cominciare dall’Impero romano, estremamente violento, il cui lascito di grandezza è risultato superiore al frastuono delle proprie colpe. La sudditanza a Washington ci ha poi avviati all’economicismo, tratto tipico delle province imperiali protette dall’ombrello di sicurezza statunitense, in cambio della rinuncia all’autonomia egemonica. Ed è qui che la retorica anarco-insurrezionalista di critica alla Nato e all’imperialismo rivela tutta la sua inconsistenza: l’unica misura che possa contrastare l’ingerenza americana nel vecchio continente è proprio il riarmo europeo. Le utopie pacifiste e la smilitarizzazione finiscono solo per fare il gioco di chi non ha alcuna intenzione né di disarmarsi, né tantomeno di rinunciare alle pulsioni imperialistiche tipiche delle società giovani e ultracompetitive sul piano interno come gli Stati Uniti, dove la sanità è privata e si assiste a livelli di violenza interna endemici e di gran lunga superiori a quelli europei, con buona pace delle femministe e dell’allarme femminicidi.
La storia non resta ad aspettare
In conclusione, il quadro che ne viene fuori è tutt’altro che rassicurante: l’italiano medio assume le sembianze di un individuo che si lamenta ma non vuole agire né essere aiutato e che, come è normale che sia per chi vive da decenni nel benessere e nel mito del consumo post-storico, non è realmente intenzionato a modificare lo status quo barattando il suo benessere con concetti apparentemente astratti come la gloria, la potenza e l’eredità da tramandare ai posteri. Inconsapevole del fatto che chi crede di defilarsi dalla storia non sta facendo altro che mettersi al servizio di chi la storia la sta facendo.
Michele Cucchi