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Energia e crisi iraniana: la vera subordinazione che la sinistra non vede

by Sergio Filacchioni
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Roma, 7 apr – Nel dibattito italiano sull’energia esiste un riflesso ormai automatico: ogni crisi viene tradotta in una favola morale. Da una parte il cattivo di turno, che oggi prende il nome di Trump, trascinato dalla furia ideologica e bellicista di Netanyahu; dall’altra il leader virtuoso, magari incarnato da Pedro Sánchez, elevato a simbolo di un’Europa finalmente “pacifica”, “sociale”, “verde”, pronta a liberarsi dalla tutela americana grazie alle rinnovabili e a una postura più etica sul piano internazionale. È una narrazione rassicurante, lineare, spendibile sui social. Ed è quasi interamente falsa.

La crisi iraniana e il problema dell’energia in Europa

Falsa non perché manchino responsabilità politiche americane o israeliane nell’escalation mediorientale. Quelle responsabilità esistono, sono evidenti e vanno nominate. Il neoconservatorismo d’intervento, tornato a mordere dentro un quadro internazionale già saturo di tensioni, continua a produrre destabilizzazione e a scaricarne i costi sugli altri. Ma il punto decisivo evidentemente è un altro: l’Europa può indignarsi quanto vuole, può denunciare la guerra, può moltiplicare le dichiarazioni solenni sul diritto internazionale; resta il fatto che, ogni volta che una crisi scuote il Golfo, il Mediterraneo allargato o le rotte energetiche globali, il continente entra immediatamente in una condizione di esposizione. Questo accade per una ragione semplice: l’Europa non è un soggetto compiuto. Qui emerge il vero limite del pensiero medio di sinistra. Esso continua a trattare la questione energetica come un sottoprodotto di scelte morali o di opzioni tecnologiche, quando invece l’energia è innanzitutto una questione di potenza. Non riguarda soltanto il costo delle bollette, la sostenibilità ambientale o il mix delle fonti. Riguarda la continuità industriale, la capacità di difendere i propri approvvigionamenti, il grado di autonomia decisionale che un sistema politico possiede quando il quadro internazionale si deteriora. In altri termini: riguarda la sovranità reale.

L’energia rinnovabile e i feticci della sinistra

Per questo la formula secondo cui “bastano le rinnovabili” è grottesca. Non perché le rinnovabili siano inutili, ma perché da sole non risolvono nulla sul piano strategico. Non garantiscono la continuità di carico necessaria a un grande sistema industriale, non sostituiscono una base energetica stabile, non cancellano la dipendenza dalle filiere esterne, dai materiali critici, dalle infrastrutture, dalle rotte e dai dispositivi di sicurezza che rendono possibile il funzionamento del sistema. Pensare di emanciparsi da una subordinazione geopolitica attraverso il fotovoltaico e pale eoliche significa confondere una componente del problema con la sua soluzione complessiva. È l’errore di chi ha ragionato per anni dentro l’orizzonte del tecnicismo e non in quello della storia. Il paradosso è che questa illusione “post-storica” convive con la retorica pseudo-sovranista: si attacca Bruxelles come se l’Unione Europea fosse l’origine di ogni dipendenza, e così si manca il bersaglio vero. Il nodo non sta nella sovrastruttura comunitaria, ma nell’ordine costruito dagli Stati Uniti a partire dal 1945, un ordine che ha garantito protezione, stabilità e crescita, ma al prezzo di una lunga minorità europea. L’UE non ha creato da sola questa dipendenza; al massimo l’ha amministrata, razionalizzata, normalizzata. La questione allora non è scegliere infantilmente tra “Europa” e “Unione Europea”, ma capire che l’Europa come struttura storica, civile e geopolitica continua a esistere anche dentro forme istituzionali incomplete o sbagliate. Ed è proprio questa Europa profonda, questo blocco continentale possibile, che oggi paga il prezzo di non essersi ancora trasformata in potenza.

La crisi energetica oltre gli slogan

La crisi legata all’Iran e allo Stretto di Hormuz lo dimostra con brutalità. Ogni tensione nell’area si traduce in un aumento del rischio sistemico per economie che dipendono dall’esterno per approvvigionamenti decisivi. In questi casi il problema non è se il singolo leader europeo faccia bene o male un viaggio diplomatico, o se si mostri più o meno servile verso i produttori di idrocarburi. Il problema è che, in assenza di una forza europea autonoma, qualunque governo nazionale si muove dentro un campo di vincoli strettissimi. Può mediare, tamponare, cercare alternative, ma non può modificare davvero la struttura del rapporto di dipendenza. Per questo risultano tanto ingenue le polemiche contro chi tratta con i Paesi produttori come se il commercio energetico fosse una forma di umiliazione morale. Ed è qui che la polemica di certa sinistra cade nel ridicolo, perchè si preferisce inveire contro il viaggio di Giorgia Meloni nei paesi del Golfo senza che si capisca davvero quale sarebbe il loro progetto. Non va bene il gas russo, non va bene il petrolio americano, non va bene il rapporto con i produttori arabi, non va bene la diplomazia energetica, non va bene il riarmo, non va bene il nucleare. Ma allora quale sarebbe l’autonomia? Quale sarebbe il sistema concreto capace di reggere una grande economia europea in un mondo attraversato da guerre, conflitti commerciali e competizione tra blocchi? A questa domanda non arriva mai una risposta seria. Arrivano slogan sulle rinnovabili, fellatio intellettuali a Sánchez, richiami morali al diritto internazionale. Tutte cose che non bastano a tenere in piedi una civiltà.

La rinuncia dell’Europa all’energia nucleare è stata un errore

La verità è che l’Europa ha bisogno di due pilastri che il discorso progressista tende sistematicamente a eludere. Il primo è una difesa comune reale, cioè non la sommatoria burocratica di eserciti nazionali disallineati, ma una struttura continentale capace di comando, industria, logistica, deterrenza e protezione delle rotte strategiche. Il secondo è una politica energetica fondata su continuità, densità e controllo, e dunque anche sul ritorno deciso del nucleare. Su questo punto persino Ursula von der Leyen, cioè una delle figure più rappresentative dell’attuale establishment europeo, è stata costretta ad ammettere l’ovvio: abbandonare il nucleare è stato un errore strategico. Non una sfumatura, ma il riconoscimento di aver costruito per anni