Roma, 20 aprile – Alla fine, il ministro della cultura Alessandro Giuli non ha presenziato all’inaugurazione del padiglione centrale della Biennale di Venezia. E non certo per l’incendio che ha interessato il padiglione della Serbia. Laddove i greci praticavano l’ekecherìa (ἐκεχερία, la tregua olimpica), l’indutiae venetae, la tregua veneziana, non ha spento il fuoco tra il Ministro Giuli che, così, evita in calcio d’angolo la sfiducia politica, e il sottosegretario con delega all’attuazione del governo e custode dell’ortodossia” meloniana, Giovanbattista Fazzolari.
Nessun retaggio politico-militante passato, al centro della tempesta c’è il ritorno della delegazione russa e, soprattutto, il cortocircuito ideologico che li vede protagonisti, nei ruoli rispettivamente di difesa e di accusa, del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. In questa vicenda, Buttafuoco incarna una figura tragica e affascinante: ha ragione in tutto, fa quello che è stato chiamato a fare – cultura – ma contemporaneamente si scontra con il limite invalicabile della realtà politica.
La ragione di Buttafuoco: la cultura come zona franca
Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale eclettico e “funambolo” per definizione, sostiene una tesi nobile: la cultura non può avere dogane. Predica, a ragione, l’universalità dell’Arte e, di conseguenza, sostiene che ospitare il padiglione russo non significa avallare l’invasione dell’Ucraina, ma preservare un ponte di dialogo che la diplomazia delle armi ha fatto saltare. In un mondo diviso in blocchi, rivendicare il diritto della Russia, intesa come giacimento culturale immenso, da Dostoevskij a Pavel Florenskij cui dedica ben cinque giornate, di abitare lo spazio veneziano è un atto di coraggio intellettuale senza eguali. La scelta del “Leonardo da Vinci russo” non cade a caso, ma il filosofo e scienziato russo è stato preferito quale simbolo della “Russia spirituale” che è stata vittima della Russia politica e violenta. Le cinque giornate dedicate all’intellettuale dimostrano che Buttafuoco non vuole celebrare l’attuale governo di Mosca, ma la cultura russa perseguitata, a dispetto della quale Florenskij continuò a scrivere “meravigliose lettere ai figli” persino dal gulag, mantenendo quella libertà interiore che oggi si vorrebbe celebrare a Venezia. Dal punto di vista del suo Direttore, la Biennale deve essere il luogo dove il messaggio universale dell’arte supera il contingente. Se l’arte si piega alle sanzioni, smette di essere arte e diventa ufficio stampa della geopolitica.
Il torto di Buttafuoco: l’illusione dell’indipendenza
Se Buttafuoco ha ragione sul piano filosofico, intellettuale e culturale cade drasticamente su quello della realtà politica. Il suo errore fondamentale è dimenticare la natura del suo incarico. La sua è una nomina prettamente politica. Come sottolineato con durezza da Fazzolari, la guida della Biennale non è un’investitura divina o accademica, ma una scelta squisitamente politica. Chi siede su quella sedia rappresenta la linea del governo che lo ha scelto. Riaprire le porte al Cremlino mentre la guerra infuria e le sanzioni mordono non è un gesto “neutro”. Se il padiglione è patrocinato dal regime di Putin – o peggio, dalla famiglia Lavrov – la cultura smette di essere ponte e diventa strumento di soft power, fascino e propaganda per Mosca: il commissario del padiglione dovrebbe essere la figlia del direttore di Rostec, colosso russo nella produzione di armi; nel padiglione troverebbe spazio anche la figlia dello stesso Lavrov, fresca di studi in Occidente; lo sponsor dello spazio è sotto sanzioni europee e il rappresentante della Russia a Venezia sarebbe Mikhail Shvidkoy, ex ministro della cultura russa che ritiene l’arte un’arma contro la politica dell’Unione europea. Ignorare il dolore di Kiev e le proteste dell’Unione Europea in nome di un astratto “messaggio di pace”, dunque, rischia di scivolare nel cinismo estetico.
Il duello Giuli-Fazzolari: la destra allo specchio
Al di là delle intenzioni, al momento e non solo ora, solo intuibili, la realtà ci ripropone lo scontro istituzionale. Il conflitto non è solo tra Venezia e Roma, ma interno alla nuova cultura di destra. Da una parte il ministro – Buttafuoco lo definirebbe “camerata di complemento” – Alessandro Giuli, intrappolato tra l’amicizia con l’intellettuale siciliano e i doveri di governo; dall’altra Fazzolari, l’uomo del granitico credo, che vede nella mossa russa una “leggerezza gravissima” verso le centinaia di migliaia di vittime ucraine. “La nomina è politica per cui chi ci va può fare quello che vuole, ma deve tenere conto delle implicazioni politiche” tuona senza mezzi termini Fazzolari, sintesi perfetta del dilemma “puoi anche voler fare cultura ‘alta’ e libera, ma se sei stato messo lì per rappresentare una Nazione che ha scelto un campo, quello atlantista e filo-ucraino, per cui la tua libertà (di manovra) finisce dove inizia la coerenza diplomatica”.
La quadratura del cerchio
Buttafuoco ha ragione a voler fare cultura senza barriere, perché è l’unico modo per non morire di propaganda, ma ha torto nel pensare che la sua nomina possa essere scissa dal peso della politica. In Laguna, il rischio è che il padiglione russo non diventi un tempio d’arte, ma un avamposto del Cremlino in terra europea, trasformando l’eresia di Buttafuoco in un boomerang per il governo Meloni. Il filosofo-scrittore siculo, però, è intellettuale poliedrico e il suo stile è tipicamente provocatorio, colto e dissacrante e magari ha deciso di vestire i panni dell’“idiota”, maschera dostoevschiana per indicare l’unico essere puro perché fuori dai giochi del mondo, per la causa culturale. Non può, per dirla con la storpiatura satirica, titolo di una sua opera, rischiare di rimanere vittima del cosiddetto “Dulcis in culo” ovvero il lieto fine che non sarà affatto un piacere, bensì un inganno mascherato da buona notizia. Sempre che questa condizione non sia già una realtà.
Tony Fabrizio