Home » Il “fascismo eterno” dell’uomo comune: Roggero secondo la sinistra della P38

Il “fascismo eterno” dell’uomo comune: Roggero secondo la sinistra della P38

by Sergio Filacchioni
0 commento

Roma, 18 lug Mario Roggero è stato condannato in via definitiva a 14 anni e nove mesi. I giudici hanno stabilito che sparò quando l’azione dei rapinatori era ormai conclusa. E questo è un fatto giudiziario. Così come è un fatto l’avvio della procedura di grazia, avviata dal guardasigilli Nordio. Ma attorno a Roggero si sta celebrando anche un processo diverso, molto più rancoroso e incattivito di quello propriamente giudiziario: non contro ciò che ha fatto, bensì contro il tipo umano che dovrebbe rappresentare.

A sinistra cova il rancore contro Mario Roggero e l’uomo comune

A darci la misura di questo rancore è il Manifesto, in cui Alberto Piccinini trasforma il gioielliere nel «borghese piccolo piccolo», nell’“uomo perbene” che sotto pressione rivela il proprio fondo fascista. A fargli eco, è Lia Celi su Lettera43, che parla dell’atto di Roggero nientemeno come la difesa della «roba», richiamando il Mazzarò di Verga, collocandolo infine nell’immaginario del vigilante. Monicelli e Verga sono l’indizio che rivela la solita sentenza di classe. Dal loro punto di vista, il negozio non rappresenta una forma di lavoro ma di possesso; il commerciante non è un lavoratore ma un proprietario incattivito. Se un operaio difende il salario, la sua lotta assume un valore universale. Se un commerciante difende ciò che ha costruito, difende “la roba”. Il primo viene spiegato dalla struttura sociale; il secondo dalla propria natura morale. Roggero non può essere un uomo impaurito, segnato anche da una precedente rapina, che ha oltrepassato il limite: deve diventare la maschera del «fascismo eterno» che si annida dietro l’uomo per bene.

Dietro l’uomo per bene c’è sempre un pericoloso fascista

Pier Paolo Pasolini aveva già denunciato questa antropologia politica, accusando un certo antifascismo di considerare i giovani di destra «predestinati razzisticamente a essere fascisti». Non persone, dunque, ma esemplari del Male sui quali esercitare una superiorità preventiva. È lo stesso metodo applicato oggi: dietro il gioielliere si cerca il fascista latente. Eppure, perché dietro il militante progressista non si cerca mai il potenziale terrorista? La storia italiana dovrebbe aver già demolito questa superiorità. Andrea Galli, per esempio, ha ricordato sul Corriere della Sera che molti uomini coinvolti nell’aggressione mortale a Sergio Ramelli, provenienti dall’ambiente universitario di Avanguardia Operaia, ebbero poi «per lo più carriere da medici» e vite benestanti. A Primavalle, dopo la morte di Virgilio e Stefano Mattei, una vasta campagna politica e intellettuale sostenne apertamente il depistaggio della “faida interna alla destra”. Solo nel 2005 Achille Lollo ammise al Corriere che l’attentato era stato opera del suo gruppo. Pierluigi Battista ha definito quella stagione di depistaggi il momento in cui una parte della sinistra «perse l’innocenza».

Dov’era allora l’autopsia antropologica dell’uomo perbene? Perché nessuno vide nel medico, nello studente universitario o nell’intellettuale impegnato il lato oscuro di una classe? La risposta è nel privilegio del contesto: la violenza rossa viene storicizzata, quella dell’uomo comune psicologizzata. La prima conserva un’ideologia, una causa, perfino un margine di errore “generoso”; la seconda diventa egoismo proprietario, paura, rancore, e infine (ovviamente) fascismo.

L’ipocrita lezione della P38

Basta immergere la testa nella quotidiana cronaca politica italiana per capire quanto questo doppio standard sia ancora vivo e operante nel lessico. Lorenzo Pacini, esponente del Pd e assessore municipale a Milano, ha detto alla Zanzara che i fascisti si combattono alle urne e, «se servirà, coi fucili». D Editore, in merito alle polemiche su Più libri più liberi, ha scritto sui social che il fascismo va combattuto con una violenza «senza quartiere» e con l’«eliminazione fisica» dei suoi gerarchi. Eppure nessuna penna ricostruisce il profilo del potenziale terrorista rosso nascosto dietro lo studente, l’editore, l’attivista.

Più che il singolo caso, alla sinistra va conteso il monopolio della complessità umana. Roggero può essere tante cose insieme, ma la retorica più insopportabile è quella che tenta di spiegarlo come una categoria zoologica. Perché chi tenta di ridurlo a prototipo del fascismo eterno, protegge nientemeno che l’altra maschera della borghesia: quella dell’antifascista sempre innocente, anche quando sogna roghi e fucili.

Sergio Filacchioni

You may also like

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati