Roma, 18 dic – Per anni è stata presentata come il “primo britannico nero”. Un simbolo perfetto per i manuali scolastici, per le mostre museali e per una certa divulgazione militante che ama proiettare nel passato le ossessioni ideologiche del presente. Oggi, però, la scienza costringe a fare marcia indietro. La cosiddetta Beachy Head Lady, scheletro di epoca romana rinvenuto nel Sussex, non aveva origini subsahariane. I più recenti studi genetici indicano una forte affinità con popolazioni dell’Europa nord-occidentale, compatibile con la Gran Bretagna rurale. Il “primo britannico nero”, semplicemente, non lo era.
La Beachy Head Lady alla revisione genetica
Il caso è istruttivo non tanto per ciò che dice sull’antica Britannia romana, quanto per ciò che rivela sul rapporto tra ricerca scientifica, comunicazione pubblica e ideologia. La prima ricostruzione, diffusa a partire dal 2013, si basava su un’analisi morfologica del cranio, una pratica oggi considerata fragile se isolata da dati biomolecolari. Da quell’ipotesi, tutt’altro che definitiva, si è però costruita una narrazione solida, ripetuta e rilanciata senza più distinguere tra congettura e dato accertato. Il passaggio da “possibile origine africana” a “una delle prime africane in Gran Bretagna” è stato rapido. Quello successivo, verso il titolo di “prima britannica nera”, praticamente automatico. La nuova analisi, pubblicata sul Journal of Archaeological Science e condotta da un’équipe interdisciplinare, utilizza DNA antico di alta qualità, radiodatazioni precise e un approccio multiproxy che incrocia biologia, antropologia e contesto archeologico. Il risultato è chiaro: nessuna evidenza di recente ascendenza africana, pelle probabilmente chiara o intermedia, occhi azzurri, capelli chiari. Una giovane donna vissuta tra il II e il IV secolo d.C., probabilmente cresciuta lungo la costa, con una dieta ricca di pesce. Una figura storica reale, complessa, concreta.
Un’ipotesi trasformata in certezza
Il punto ovviamente non è “smentire” la presenza di individui provenienti da altre aree dell’Impero romano in Britannia, fenomeno ben documentato e storicamente ovvio. Il punto è un altro: perché un’ipotesi debole è stata trasformata in certezza assoluta? Perché una ricostruzione facciale con pelle scura e capelli ricci è diventata uno strumento educativo prima che scientifico? Perché il bisogno di dimostrare che la Gran Bretagna fosse “multietnica” già in epoca romana ha avuto la precedenza sulla prudenza metodologica? La risposta sta nel clima culturale degli ultimi anni, in cui il passato viene spesso letto come un tribunale chiamato a legittimare il presente. L’archeologia, la genetica e la storia diventano così campi di battaglia simbolici, piegati a una pedagogia decostruzionista che non tollera ambiguità. In questo contesto, la complessità non funziona. Serve il simbolo più che il dato di fatto. Il caso della Beachy Head Lady dimostra che la scienza, quando viene lasciata lavorare senza slogan, finisce per rimettere ordine. Non perché abbia un’agenda opposta, ma perché il suo metodo è incompatibile con la propaganda, qualunque segno essa abbia. Il problema nasce quando i risultati preliminari vengono estratti dal loro contesto e trasformati in verità politiche, difficili poi da ritrattare senza imbarazzo.
La domesticazione del fuoco
Non è un caso che un’altra recente scoperta archeologica avvenuta in Inghilterra vada nella direzione opposta rispetto alle narrazioni di moda. A Barnham, nel Suffolk, un lungo lavoro interdisciplinare ha portato alla più antica prova finora nota della produzione intenzionale del fuoco da parte di ominini europei, datata a circa 400 mila anni fa. Non un’ipotesi suggestiva trasformata in slogan, ma anni di analisi dei sedimenti, delle alterazioni termiche, delle proprietà magnetiche del suolo e infine il ritrovamento di frammenti di pirite, trasportati intenzionalmente e usati per generare scintille. Qui la scienza non cerca simboli da spendere nel dibattito contemporaneo, ma ricostruisce con prudenza un passaggio decisivo dell’evoluzione umana, mostrando come in Europa settentrionale esistessero già competenze tecniche, capacità di pianificazione e forme embrionali di organizzazione sociale molto prima di quanto si ritenesse. Due storie diverse, ma una lezione comune: quando il passato viene interrogato senza forzarlo, restituisce complessità e profondità; quando invece gli si chiede di confermare un’agenda, finisce per produrre miti fragili, destinati prima o poi a crollare.
La Beachy Head Lady torna nell’album di famiglia
Ora che l’icona cade, resta una domanda scomoda: chi si prenderà la responsabilità di correggere manuali, mostre, materiali didattici, articoli divulgativi? Chi ammetterà che l’errore non è stato scientifico, ma narrativo? Perché non è la prima volta che accade, e difficilmente sarà l’ultima, finché la storia continuerà a essere usata come strumento di rieducazione morale invece che come campo di conoscenza. La Beachy Head Lady non aveva bisogno di essere “nera” per essere interessante, aveva bisogno di essere vera, riconoscibile, concretamente europea. Ed ora il suo volto è davvero qualcosa di familiare.
Sergio Filacchioni