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Grazia a Roggero: uno Stato che non protegge non può punire senza misura

by La Redazione
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Roma, 16 lug Mario Roggero ha 72 anni e una condanna definitiva a quattordici anni e nove mesi di carcere. Aveva già subito una rapina brutale, era stato picchiato, aveva visto la propria famiglia minacciata e una figlia legata. Quando nel 2021 tre uomini entrarono nuovamente nella sua gioielleria, la paura accumulata negli anni esplose in una reazione che i tribunali hanno giudicato eccessiva. Ora il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato l’istruttoria per la grazia. Secondo noi è una decisione giusta e necessaria.

Perché qui la questione non è trasformare Roggero in un eroe da propaganda elettorale né riscrivere la dinamica di quel giorno. Il punto è riconoscere che uno Stato incapace di proteggere con continuità i cittadini non può ritrovare tutta la propria forza soltanto quando deve punire chi, esasperato, reagisce.

L’accanimento contro Mario Roggero e lo Stato che non protegge

Guardiamoci intorno. Ogni giorno la cronaca racconta aggressioni, rapine, accoltellamenti, violenze sessuali, automobilisti lanciati sulla folla, genitori costretti a difendere i figli in strada. Cambiano le città e i nomi, ma la sequenza è sempre la stessa: criminali già noti, arresti seguiti da rapide liberazioni, misure inefficaci, recidivi che tornano a colpire. A Milano un uomo fermato per furto e danneggiamenti è stato liberato e poche ore dopo ha sfregiato una ragazza nella metropolitana. Questa è “la legge della giungla”, non la reazione di chi vi viene trascinato dentro contro la propria volontà. Intanto ci dicono che il cittadino non può e non deve farsi giustizia da solo. Ma il patto sociale funziona soltanto se, in cambio della rinuncia alla forza privata, lo Stato garantisce protezione, ordine e punizione. Quando questo scambio viene meno, resta soltanto un’obbedienza unilaterale: il cittadino deve subire, attendere, sperare e infine rispondere davanti ai giudici; il criminale, invece, può contare sulle inefficienze del sistema, sulla lentezza dei processi e su una cultura politica che vede nella repressione dell’illegalità quasi un problema morale.

Forti con i deboli, deboli con i forti

La sproporzione appare ancora più evidente mentre Roggero si prepara al carcere e persone indagate per associazione con finalità di terrorismo nell’inchiesta sui sabotaggi ferroviari sono tornate libere. Le posizioni giudiziarie sono differenti, ma il messaggio pubblico è devastante: severità assoluta con il commerciante che ha reagito dopo l’ennesima rapina, prudenza infinita davanti all’illegalità organizzata e ideologica. E non è un caso isolato. Lo Stato si mostra spesso debole davanti ai gruppi che devastano, minacciano e rivendicano la violenza come metodo politico. Teme la piazza antagonista, l’accusa di repressione, il ricatto permanente dell’antifascismo militante. Poi torna improvvisamente inflessibile quando davanti a sé trova un cittadino solo, senza organizzazioni, collettivi o apparati pronti a difenderlo. La grazia a Mario Roggero non aprirebbe alcuna stagione di vendette private. Al contrario, ristabilirebbe un principio di realtà: non si possono valutare allo stesso modo il criminale che sceglie deliberatamente la violenza e la vittima che, dopo anni di paura e abbandono, supera il limite nel tentativo di difendere sé stessa e la propria famiglia.

Date la grazia a Roggero

Roggero ha già pagato. Ha pagato con le rapine, con il sangue, con la paura, con anni di processi e con una condanna che, alla sua età, rischia di coincidere con il resto della vita. Mandarlo in carcere non renderà le strade più sicure, non restituirà autorevolezza allo Stato e non fermerà un solo rapinatore. Servirà soltanto a dimostrare che l’ordinamento sa essere implacabile con chi è rimasto solo. Per questo la grazia non è soltanto opportuna. È giusta.

Vincenzo Monti

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