Roma, 6 ott – L’Italia degli ultimi vent’anni è diventata quasi la metà più cara. Secondo l’IPCA di Eurostat, ciò che nel 2004 costava 100 euro oggi ne vale 149. Fino al 2021 i rincari erano contenuti (+28% in 17 anni), ma il 2022 ha segnato un punto di svolta: +11%, seguito da +8% nel 2023 e +2% nel 2024 — quasi metà dell’inflazione accumulata in due decenni si è concentrata in tre anni.
Salari stagnanti e illusioni di ripresa
A fare da detonatore è stata l’energia: nel 2022 la voce “abitazione, acqua, elettricità e gas” è cresciuta del 53% in un anno, portando a un +99% complessivo rispetto al 2004. Trasporti +64%, alimentari +60% rispetto al 2004 (con +14% solo nel 2023), ristoranti e alberghi +54%, sanità +37%. L’unico comparto che ha visto ristagni o cali sostanziali è quello delle comunicazioni (-50%), ma ha impatto modesto sui bilanci quotidiani. Il rallentamento dell’inflazione nel 2024 non significa inversione: i prezzi continuano a crescere, solo più lentamente. E l’“inflazione percepita” — dominata da bollette, benzina e generi alimentari — rimane ben più alta. E se i prezzi volano, i salari rimangono al palo. Il governo Meloni rivendica un’inversione di tendenza, ma il Rapporto annuale 2025 dell’ISTAT dipinge un quadro diverso: le retribuzioni reali lorde per dipendente in Italia, pur in lieve crescita nel 2024 (+2% sul 2023), restano sotto i livelli del 2019 e marcano un divario con Francia, Germania e Spagna. Il governo cita le retribuzioni contrattuali orarie, cresciute dall’ultimo trimestre del 2023 grazie al rallentamento dell’inflazione e al rinnovo di alcuni contratti. Ma si tratta di un elemento parziale: non rappresenta l’intera retribuzione annua, né compensa la perdita accumulata negli anni 2013-2022. Nel frattempo, le previsioni macroeconomiche non danno respiro: la Commissione europea stima che il PIL italiano nel 2025 crescerà solo dello 0,7%, quinta performance più bassa nell’Unione (dietro solo a Austria, Germania, Lettonia e Francia), mentre Paesi come la Spagna precedono con +2,6%.
Produttività ferma, sistema bloccato
Già qualche mese fa mettevamo in luce sul Primato Nazionale una delle vere radici del problema: la produttività del lavoro in Italia è sostanzialmente stagnante da decenni. Quando chi produce poco non può distribuire molto, anche il salario è costretto a rimanere basso. Secondo dati recenti, negli ultimi anni la crescita dell’occupazione è avvenuta prevalentemente nei settori a bassa produttività: il commercio, il pubblico impiego, le costruzioni. Per ogni 100 nuovi occupati, molti lavorano in comparti con basso valore aggiunto, mentre pochi entrano nella manifattura. Questo accade in un Paese che è a due velocità: al Nord alcune industrie operano con efficienza, ma il Mezzogiorno resta in coda, con infrastrutture carenti, bassa innovazione e fuga di cervelli. La media nazionale risente di questo squilibrio, abbassando le statistiche complessive. Il turismo — spesso celebrato come la via maestra — si rivela una “bolla improduttiva”. È un comparto stagionale, a basso valore aggiunto, con lavoro precario e dipendenza da flussi esterni. Non è un motore stabile per una crescita solida. Serve un cambio di paradigma: un piano industriale serio, meno burocrazia, investimento in tecnologia e infrastrutture, formazione tecnica coerente con le esigenze produttive. Un’Italia “a trazione nucleare” — metaforica o concreta — per liberarsi dalla rendita e tornare a generare reale valore.
Il decreto Flussi, l’occupazione povera e la scelta della regressione
Inoltre, il recente rapporto della Banca d’Italia smonta la retorica della “ricomposizione” dell’economia verso i servizi: non è evoluzione, è declino. L’occupazione si sposta dall’industria ai settori a bassa produttività — turismo, commercio, ristorazione — non per volontà strategica, ma per carenza di politica industriale. I nuovi posti di lavoro richiedono più braccia che cervello, con salari modesti e prospettive limitate. Il Decreto Flussi, piuttosto che rispondere a esigenze produttive avanzate, alimenta un mercato del lavoro a basso costo, utile a un’economia che rinuncia a produrre e sceglie di “servire”. Con la manifattura indebolita e le filiere strategiche sotto pressione, l’Italia si affida al turismo e al consumo interno. Ma l’esportazione — un tempo motore forte — oggi è condizionata da dazi, nuove barriere e competizione globalizzata sul prezzo. Un Paese senza materie prime, senza industria forte e con politiche industriali latitanti rischia di fragilizzarsi ad ogni mutamento geopolitico.
Europei sì, ma con i piedi per terra
È facile accusare Bruxelles di ogni male, ma l’evidenza dice che i picchi inflattivi recenti sono il risultato di shock globali — pandemia, guerra, energia — non di un disegno europeo. La BCE ha reagito con i tassi, la Commissione ha concesso margini straordinari di spesa (PNRR, sospensione del Patto di stabilità). Il vero problema italiano è interno: produttività stagnante, contrattazione debole, infrastrutture carenti, disinvestimenti, squilibrio Nord-Sud. Paesi come Spagna e Francia — pur nella stessa Unione — hanno saputo difendere meglio il potere d’acquisto. Se l’Europa ha colpe, sono altre: scarsa coesione industriale, politiche energetiche suicide, regole fiscali restrittive. Ma il grosso del fallimento è italiano: non aver sfruttato le opportunità, aver smesso di credere nell’industria, aver lasciato spazio alla rendita e all’assistenzialismo.
Ripartire dal nucleo produttivo
Vent’anni di rincari, salari fermi, produttività bloccata e de-industrializzazione hanno portato l’Italia sull’orlo di un declino strutturale. Questa non è una crisi temporanea: è una scelta che è stata fatta — o subita — nella quiete raffinata della retorica liberista. Il Paese sta rinunciando a costruire, preferendo servire. Ma servire non crea valore: produce redditi contingenti, fragili, sempre esposti alle intemperie. Per risalire serve ripartire dal nucleo produttivo, riprendere la via del progresso tecnologico, colmare le divisioni territoriali e restituire dignità al lavoro che produce.
Vincenzo Monti