Roma, 22 gen – Il film “Norimberga”, diretto e co-prodotto da James Vanderbilt, si presenta non come un’autentica opera di ricostruzione storica, ma come l’ennesimo prodotto di propaganda ideologica. Partendo da una premessa apparentemente solida, il celebre processo ai criminali nazisti, l’opera scivola rapidamente in una serie di falsificazioni, omissioni e messaggi preordinati che servono un’agenda precisa: consolidare il dogma della Shoah e lanciare un avvertimento politico per il presente americano.
Norimberga a processo
La scelta più gravida di conseguenze è l’assoluta assenza della Russia e della Francia tra i vincitori e i giudici. Il processo viene dipinto come un’impresa quasi esclusivamente anglo-americana. La cosiddetta “sconfitta” di Hermann Göering in aula è attribuita unicamente alla collaborazione USA-Regno Unito e agli stratagemmi psicologici di uno psichiatra spregiudicatamente ambizioso, a cui è concessa una centralità narrativa eccessiva e fuorviante. È una chiarissima alterazione dei fatti, finalizzata a esaltare il ruolo degli Stati Uniti come paladini unici della giustizia.
La ridicolaggine calcolata
I nazisti non sono presentati come un fenomeno politico, sociale e militare complesso, ma ridotti a una congrega di fanatici, folli e narcisisti. L’umiliazione diventa il vero obiettivo narrativo, simbolicamente raggiunto prima con l’atto di urinare sulla svastica nella sequenza iniziale e poi, in chiusura, con l’episodio finale che coinvolge Julius Streicher, conseguenza dell’impiccagione.
Il gerarca viene mostrato, poco prima dell’esecuzione, piangente e disperato, mentre un soldato di origine ebraica lo aiuta a vestirsi. Questa scena, oltre a umiliare l’avversario, mette in atto la pretesa di una presunta superiorità morale: è l’umile soldato, che ha perso i genitori ad Auschwitz, a trattare umanamente il nazista e a “convincerlo” a rivestirsi per andare incontro alla morte, cioè alla pubblica umiliazione.
Göering, uno dei militari più decorati della Prima Guerra Mondiale, viene svuotato di ogni competenza e ridotto a un semplice narcisista dall’intelligenza fine. Nessun riferimento alle sue reali capacità o al suo storico prestigio. Questa rappresentazione non è casuale: serve a deresponsabilizzare la Storia, trasformando il nazismo in una follia inspiegabile piuttosto che in un’esperienza politica radicata in precise condizioni storiche e ideologiche.
La “Questione Ebraica” come dogma politico
Il film martella incessantemente la questione ebraica e la “Soluzione Finale”, termine che lo stesso film mostra come non usato nei documenti ufficiali nazisti (che parlavano piuttosto diemigrazione e “soluzione completa”). Questa focalizzazione ossessiva non è storiografica, ma teologica.
Allo stesso tempo, il film indulge in una malcelata autoassoluzione. L’arresto e il successivo rilascio della moglie di Göring, accompagnati dalla retorica del “noi siamo diversi”, svelano l’ipocrisia di chi, mentre organizza un processo i cui capi d’accusa sono in larga parte costruiti a posteriori, in palese violazione del principio, tutt’altro che secondario, della non retroattività della legge, si erge a modello di superiorità morale. Vengono appena accennate, e con evidente furbizia, alcune giustificazioni addotte dal fronte nazista per difendersi dall’accusa di aver violato la pace attaccando paesi neutrali (come quella della guerra preventiva in Danimarca, presentata come mossa anticipatoria rispetto alle intenzioni del Regno Unito) subito però soffocate sotto il peso schiacciante della narrativa dominante.
Norimberga è un avvertimento all’America di oggi?
Qual è dunque l’obiettivo finale del film, oltre che a porsi come l’ennesimo vangelo della religione dell’olocausto? La risposta sta nella scena-chiave in cui lo psichiatra, ubriaco, lancia l’allarme: negli Stati Uniti ci sono personalità analoghe a quelle dei nazisti, e il rischio di una deriva autoritaria è reale. Il bersaglio è trasparente: Donald Trump e la sua cerchia. Il parallelismo è l’essenza del progetto di Vanderbilt: equiparare certi movimenti politici moderni al nazismo, per demonizzarli attraverso il paragone con il male assoluto.
Il finale tragico dello psichiatra – che nella realtà si suicida con il cianuro, come Göering – può essere letto come un’imitazionesignificativa, una fascinazione verso la figura del gerarca nazista che il film stesso, paradossalmente, contribuisce a creare.
Un invito alla vera riflessione storica
“Norimberga” di Vanderbilt è l’esempio perfetto del cinema hollywoodiano di consolidamento dogmatico. Non cerca di comprendere, ma di condannare; non di analizzare, ma di indottrinare. Riduce il fenomeno nazista a una psicopatologia collettiva ispirata da un’ossessione per gli ebrei, oscurando deliberatamente qualsiasi analisi seria sulle sue radici, incluso il suo carattere di risposta politica all’usura finanziaria e alle crisi del capitalismo.
La reazione necessaria a questo tipo di prodotti non è l’accettazione passiva, ma lo spirito critico.
Solo rompendo il muro del dogma e rifiutando le narrazioni preconfezionate si potrà iniziare a comprendere veramente quel periodo tragico. Il film di Vanderbilt, nel suo tentativo di chiudere il discorso, dimostra invece quanto sia vitale e urgente riaprirlo.
Marco Romano