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L’«Air Force Renzi» venduto a un euro: cinque governi, zero responsabili

by La Redazione
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Air Force Renzi

Roma, 19 gen – La vendita per un euro dell’Airbus A340-500 utilizzato per i voli di Stato chiude formalmente una vicenda amministrativa, ma inchioda politicamente un’intera stagione della Repubblica. Come ricostruito da un’inchiesta del Corriere della Sera, il quadrimotore parcheggiato per anni a Fiumicino è stato ceduto da Etihad ai commissari straordinari di Alitalia a titolo simbolico, prima di essere smantellato e venduto a pezzi. Un epilogo grottesco che non racconta solo uno spreco, ma una catena di decisioni politiche sbagliate, distribuite su governi diversi e mai realmente assunte fino in fondo.

L'”Air Force Renzi”: parabola di uno spreco netto

Cominciamo da un dato che la polemica ha volutamente deformato: l’“Air Force Renzi” come caricatura. Matteo Renzi non è mai salito su quell’aereo, ma l’aereo nasce interamente dentro il suo perimetro politico. È una scelta del suo governo, figlia di una precisa idea di proiezione internazionale, di prestigio e di centralità del decisore. Nel 2016, durante l’esecutivo Renzi, viene firmato il contratto di sub-noleggio tra Alitalia e Ministero della Difesa, costruito per aggirare l’impossibilità di stipulare un leasing diretto con una compagnia extra-UE. Un’architettura giuridica artificiosa, costosa, fragile, che lega lo Stato a Etihad per centinaia di milioni di euro senza una vera strategia di lungo periodo. Qui sta la prima responsabilità politica: aver concepito un grande asset senza una visione strutturale, riducendolo a strumento di rappresentanza e immagine. L’A340 non nasce come tassello di una politica industriale, né come parte di un disegno organico sull’aviazione di Stato. Nasce come soluzione “eccezionale”, costosa, tecnicamente sovradimensionata e politicamente esposta. Renzi e il suo governo aprono il dossier, lo caricano di oneri e lo lasciano senza una cornice che lo renda sostenibile nel tempo. Ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi qui. Perché il secondo atto della vicenda è ancora più rivelatore.

I grillini e la cultura del “no”

Nel 2018 arriva il governo giallo-verde e il Movimento 5 Stelle decide di trasformare l’A340 nel feticcio morale della propria propaganda. Danilo Toninelli esulta per aver “messo a terra l’ego volante di Renzi”. Elisabetta Trenta proclama la fine dell’“aereo simbolo dell’arroganza al potere”. Luigi Di Maio parla di “arroganza mandata a casa dal 4 marzo”. Giuseppe Conte rivendica “meno sprechi, meno spese inutili”. È la stagione del moralismo politico, della semplificazione assoluta: il problema non è la struttura dello Stato, ma il cattivo di turno; non servono soluzioni, basta il gesto simbolico. Il contratto viene sciolto nell’agosto 2018. Fine della storia? No. È qui che emerge la responsabilità piena del M5S. Perchè fermare l’aereo non significa risolvere il problema. Significa aprirne uno nuovo. L’A340 non viene restituito, non viene smantellato, non viene ricollocato. Resta parcheggiato a Fiumicino per cinque anni, attraversando quattro governi, una pandemia, il collasso definitivo di Alitalia e un contenzioso giudiziario che congela ogni decisione. Quello che doveva essere il simbolo della lotta allo spreco diventa spreco puro per inerzia. Qui il moralismo grillino mostra tutta la sua natura: una politica del “no” incapace di gestire il dopo. La stessa cultura che per anni ha ostacolato grandi opere, infrastrutture, progetti strategici in nome del risparmio immediato, produce uno dei casi più evidenti di distruzione di valore pubblico. L’aereo, che nel 2018 aveva ancora un valore di mercato stimato in milioni di euro, viene lasciato deteriorarsi fino a valere zero. Nessuna riconversione, nessuna gestione, nessuna assunzione di responsabilità.

Una mancanza cronica di responsabilità

Le responsabilità però non finiscono con il Conte I. I governi successivi — Conte II, Draghi, Meloni — ereditano il dossier e lo lasciano sostanzialmente congelato. I commissari di Alitalia lavorano per anni a una soluzione che arriva solo nel 2023, dentro un maxi-accordo con Etihad che chiude il contenzioso e certifica il disastro. La vendita a un euro non è un risparmio per lo Stato: è l’atto notarile finale di una perdita secca. Il paradosso è totale. L’A340 era stato giustificato come strumento per garantire autonomia nei voli a lungo raggio. Oggi l’Italia continua a usare Airbus A319 con gli stessi limiti di allora. Nessuna alternativa è stata costruita, nessuna visione è subentrata. È rimasta solo la propaganda, prima decisionista, poi moralista, infine silenziosa. L’Airbus venduto per un euro non racconta solo uno spreco. Racconta due culture politiche speculari e ugualmente fallimentari. Da un lato, quella renziana, capace di lanciare grandi decisioni senza struttura e senza radicamento strategico. Dall’altro, quella grillina, incapace di gestire la complessità e convinta che dire “no” equivalga a governare. In mezzo, uno Stato che non pianifica, non corregge, non risponde. L’“Air Force Renzi” non è mai esistita come oggetto politico serio. È esistita, invece, una lunga catena di irresponsabilità. Smontare l’aereo sarà facile. Ricostruire una classe dirigente che sappia distinguere tra prestigio, infrastruttura e interesse nazionale lo sarà molto meno.

Vincenzo Monti

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