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Il martirio inventato del compagno Giovanni Amendola (che dopo cent’anni ancora resiste)

by Tony Fabrizio
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Roma, 9 apr – Per decenni, la narrazione ufficiale della Repubblica nata dalle macerie ha alimentato un pantheon di “martiri” funzionali a una pedagogia dell’odio. Non importa la verità storica, non contano i referti medici. Ciò che conta, per i gendarmi della memoria, è apporre il timbro “assassinato dai fascisti” su ogni figura della vecchia Italia liberale o sovversiva. È il caso emblematico di Giovanni Amendola, la cui morte viene ancora oggi sbandierata come un crimine dello squadrismo. Quando la realtà dei fatti ci riconsegna una storia ben diversa. Ovvero quella di un uomo vinto da un male incurabile. E, paradossalmente, protetto proprio dalle Camicie Nere.

La speculazione politica oltre la tomba

La retorica antifascista non cerca la pietà per il defunto, ma lo sciacallaggio politico. Come avvenuto per Gramsci — morto da uomo libero in una clinica d’eccellenza pagata dallo Stato. O per Matteotti, vittima di un tragico incidente preterintenzionale durante una colluttazione. Anche su Amendola si è costruita una leggenda nera.

Si ignora volutamente che Amendola, pur oppositore, era un patriota: medaglia di bronzo al Valor Militare e Ministro delle Colonie che sostenne con vigore la riconquista della Libia contro i ribelli berberi. Un uomo d’ordine che i comunisti stessi, con il loro tipico livore, bollavano come “semifascista”.

L’aggressione di Montecatini: chi difese davvero l’Onorevole?

I fatti del 20 luglio 1925 sono stati distorti fino all’inverosimile. Pochi sanno che l’Onorevole era scortato da tre fascisti, inviati personalmente dal Comandante Carlo Scorza per garantire la sua incolumità contro eventuali teste calde. A Pieve a Nievole, l’auto fu bloccata da un agguato. In quel frangente, le Camicie Nere non furono gli aggressori, ma i difensori: il fascista Marcello Marcelli rimase ferito per proteggere Amendola, e un altro commilitone mise in fuga i facinorosi sparando in aria. Lo stesso Amendola, per nulla prostrato, salì sul treno con le proprie gambe dopo aver ringraziato i suoi giovani custodi con un gesto d’affetto.

La scienza contro la vulgata

Il nesso tra le percosse (lievi ferite lacero-contuse guaribili in pochi giorni) e la morte avvenuta quasi un anno dopo è una forzatura che urta la logica medica. Amendola morì in Francia il 7 aprile 1926 per un tumore maligno al polmone sinistro, una massa inoperabile che nulla aveva a che fare con i colpi ricevuti alla testa mesi prima. Come sottolineò coraggiosamente l’On. Mario Jannelli nel 1952: “Voler ritenere che Amendola sia morto in conseguenza dell’aggressione di Montecatini è cosa che ripugna tanto alla logica quanto alla giustizia.”

Eppure, la magistratura del dopoguerra, accecata dal clima di epurazione, arrivò a condannare quegli stessi fascisti che lo avevano difeso, prima che la Cassazione nel 1950 ristabilisse un minimo di verità giuridica assolvendoli tutti.

Un muro di gomma ideologico

Ancora oggi, lapidi e monumenti in tutta Italia perpetuano il falso storico della “morte per mano fascista”. Persino quando esponenti del Pci, come Maurizio Ferrara, ammisero privatamente che il male di Amendola era di natura oncologica, vennero immediatamente linciati politicamente e costretti all’abiura dal “processo popolare” della sinistra. Il verdetto della storia onesta, quella vera, è un altro: Giovanni Amendola non serve all’antifascismo come uomo, come filosofo o come politico, ma solo come feticcio. Rivendicare la verità sulla sua morte non significa mancare di rispetto alla sua figura, ma al contrario, sottrarla alla strumentalizzazione di chi preferisce un “martire utile” a un uomo reale. Il fascismo non ebbe bisogno di uccidere Amendola, ma la propaganda non ha mai smesso di tentare di riaprire quel feretro per i propri fini elettorali.

Tony Fabrizio

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