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Barbero e Rovelli, i cattivi maestri che producono mostri

by Sergio Filacchioni
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Rovelli Barbero

Roma, 19 gen – Non c’è niente di più dannoso di un pensiero mediocre quando viene veicolato come sapere superiore. Il problema non è che un intellettuale prenda posizione politica – è legittimo – ma che lo faccia sfruttando un’aura di neutralità scientifica o accademica per imporre una visione ideologica semplificata, moralistica e irresponsabile. Carlo Rovelli e Alessandro Barbero rappresentano due declinazioni dello stesso vizio: l’uso della reputazione culturale come clava politica, la trasformazione dell’opinione in dogma, la riduzione della complessità storica e geopolitica a slogan rassicuranti per il pubblico progressista.

Rovelli a Piazzapulita rovescia propaganda filorussa

Le dichiarazioni di Carlo Rovelli a Piazzapulita sull’Ucraina sono esemplari. “Che c’è di male se l’Ucraina perde la guerra?”, “il Donbass si era ribellato dopo un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente”, “non vedo l’aggressività degli autocrati”. Qui non siamo davanti a una lettura critica dei rapporti di forza internazionali, ma a una deresponsabilizzazione totale del concetto di aggressione e sovranità. La sconfitta di uno Stato viene presentata come un evento neutro, quasi terapeutico, come se la storia fosse un processo spontaneo di assestamento morale e non uno scontro di potenze, interessi, volontà. Ma il pacifismo di Rovelli non è realismo, è rimozione. È la solita idea che la guerra sia sempre un errore, mai il risultato di una scelta precisa, di un progetto di espansione, di una strategia di potenza. In questa visione il diritto internazionale è un feticcio, la deterrenza una colpa, la difesa un atto moralmente sospetto. È un pacifismo che non produce pace, ma disarmo unilaterale e irresponsabilità politica. D’altronde basta il paragone con l’Italia che “ha perso la guerra ed è stata benissimo” per capire il tenore del suo s-ragionamento: storicamente fragile e concettualmente fuorviante. Gli Stati non “stanno bene” perché perdono le guerre, tantomeno l’Italia dopo un’invasione e una guerra civile. Al massimo si riorganizzano in un nuovo assetto di potere. Confondere la sconfitta militare con il benessere assicurato significa negare il ruolo della forza nella storia e illudere l’opinione pubblica che la rinuncia alla difesa sia una virtù e non una vulnerabilità.

La moraletta dei professori “puri”

Questa confusione non è episodica. Rovelli da anni relativizza tutto: terrorismo jihadista, conflitti asimmetrici, invasioni, differenze tra regimi e sistemi politici. In nome di una morale astratta, cancella le distinzioni concrete. È una postura che non nasce da un’analisi rigorosa, ma da un riflesso ideologico tipico della sinistra occidentale: la diffidenza sistematica verso la propria civiltà, accompagnata da un’indulgenza permanente verso tutto ciò che le si oppone. Lo stesso schema emerge negli attacchi che qualche anno fa, il fisico mosse a Guido Crosetto, descritto come “piazzista di armi” soltanto perchè colpevole di aver conosciuto dall’interno il settore della difesa. Qui il problema non è Crosetto, ma l’idea che la competenza sia sospetta e che lo Stato debba essere governato da figure moralmente “pure” e tecnicamente inconsapevoli. È un’idea infantile, che produce solo classi dirigenti deboli e decisioni velleitarie. La difesa non è un tabù etico, è una funzione essenziale dello Stato. Ma se Rovelli ha deciso di ritagliarsi la parte del pacifista col culo degli altri (mi si perdoni il tecnicismo), Alessandro Barbero rappresenta un altro versante dello stessa predisposizione: la sacralizzazione di un assetto di potere in nome della democrazia astratta. Il suo intervento contro la riforma della giustizia non è una lezione neutra sul Medioevo, ma una presa di posizione politica mascherata da ricostruzione storica. Il messaggio è semplice: chi tocca l’attuale equilibrio tra magistratura e politica mina la democrazia; chi lo difende è dalla parte giusta della storia.

Rovelli e Barbero i nuovi grillini

Anche qui il meccanismo è chiaro. Il dissenso viene delegittimato in partenza, la riforma trasformata in minaccia autoritaria, ogni critica al sistema giudiziario liquidata come attacco allo Stato di diritto. Non c’è spazio per discutere di autoreferenzialità, di potere senza controllo, di squilibri tra i poteri dello Stato. La storia diventa un’arma retorica, non uno strumento di comprensione. Rovelli e Barbero non sono pensatori controcorrente. Sono figure perfettamente integrate nel circuito mediatico e culturale dominante, che usano il prestigio accademico per rafforzare un senso comune ormai stanco e autoreferenziale. Non educano al pensiero critico, lo sostituiscono con una morale semplificata. Non aiutano a capire il mondo, aiutano a sentirsi dalla parte giusta senza pagare il prezzo della complessità. Ed è per questo che il problema non sono le loro opinioni, ma il ruolo che ricoprono. In un tempo che avrebbe bisogno di classi dirigenti lucide e responsabili, questi “maestri” insegnano solo una cosa: che rinunciare alla forza, alla sovranità e al conflitto è una forma superiore di virtù. Una lezione comoda, ma politicamente mostruosa.

Sergio Filacchioni

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