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Pound, Faulkner e l’America “Europea”

by Enrico Colonna
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America

Roma, 21 gen – Quando si parla degli Stati Uniti, si parla – giustamente – di una fetta del mondo che guarda con sospetto, se non con odio, tutto ciò che sa di Europa e che la nostra Civiltà rappresenta. Tuttavia, non è sempre stato così. E, anzi, attraverso due grandi autori americani dello scorso secolo – Ezra Pound e William Faulkner – si potrà constatare come c’è stato un tempo in cui l’America era altro rispetto a ciò che conosciamo oggi ed era, in una certa misura, più “europea” di quanto si possa pensare.

La vera anima dell’America

È bene fare una precisazione prima di continuare; quando Pound e Faulkner, ognuno a modo suo, parlano di questa “America perduta”, lo fanno con due approcci diversi. Per Pound – yankee dell’Idaho – il rimpianto per un’America che non ha fatto in tempo a diventare pienamente sé stessa è seguito dalla speranza di una rinascita altrove (motivo che spingerà Pound a trasferirsi in Italia e a sostenere la Rivoluzione Fascista). Al contrario, per Faulkner – sudista del Mississippi – quel mondo, ancora in parte europeo, vive unicamente nel ricordo tragico di qualcosa che non esiste più. La “vera America” di Pound (che egli, com’è noto, identificava in Thomas Jefferson) percepiva sé stessa come la possibilità di conservare ciò che l’Europa stava perdendo. Non una “civiltà nuova” contrapposta all’Europa ma, per così dire, una continuità selettiva. Questa America cara a Jefferson e a Pound, rurale e comunitaria, si sentiva ancora connessa all’Europa premoderna: classica, agraria, fondata su una virtù repubblicana “romana”, legata alla terra, diffidente verso la speculazione finanziaria e il capitalismo astratto. Un mondo che aveva come proprio modello di comportamento Lucio Quinzio Cincinnato, il prototipo del civis et miles, il contadino che, dopo aver salvato la Res Publica nella carica temporanea di dictator, torna alla sua vita semplice di agricoltore. L’esempio tangibile di questo rimando è il cosiddetto revival neopalladiano voluto da Jefferson: un larghissimo impiego dello stile architettonico neoclassico, fondato sulle idee di Andrea Palladio unite ai principi della nuova repubblica, simboleggiando così la virtù civica contro il lusso monarchico.

L’ideale jeffersoniano

Per William Faulkner invece, come abbiamo detto, la “vera America” vive soltanto nel ricordo tragico di un passato che non è mai morto e non è nemmeno passato. Ma qual era questo mondo di Faulkner che conservava gelosamente la propria eredità europea? Vien da sé che, per lo scrittore del Mississippi, quel mondo ha la sua massima rappresentazione nel vecchio Sud pre-Guerra Civile, nelle sue articolazioni sociali, economiche, culturali e perfino religiose. Non si tratta qui, detto brutalmente, di una romanticizzazione alla Via col vento. È qualcosa di più profondo e strutturato. Dal punto di vista sociale, il vecchio Sud di Faulkner coltivava un’organizzazione della vita collettiva ancora radicalmente europea (seppur in un contesto politico americano), proprio in quanto fedele ai dettami del 1776. L’ideale jeffersoniano di matrice classico-romana trovava un’applicazione pedissequa negli stati del Sud: una società fondata sulla lealtà alla propria comunità rurale, sulla reputazione personale e sul legame tra i cittadini e la terra. Quest’ultimo elemento si rifletteva anche nell’organizzazione economica di quella società per nulla statica e immobile, come si è spesso portati a pensare da certe ricostruzioni oleografiche; il vecchio Sud si reggeva certamente sui piantatori proprietari di schiavi (un’aristocrazia terriera che dirigerà politicamente gli USA fino alla Guerra Civile e di cui Jefferson era un esponente in vista), ma attenzione: si trattava comunque di circa il 5-10% della popolazione. Il resto dei bianchi del Sud era fatto di contadini liberi, proprietari del proprio pezzo di terra che coltivavano col proprio lavoro e che erano disposti a difendere col fucile. Un sistema ricalcato sugli yeomen di ascendenza anglo-europea. Si trattava in sostanza di una larghissima classe di piccoli proprietari bianchi che si reggeva sulla proprietà autonoma del suolo, su valori di autosufficienza e indipendenza, su uno spirito civico locale legato alla propria comunità e su una concezione della dignità legata alla terra e al lavoro. Il tutto accompagnato da una concezione della terra non come capitale ma come radice e memoria (assolutamente incompatibile con gli stati del Nord retti dall’industrialismo, dalla mobilità sociale aggressiva e dal mito del self-made man).

Il sud come prototipo repubblicano

Anche sul piano culturale quel mondo era ancora molto “europeo”. Vi era infatti una classe dirigente, come abbiamo già in parte detto parlando di Pound, di formazione classico-repubblicana: il latino e il greco erano parte dell’educazione normale, i classici erano modelli di vita piuttosto che semplice erudizione, la Grecia e Roma non erano oggetti di studio neutro, ma veri e propri specchi ed esempi da emulare. A questo si aggiungeva un culto dell’onore (personale e militare) quasi del tutto assente nel Nord puritano e affarista. Malgrado i divieti legali e l’avanzare dei tempi, i gentiluomini del Sud continuarono fino alla Guerra Civile a praticare l’istituzione del duello come mezzo per risolvere le controversie e per coltivare il senso dell’onore, unitamente al prestigio dato dall’appartenenza a quella particolare istituzione che era la milizia locale; mentre la carriera nell’esercito federale era molto poco ambita, il servizio militare part time nella milizia (o nella State Guard) godeva di un grandissimo prestigio sociale (proprio perché, come per Cincinnato, conciliava il servizio in armi per la comunità con il lavoro agricolo). Tanto che, spesso e volentieri, anche nella vita civile le persone si rivolgevano ai piantatori con il loro grado della milizia: colonnello, capitano etc. Infine, anche sul piano religioso il legame del Sud con l’Europa era molto forte (almeno all’epoca, oggi molto meno). Mentre il Nord nacque puritano, moralmente inquisitorio e ossessionato dall’idea del “risveglio”, al Sud non esisteva niente del genere. Già prima della Rivoluzione il Sud era retto da un’aristocrazia terriera di stampo anglicano che, dopo il 1776, ha semplicemente rimosso il capo della Chiesa anglicana (il sovrano britannico) trasferendo però quella struttura gerarchica nella nuova Chiesa Episcopale americana. E questo spiega in parte perché George Washington, Thomas Jefferson e più tardi personaggi di spicco della Confederazione (come il presidente Jefferson Davis o il generale Robert E. Lee) conciliassero un’identità politica americana con un’identità culturale europea.

L’America perduta

Insomma, come si è visto l’argomento è senz’altro complesso e non si può certo pensare di esaurire il pensiero di questi due autori in un articolo. Quel che rimane evidente però è il senso di ciò che i due autori ci raccontano. Pound racconta la vecchia America come ultimo spiraglio di un’Europa premoderna, Faulkner ce la racconta come luogo in cui quella dimensione europea muore definitivamente. Ciò che resta è la memoria, nel rimpianto per il passato che non passa mai (secondo Faulkner) o nella speranza di una nuova Rivoluzione e di una rinascita altrove, in Europa, dove tutto è cominciato (secondo Pound). E in mezzo, tra Pound e Faulkner, resta il mito della “vera America”: non nuova, non progressista, ma antica, fragile e – guardando cosa gli Stati Uniti sono diventati – ormai irrimediabilmente perduta.

Enrico Colonna

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