Roma, 17 lug – Che The Odyssey di Christopher Nolan sia un capolavoro o una gigantesca occasione mancata rischia ormai di diventare quasi secondario. La scelta di polarizzare il pubblico attraverso un casting apertamente anacronistico ha già condizionato la ricezione del film, trasformando ogni fotogramma in un campo di battaglia politico, estetico e filologico. La polemica ha prodotto almeno un risultato utile: ha riportato Omero al centro della discussione pubblica, mostrando quanto i suoi poemi siano ancora materia viva e identitaria.
A pensarci bene è una reazione irrazionale ma non inspiegabile. Omero non è semplicemente un autore antico, ma una delle sorgenti dell’immaginario europeo. Nell’Iliade e nell’Odissea si trovano già l’onore, il coraggio, la pietà, il ritorno, la patria e il focolare. Se l’Europa comincia in Grecia, la Grecia comincia in larga parte con Omero: non come reperto archeologico, ma come forma originaria attraverso cui una civiltà ha imparato a raccontarsi. La storia degli studi omerici, del resto, è anche una storia di fede. Schliemann cercò Troia leggendo l’Iliade come una traccia reale; Arthur Evans portò alla luce a Cnosso le tavolette micenee; Michael Ventris, insieme a John Chadwick, decifrò la Lineare B, riconoscendovi una forma arcaica di greco. Uomini convinti che Omero custodisse una verità più profonda delle mode accademiche del proprio tempo. È proprio questa appartenenza che oggi viene liquidata come isteria da chi pretende di modificare il mito senza accettare che qualcuno ne difenda immagini e radici.
La battaglia intorno al “senso di Omero”
Questa battaglia “sul senso di Omero” sta nel fatto che per secoli l’Iliade e l’Odissea sono state un dispositivo educativo, non soltanto un semplice intrattenimento narrativo da decifrare in chiave fantasy. I suoi poemi insegnavano l’eccellenza, la misura, il dominio della collera, il rapporto tra gloria e morte, guerra e pace. Ma soprattutto, come ci ricorda Dominique Venner, le virtù cantate da Omero non sono morali, ma estetiche. I suoi personaggi sono archetipi dell’uomo e della donna. Ecco perchè le dichiarazioni di Lupita Nyong’o sul presunto silenzio di Omero verso le donne rivelano più la convinzione progressista che il classico debba essere corretto prima ancora di essere letto, piuttosto che un vero gap di genere dell’età del bronzo.
Per esempio Elena, nell’Iliade, non è affatto un trofeo privo di voce, né una semplice causa passiva della guerra. È uno dei personaggi psicologicamente più tormentati del poema: maledice se stessa e la passione che l’ha trascinata a Troia, prova vergogna davanti ai principi troiani, disprezza la viltà di Paride e conserva un legame profondo con Menelao. Priamo la tratta con rispetto e affetto, mentre lei vive la propria bellezza non come un privilegio, ma come una colpa dalla quale non riesce a liberarsi. Quando la ritroviamo nell’Odissea, è ancora prigioniera del ricordo e deve ricorrere al nepente versato nel vino per placare il dolore. Altro che assenza del “punto di vista femminile”.
Ancora più evidente è il caso di Penelope. Ridurla alla moglie fedele che attende il ritorno dell’eroe significa non comprendere la struttura politica stessa del poema. Per quasi vent’anni Penelope custodisce la casa, la dinastia e il potere di Itaca in assenza del re. I Proci possono occupare il palazzo, consumarne le ricchezze e fare pressione affinché scelga un nuovo marito, ma nessuno di loro può appropriarsi direttamente del trono. Devono essere scelti da lei. Non è dunque Penelope a esistere soltanto in quanto “moglie di Odisseo”: sono i pretendenti a poter aspirare al potere soltanto in quanto eventuali mariti di Penelope.
Lo stesso accade alla corte dei Feaci, dove Atena consiglia a Odisseo di rivolgersi prima alla regina Arete, la cui autorità personale orienta il marito Alcinoo e gli altri sovrani dell’isola. Il mondo omerico è certamente aristocratico, guerriero e patriarcale, ma non coincide con la caricatura moderna di una società nella quale le donne sarebbero mute, irrilevanti e confinate ai margini della storia. Possiedono invece parola, prestigio, intelligenza politica e capacità di determinare il destino degli uomini.
Il vizio di voler correggere i classici
Anche la filologia improvvisata dei semicolti per difendere il casting di Elena mostra quanto spesso il testo venga invocato soltanto quando si pensa di poterlo piegare alle conclusioni già stabilite. L’epiteto leukolenos, “dalle bianche braccia”, non è una formula astratta che significa semplicemente “bella come una dea”. Omero lo applica anche a donne mortali e persino alle ancelle di Penelope. Quando Atena accresce la bellezza della regina davanti ai Proci, la rende “più bianca”. Il candore della pelle è dunque contemporaneamente una descrizione fisica e un canone estetico del mondo rappresentato. Questo non deve significare, di contro, pretendere dal cinema una ricostruzione museale, né negare ai registi il diritto di reinterpretare il poema. Tra le critiche ricevute dal film, quelle su costumi e lingua parlata dagli attori sono senz’altro le più stupide. Il mito ha attraversato tremila anni proprio perché ha saputo cambiare forma. Il problema nasce quando la libertà artistica viene trasformata retroattivamente in fedeltà filologica e si pretende che Omero non abbia scritto ciò che ha scritto. Una scelta può essere anacronistica, simbolica o provocatoria; non diventa per questo storicamente neutra.
Non meno falsa è la posa di chi invita a ignorare ciclopi, sirene, dèi e prodigi per concentrarsi sui «veri significati» dell’Odissea. È il vecchio vizio scolastico: rendere rispettabile il fantastico soltanto dopo averlo sterilizzato. Come se mostri e magie fossero esche infantili da abbandonare appena raggiunta l’età adulta. Ma nell’Odissea il significato non esiste al di là del fantastico, bensì attraverso di esso. Ulisse è l’uomo posto di fronte a ciò che umano non è — dèi, mostri, giganti, tempeste — e proprio per questo il meraviglioso non è una decorazione, ma la sostanza attraverso cui il poema interroga il limite umano. Togliere il fantastico dall’Odissea per salvarne i significati sarebbe come togliere il mare per conservare il viaggio.
Omero sarà sempre conflittuale
Ecco perchè la maggior parte delle letture contemporanee, costruite soltanto sulle categorie dell’oppressione e della rappresentazione, sono assai riduttive. Omero non offre personaggi edificanti secondo i criteri morali di oggi, ma figure contraddittorie, esposte alla collera, alla paura, al desiderio, alla pietà e al destino. Achille, Elena, Diomede, Ettore o Penelope. Ciascuno diventa memorabile nel modo in cui affronta le forze che rischiano di disgregarlo. Il problema delle polemiche su The Odyssey, allora, non è soltanto che ruotino intorno alle scelte di casting. È il tentativo di riscrivere il significato di Omero per rendere quella scelta passabile, colta, se non apertamente conflittuale con il “canone bianco”. Ecco come lavora il decostruzionismo: si attribuiscono ai poemi silenzi e oppressioni che non contengono, si riduce il fantastico a involucro infantile e si presenta come progresso la sostituzione della complessità antica con categorie molto più povere.
Il film di Nolan potrà essere riuscito o fallito, fedele o radicalmente innovativo. Ma passerà. Omero continuerà invece a produrre interpretazioni, scoperte, appartenenze e conflitti, perché i suoi poemi non sono soltanto storie del passato: sono una delle forme attraverso cui l’Europa ha imparato a riconoscere l’onore, il dolore, il ritorno, la casa e se stessa. Ma, soprattutto, resterà quella comunità “fedeli” convinta che nei suoi versi ci sia qualcosa di più reale delle ideologie incaricate di correggerli.
Sergio Filacchioni