Roma, 9 mar – Mai come nel tempo attuale si è registrato nella storia un così forte sentimento individualista e anti-comunitario generalizzato. Sarebbe ingenuo pensare che ciò accada solo per le personali convinzioni dei singoli che li spingono ad isolarsi dalle dinamiche di un gruppo umano. Piuttosto questo fenomeno è il frutto di secoli di cambiamenti politici e sociali. Dall’Umanesimo all’Illuminismo arrivando in particolare nel secondo dopoguerra allo svilimento totale di ogni concetto implicante una direzione comunitaria e identitaria.
Un viaggio nei meandri della mitologia europea
Ma l’Uomo può davvero dirsi completo nella sua dimensione puramente individuale? Possiamo esistere al di fuori del legame con la nostra stirpe e del vincolo del sangue? Siamo, per concludere, davvero esenti dai meriti, e soprattutto dalle colpe, dei nostri padri? Ancora una volta è la storia greca che ci viene in soccorso. O meglio, la mito-storia, perché per rispondere a queste domande dovremo affrontare un viaggio nei meandri della mitologia ellenica ed europea, riscoprendo personaggi come Pelope, da cui la regione del Peloponneso ha preso il nome.
Pelope è a tutti gli effetti un eroe positivo. Un favorito di Zeus e dell’Olimpo tutto. Eppure la sua vita non è priva di difficoltà e di tormenti atroci. Verrebbe da chiedersi il perché, ma la risposta è celata all’interno del suo stesso sangue: Pelope è figlio di Tantalo, uno dei personaggi più blasfemi e arroganti del mito greco.
Pelope, il figlio di Tantalo
Tantalo è un sovrano ancestrale delle genti greche. Un gran signore talmente benvoluto dagli dèi da essere spesso invitato alla loro mensa. Ma è anche un individuo ambiguo e profondamente malvagio, invidioso della potenza delle divinità. Per sfidare l’onniscienza degli dèdi olimpici, Tantalo un giorno li conduce al proprio palazzo offrendo un imponente banchetto. La portata principale tuttavia è crudelmente disgustosa: egli offre alle divinità la carne, cucinata e speziata, del proprio figlio Pelope. Accortisi dell’inganno nessuno degli dèi mangia. Solo Demetra, distratta, assaggia un boccone della spalla: per questo Pelope, una volta “riassemblato” e resuscitato dalle divinità ha bisogno di una protesi d’avorio per compensare il pezzo mancante.
Tantalo viene condannato per il suo sacrilegio alle feroci pene del Tartaro, la prigione più profonda dell’Ade greco, paragonabile al nostro Inferno e infatti successivamente spesso ripresa da Dante.
Un valoroso guerriero
Ma il figlio Pelope è vivo e diventa un valoroso guerriero. Tra le sue imprese si può annoverare il matrimonio con la principessa Ippodamia, vinta in una feroce gara di velocità coi carri durante la quale perse la vita Enomao, crudele padre della ragazza. Questi era sovrano di Olimpia, determinato a giustiziare i pretendenti di sua figlia che non erano in grado di sconfiggerlo sul campo della corsa (da qui nacquero secondo la leggenda le Olimpiadi).
Tutto sembra andare per il meglio, l’eroe sposa la principessa e diventa sovrano di una potente città. Ma la maledizione del sangue di Tantalo è pronta ad abbattersi anche sul favorito degli dèi. Ippodamia da a Pelope due figli: Atreo e Tieste. Gelosa del primo figlio di Pelope, avuto da una precedente relazione, la regina lo uccide a pugnalate cogliendolo nel sonno. Prima di morire, il primogenito di Pelope riesce a indicare col sangue il nome della propria assassina. Scoperta dal marito furibondo, Ippodamia sceglie il suicidio e lascia orfani gli ormai malvoluti figlioletti.
Pelope conclude la sua vita in preda alla tristezza e al risentimento, facendosi vettore della maledizione di Tantalo e trasmettendola ai figli e ai ben più famosi nipoti: Agamennone, Menelao e Egisto.
La storia di Pelope: una riflessione attuale
La storia di Pelope, così favorito e benvoluto dagli dèi eppure incapace di sfuggire ai comportamenti sbagliati del sacrilego padre, impone tuttora un’attuale riflessione. Ci viene ripetuto ogni giorno, dai banchi di scuola sino agli uffici lavorativi, che la nostra felicità è ciò che più conta. Che dobbiamo porre sempre noi stessi davanti agli altri e spesso anche che i nostri personalissimi desideri corrispondono a diritti che la società non può negarci. Ma è davvero così?
La storia di Pelope come tutti i miti antichi cela un intento pedagogico. Non è creata dai cantori per ridere insieme al pubblico della crudeltà ironica del destino. Piuttosto per porre un importante avvertimento: è la stirpe che genera l’Uomo, non viceversa. Senza un legame profondo che ci unisce con chi ci ha preceduto e con chi raccoglierà la nostra eredità, l’Uomo semplicemente non è. Per questo è impensabile ed effimero cercare di dissociarsi dalle virtù come dalle colpe dei padri: l’Individuo, tanto osannato in questi tempi di razionalismo spicciolo, senza tale eredità non potrebbe nemmeno esistere, e la maledizione del “suo” Tantalo rischia sempre di presentarsi e gelidamente bussare alla porta.
Marco Scarsini