Roma, 9 mar – Negli ultimi mesi, abbiamo tutti sentito, per forza di cose, parole come “Repubblica Islamica”, “Sciismo politico”, “Guida Suprema” e via discorrendo. Ma spesso tali parole vengono gettate nel dibattito pubblico alla rinfusa, senza comprensione a fondo della questione e, soprattutto, senza comprendere il contesto in cui tali nozioni sono calate. Per questo, cercheremo di mettere ordine, andando ad esaminare quali sono i presupposti ideologico-religiosi su cui si basa davvero il sistema politico iraniano post-1979.
Alle origini dello sciismo
Partiamo da una questione fondamentale: che cos’è lo sciismo? Come tutti, o quasi, sanno, l’Islam si divide in due macro-rami: il sunnismo (maggioritario, con circa il 90% dei credenti) e lo sciismo (minoritario, con circa il 10% dei credenti). L’origine di tale divisione però, non è – come potremmo essere portati a pensare, avendo in mente, come europei, le differenze dottrinali tra le confessioni cristiane – teologica, bensì eminentemente politica. La disputa, in estrema sintesi, da cui presero forma i due rami dell’Islam – sunnita e sciita – riguardava infatti la questione della successione alla guida della Umma – la comunità dei fedeli – dopo la morte di Maometto (632 d.C.). Se per i primi erano sufficienti le qualità personali del “candidato” alla successione, per i secondi era necessaria un’altra qualità: la discendenza dalla famiglia del Profeta. E il parente maschio più stretto di Maometto era il cugino e genero (in quanto marito della figlia del Profeta, Fatima) Alì. Dopo un periodo in cui la Umma fu guidata da tre califfi “ben guidati” (secondo i sunniti), Alì divenne il quarto califfo. Tuttavia, la fazione (in arabo Shi’a, da cui il termine “sciismo”) di Alì, non riconobbe come legittimi i tre califfi precedenti (Abu Bakr, Omar e Uthman) e li ritenne usurpatori, in quanto non discendenti di Maometto. Da questa disputa politica (e solo in seguito dottrinale e teologica) nacque la suddivisione tra sunniti e sciiti.
Dopo la morte di Alì (primo imam della Shi’a), si succedettero una serie di altri imam (i primi due dopo Alì furono i suoi due figli, Hasan e Husain). E qui emerse l’ulteriore divisione del mondo sciita, sempre per motivi di legittimità di successione. Il punto stavolta era: dei successori di Alì, quali erano legittimi? La Shi’a si divise così in diverse “correnti”, delle quali quella ancora oggi più numerosa è quella che riconosce una linea di dodici imam legittimi (chiamata per questo “duodecimana”). Ad oggi gli sciiti sono diffusi principalmente in Iran e Iraq (rispettivamente il 95% e il 70% della popolazione), nella variante duodecimana, e in Yemen (nella variante zaydita, cui appartiene la milizia degli Houti).
Lo sciismo e la politica
Anche se le diverse correnti sciite non concordano su quando interrompere la linea degli imam, concordano su che fine abbia fatto l’ultimo dell’elenco: non è morto ma è entrato in uno stato di “occultamento” (ghayba). Nel caso degli sciiti duodecimani (che sono quelli che ci interessano, in quanto sono la corrente predominante in Iran), l’imam “occultato” è il dodicesimo e, secondo, l’escatologia sciita, tornerà alla fine dei tempi per restaurare l’Islam puro delle origini. Ora qualcuno legittimamente si starà chiedendo perché la stiamo facendo tanto lunga. Ebbene, il nodo sta proprio qui: se l’imam legittimo è “occultato” e, salvo particolari segnali miracolosi del proprio volere, de facto impossibilitato alla guida concreta della comunità, quale autorità è legittima in attesa del suo “ritorno”? In teoria, la guida spetterebbe ai rappresentanti religiosi più esperti, perennemente “guidati” dall’imam nascosto; questi alti religiosi sono gli ayatollah (letteralmente “segno di Dio”). Ma di fatto, fino alla Rivoluzione del 1979, gli esponenti più alti del “clero” (termine improprio, ma che usiamo per comodità) sciita non ebbero un ruolo direttamente politico. Una conseguenza particolare di questo aspetto dottrinale è che, dal momento che nello sciismo solo all’imam spetta il diritto di dichiarare la “guerra santa”, la Shi’a ritiene impossibile farla in assenza dell’imam “occultato”. E il ricorso alla “guerra per la fede” è ammesso dagli sciiti solo in casi di estrema difesa contro minacce imminenti (il primo caso dopo moltissimo è infatti accaduto di recente, dopo gli attacchi israelo-americani contro l’Iran, quando l’ayatollah Abdollah Amoli ha dichiarato con una fatwa che “è obbligatorio versare il sangue di Trump e dei sionisti”). Questo spiega anche il motivo dell’ostilità delle organizzazioni islamiste sunnite (come Al-Qaida e Daesh) verso gli sciiti e verso la loro principale espressione politica, l’Iran khomeinista.
Khomeini e la velayat-e faqih
Il problema della legittimità politica in assenza dell’imam, come si può intuire, era ed è di enorme importanza nella discussione teologica interna al mondo sciita. È in questo dibattito che va ad inserirsi l’originale soluzione dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, che nel 1970 in una serie di lezioni enunciò i principi della dottrina della velayat-e faqih. Il religioso e rivoluzionario sciita, sciolse il nodo di Gordio della partecipazione politica dei giuristi sciiti, attraverso tale dottrina, la velayat-e faqih (in persiano significa letteralmente la “tutela del giurisperito”); Khomeini sostenne che il giurista-teologo (il faqih), in quanto praticante dell’ijtihad (interpretazione dei testi sacri ed espressione di un’opinione, la fatwa, dotata di valore legale), ha il compito di agire come sostituto tutelare dell’imam occultato, tanto negli affari religiosi quanto nella conduzione politica della comunità sciita. Fino alla Rivoluzione iraniana del 1979, la dottrina della velayat-e faqih non ebbe particolare risonanza – eccetto nei gruppi clandestini che facevano riferimento all’ayatollah in esilio – e tornò in auge quando si trattò di decidere che assetto istituzionale dare all’Iran dopo la cacciata dello shah. La velayat-e faqih fu mantenuta come principio fondamentale della nuova Repubblica Islamica (che stravinse il referendum istituzionale con il 98% dei voti), ma Khomeini volle che tale dottrina fosse inserita in un quadro istituzionale “al passo coi tempi”. Fu così che il nuovo Iran prese forma, assumendo nella propria Costituzione che – in ultima istanza – la sovranità spetta a Dio, ma il popolo la esercita concretamente attraverso l’elezione di tre organi istituzionali: il Presidente della Repubblica, il Parlamento e l’Assemblea degli Esperti (che, a sua volta, nomina la Guida Suprema). Così nacque lo sciismo politico che ancora oggi fa tanto discutere.
Comprendere davvero l’Iran
Dopo la Rivoluzione del 1979, questa nuova concezione militante dell’Islam sciita si espanse anche al di fuori dei confini dell’Iran. Per esempio, già a partire dal 1982 si radicò con forza in Libano, con la nascita di Hezbollah, partito-milizia sciita fondato sulla dottrina della velayat-e faqih e – insieme all’Iran – maggiore espressione odierna dello sciismo politico. Indipendentemente da come la si pensi sull’Iran e i suoi alleati nella regione, è innegabile che lo sciismo politico e la teorizzazione khomeinista abbia avuto un impatto decisivo nel plasmare un’intera fetta del globo e che, ancora oggi, resti una “lente d’ingrandimento” fondamentale per comprendere in maniera più completa gli avvenimenti del Vicino Oriente in cui l’Iran è coinvolto.
Enrico Colonna