Roma, 17 mar – Il 17 marzo 1861 non nasce semplicemente uno Stato. Accade qualcosa di più serio e più raro: una civiltà millenaria assume forma politica. È questo il significato vero della proclamazione del Regno d’Italia. Non l’apparizione improvvisa di una nazione dal nulla, ma il momento in cui una continuità storica, simbolica e spirituale millenaria trova finalmente una decisione capace di tradurla in fatto. L’Italia, insomma, non comincia la sua avventura nel 1861. Ma nel 1861 viene fondata la sua realtà politica storica.
Il 17 marzo e la nazione come atto
È una distinzione decisiva, perché ci sottrae a due errori simmetrici. Il primo è quello scolastico e legalitario, per cui la nazione coinciderebbe banalmente con lo Stato e dunque nascerebbe con un atto giuridico, con una proclamazione, con una formula costituzionale. Il secondo è quello opposto, più confuso e meno diffuso, per cui le nazioni sarebbero entità naturali, già date una volta per tutte, quasi organismi biologici o sedimentazioni eterne che aspettano soltanto di essere riconosciute. Nessuna delle due letture basta. E qui torna con una precisione impressionante la formula di Giovanni Gentile: «Le nazioni non ci sono, ma si fondano». Non è una frase ornamentale, ma una definizione precisa, che trova una sorprendente conferma anche negli studi di Benedict Anderson, quando descrive la nazione come una “comunità immaginata”: non un dato naturale né una pura finzione, ma una costruzione storica che prende forma quando una collettività si rappresenta come tale e agisce di conseguenza. La nazione, dunque, non è una pratica catastale e non è nemmeno una mera “essenza” prepolitica: è il punto d’incontro tra una lunga realtà storica e un atto della volontà. Gentile va ancora oltre: «Non ci sono popoli aventi virtuali diritti, che altri debba riconoscere; ma il diritto è conquista, e solo a questo patto ha pregio ed è santo, come manifestazione d’un volere divino». E subito dopo richiama Giuseppe Mazzini: «Noi volevamo fondare una nazione, creare un popolo». Dentro queste righe c’è già tutto. La nazione non è una rivendicazione passiva, non è una pratica inoltrata alla storia perché qualcuno la timbri. È conquista, è missione, è forma imposta al caos. Non riconoscimento, ma creazione. E se la vita, come scrive Gentile, è missione, allora anche la nazione è compito, non rendita.
Il risorgimento e la sfida di fare l’Italia
Il Risorgimento, letto così, si libera da due caricature. Non fu né un accidente diplomatico né una semplice operazione inglese sotto copertura sabauda. Ma non fu nemmeno, in senso banale, il “risveglio” automatico di qualcosa che dormiva intatto da secoli. Fu prima di tutto una scommessa dall’esito che solo oggi conosciamo, ma che all’epoca apriva ad una possibilità incerta e rischiosa. Fu soprattutto la saldatura, riuscita solo in parte ma comunque grandiosa, tra una realtà secolare e una decisione politica. Roma, i Comuni, Dante, il Rinascimento, Niccolò Machiavelli, la lingua, il paesaggio, il diritto, l’arte, il senso del mondo: tutto questo esisteva già, ma non bastava ancora a produrre una soggettività politica unitaria. Occorreva un gesto fondativo. Occorreva, appunto, qualcuno che volesse fare l’Italia. Ed è esattamente per questo che la formula attribuita a d’Azeglio continua a perseguitarci: fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani. Una frase che nel tempo si è trasformata in un luogo comune, ma che si ripropone puntualmente. Perché ogni nazione, anche quando ha conquistato la sua forma statuale, resta incompiuta finché non riesce a generare il proprio tipo umano. Uno Stato può esistere per inerzia amministrativa; una nazione no. Una nazione vive soltanto se produce uomini che si riconoscono in un destino comune e lo incarnano.
Lo stato non garantisce la continuità
Qui il problema si fa contemporaneo. Perché oggi non soffriamo di una mancanza di apparati, di norme, di ministeri, di procedure. Soffriamo di una drammatica mancanza di forma. Abbiamo lo Stato ma vacilla la nazione; abbiamo il perimetro ma evapora il contenuto; abbiamo la cittadinanza ma si dissolve il popolo. E questo accade perché si è spezzato il legame tra realtà storica e principio ordinatore. L’Italia esiste per inerzia; quasi non esiste più come volontà. Da qui discendono tutte le crisi che si usano nominare separatamente – demografia, cultura, tecnica, energia, lavoro, scuola – ma che in realtà rinviano a una questione unica. Il nodo non è amministrativo ma spirituale e politico. Una nazione non si tiene insieme soltanto con le compatibilità economiche. Ha bisogno di un principio superiore, di una narrazione capace di mobilitare, di una investitura simbolica. In altre parole: di un mito. Non favola consolatoria, ma asse di senso. I popoli non combattono, non costruiscono, non generano, non si sacrificano per una costituzione: lo fanno per immagini di mondo, per fedeltà, per simboli, per memorie lunghe che rivendicano un posto nel mondo. Ogni grande fase storica italiana lo dimostra.
La “storicità autentica” del 17 marzo
E allora occorre tornare anche a quelle profondità simboliche che la modernità terminale considera imbarazzanti o reazionarie. Il Tricolore, per esempio, viene oggi trattato come una decorazione civile. Ma la sua genealogia è infinitamente più profonda. Renato del Ponte ha mostrato il legame tra i tre colori e la Roma arcaica, con le tribù dei Ramnes, dei Luceres e dei Titienses, fino alle bandiere issate sul Campidoglio per convocare i comitia curiata, i centuriata e il tumultus collettivo. E Georges Dumézil, ne L’ideologia tripartita degli Indoeuropei, riconduce quella triade a una struttura ancora più antica: purezza sacerdotale, forza guerriera, fecondità produttiva. Non un’invenzione arbitraria, ma il riaffiorare di un simbolismo ancestrale. Ma non basta che esista un deposito di simboli. Occorre che esso venga assunto, riconosciuto, tradotto in forma politica. È qui che si gioca ciò che Martin Heidegger chiamava la “storicità autentica”: non la semplice conservazione del passato, ma il suo ritorno come possibilità, che diventa reale solo quando un’esistenza decide di riappropriarsene e di attuarla. Il simbolo non è mai un reperto: è una possibilità che attende una decisione. Altrimenti resta archeologia. Per questo l’intuizione di Giovanni Pascoli sul feretro di Pallante, nell’Eneide, è così importante. Nel corbezzolo, tra foglie verdi, fiori bianchi e bacche rosse, il poeta vede il primo tricolore, il segno di una continuità sacrale che precede di secoli lo Stato unitario. Ma proprio questa lettura ricorda il punto fondamentale: il simbolo non fonda da solo la politica, la prepara. È materia disponibile, non ancora destino. Per diventare forza storica ha bisogno di una volontà che lo incarni.
L’Italia, la patria dei conflitti
La stessa cosa vale per l’Italia nel suo complesso. Non è una formula geografica, né soltanto una civiltà artistica o una somma di patrie locali. È una tensione. È la capacità, singolarmente italiana, di tenere insieme differenze estreme senza scioglierle: Roma e i campanili, il municipio e l’Impero, il comune e la visione universale, la terra e il mare, la forma classica e la frattura futurista, la Santa Sede e l’Italia ghibellina. In nessun altro luogo europeo questa polarità ha raggiunto la stessa intensità. Ed è proprio da qui che nasce il problema italiano: non conservare una identità immobile, ma dare ordine a una ricchezza centrifuga, trasformare il conflitto in unità superiore. Giosuè Carducci lo aveva intuito quando parlava di un’Italia da far risorgere “nel mondo per sé e per il mondo”, capace di “esplicare un officio suo civile ed umano, un’espansione morale e politica”. Qui si trova la correzione decisiva a ogni piccolo nazionalismo. L’Italia non si compie chiudendosi ma elevandosi. Non si salva rimpicciolendosi, ma irradiando forma. Roma resta il paradigma: un’identità che si realizza andando oltre se stessa senza dissolversi. Lo ricorda anche Giuseppe Prezzolini, richiamando un aneddoto su Niccolò Machiavelli: «Italia una, armata, libera e spretata». Formula aspra, ma chiarissima. Una nazione esiste se è unità, forza e autonomia. E oggi quella formula chiede di essere portata oltre il solo orizzonte nazionale. Non per negare l’Italia, ma per compierla dentro il destino del continente.
Il problema dell’identità europea
Ed è qui che si apre il punto decisivo. Il problema dell’identità europea è sorprendentemente simile al problema dell’identità italiana. Anche l’Europa possiede una realtà storica, simbolica e spirituale che precede la sua forma politica; e tuttavia questa profondità non si è ancora tradotta in soggetto. L’Europa, dunque, c’è e non c’è. Esiste come tradizione, come stile, come inconscio, ma non esiste ancora pienamente come volontà. È ciò che Adriano Romualdi aveva compreso con lucidità. Il nazionalismo ottocentesco, pur carico di energia, rischia di essere insufficiente: troppo angusto, troppo rivolto contro altri europei, troppo debole di fronte a spazi imperiali. L’alternativa è netta: o un nazionalismo europeo capace di integrare le differenze in una visione unitaria, oppure la subordinazione all’imperialismo russo-americano. Non due opposti, ma due varianti di una stessa logica: decidere sopra l’Europa. E infatti è questo che accade oggi. L’Europa non è considerata soggetto ma oggetto, non attore ma terreno. Ed è qui che il sovranismo più superficiale mostra tutta la sua debolezza: nel rifiuto di Bruxelles finisce per accettare l’irrilevanza europea. È una resa culturale prima ancora che politica.
Un “noi” che aspetta una definizione
Ma se l’Europa è un problema, una sfida, un compito – come avevano compreso, ciascuno a suo modo, Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Giorgio Locchi e Romualdi – allora negarla significa ripetere lo stesso errore che si farebbe negando l’Italia. Nessuna grande unità storica nasce da uniformità originarie. Nasce dalla capacità di trasformare una pluralità in destino. Oggi sappiamo che un “mentale” europeo esiste: un inconscio riconoscibile, un repertorio di forme e visioni che attraversa il continente. Romualdi lo collega alla lunga linea indoeuropea, dallo rta vedico al kosmos greco, alla ratio romana, all’orlog germanico. Non un’eredità museale, ma un principio attivo, una energia storica. Tanto l’Italia quanto l’Europa non sono dati compiuti. Sono realtà profonde ma incompiute. Esistono come possibilità; chiedono una forma. Chiedono una élite che sappia dire “noi” in modo non burocratico. Chiedono fondazione. E paradossalmente, proprio questo “noi” potrebbe essere facilitato da ciò che gli si oppone. Terzomondismo ideologico, cultura woke, pressioni geopolitiche esterne: fenomeni diversi che condividono un tratto comune, quello di negare l’Europa come soggetto. Ed è proprio questa negazione che chiarisce il problema. Quando l’Europa viene trattata come spazio passivo, emerge la necessità di definirsi. Non basta più essere italiani in senso difensivo e definitivo: occorre diventare europei in senso attivo.
Il 17 marzo oltre la ricorrenza
Per questo il 17 marzo non è soltanto una ricorrenza. È una lezione. Nessuna identità si salva per inerzia. Nessuna tradizione produce automaticamente una forma. Ogni civiltà, se non viene assunta da una volontà, si dissolve nel paesaggio. Il nostro problema non è avere dimenticato una data. È avere smarrito la facoltà di fondare. Non sappiamo più pensare la politica come creazione di forma, senso, gerarchia, frontiera e decisione, ma solo come gestione dell’esistente. Per questo l’Italia si svuota e l’Europa non nasce. Serve allora un nuovo mito: una forma capace di unire memoria e futuro, nazione e continente. Le nazioni non ci sono: si fondano. Valeva nel 1861. Vale oggi. E finché non torneremo a pensare in questi termini, continueremo a celebrare ricorrenze vuote, a sventolare simboli che non comprendiamo e a vivere dentro storie scritte da altri.
Sergio Filacchioni