Roma, 23 gennaio – C’è una pigrizia intellettuale che, talvolta, colpisce anche le istituzioni che dovrebbero essere i santuari della nostra memoria nazionale. Ieri, in occasione del centrotrentacinquesimo anniversario della nascita di Antonio Gramsci, gli addetti stampa di Palazzo Montecitorio pubblicano un post Meta che recita testualmente: “Il 22 gennaio 1891 nasce ad Ales Antonio Gramsci, esponente del movimento comunista italiano e internazionale, tra i maggiori intellettuali italiani del Novecento. Strenuo oppositore del fascismo, è condannato a 20 anni di carcere nel 1928. Muore in prigionia nel 1937″.
E tanto di hashtag #22gennaio #Gramsci per dare evidenza al post.
Non solo un’inesattezza storica
Il recente post apparso sui canali social della Camera dei Deputati in cui si liquida la fine di Antonio Gramsci parlando di una morte avvenuta “in prigionia”, per quanto voglia essere un doveroso omaggio, non è solo un’inesattezza storica. È il trionfo di una narrazione bidimensionale che preferisce il dogma della “vittima dietro le sbarre” alla realtà, ben più sfaccettata, dei fatti.
Dire che Gramsci morì in prigionia è, tecnicamente e storicamente, un errore. Il pensatore sardo si spense, è vero, sotto il peso di una salute fragilissima, ma lo fece da uomo libero. E liberato. Quando spirò alla clinica frequentata dall’alta borghesia romana, Quisisana, nell’aprile del 1937, la sua pena era esaurita e la sua libertà pienamente restituita.
Gramsci e Mussolini
Ma il punto non è solo una data sul calendario. Il punto è il silenzio su quel rapporto complesso, fatto di stima e sfida intellettuale, che legò il Capo del Fascismo al suo avversario più lucido perché oltre il muro dell’odio vi fu la stima per Mussolini. Il politico. Il sindacalista. Il rivoluzionario. L’uomo.
Lo racconta Giorgio Bocca nella sua corposa biografia su Togliatti del 1977: “Nel 1914 il direttore dell’Avanti Benito Mussolini, è il leader ammirato e amato dai giovani socialisti rivoluzionari. Se viene a Torino a tenere una conferenza pro Avanti, la sala della Camera del lavoro si gremisce di giovani… Gramsci ha una ragione particolare per ammirarlo, è il primo direttore dell’Avanti che ha aperto le colonne del giornale agli scrittori sindacalisti e meridionalisti”.
Addirittura esiste un Gramsci emulo di Mussolini giornalista: il 18 ottobre 1914 il Direttore dell’Avanti rompe l’equivoco che durava da mesi e pubblica sul giornale da lui diretto un articolo a favore dell’interventismo dal titolo “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”.
Una stima reciproca
Posizione che fu sconfessata dal partito e portò Mussolini a doversi dimettere dal direttore del giornale. Il 31 ottobre Gramsci sposa non solo la linea interventista del futuro Duce, ma addirittura pubblica un articolo dal titolo “Il grido del popolo” in cui imita il pezzo del figlio del fabbro.
La storiografia più attenta, quella che non ha paura di consultare gli archivi oltre i pregiudizi, ci restituisce un quadro diverso. Benito Mussolini non nascose mai, pur nel rigore della lotta politica e della repressione, la stima per l’intelligenza di quel “sardo gobbo” che sedeva sui banchi dell’opposizione.
È noto che il Duce seguì personalmente l’iter della detenzione di Gramsci, non per sadismo, ma per una sorta di “occhio di riguardo” verso un intellettuale che aveva personalmente conosciuto, che aveva invitato a scrivere sul giornale da lui diretto e che, come lui, sposava la causa dell’interventismo.
Fu Mussolini a permettere che in carcere Gramsci avesse carta e penna, quegli strumenti che permisero la nascita dei Quaderni del carcere, da dove uscirono con estrema facilità. Senza quella concessione, che non fu affatto scontata per un prigioniero politico dell’epoca, oggi il patrimonio culturale italiano sarebbe più povero, ma ugualmente mistificato. Inoltre, a Gramsci era consentito leggere i libri che chiedeva e non solo quelli disponibile nella biblioteca del penitenziario. Trattamento che gli fece guadagnare più di qualche atteggiamento inviso dai compagni carcerati facendo dell’intellettuale sardo un detenuto più uguale degli altri.
“Morto di malattia, non di piombo”
Gramsci, dunque, non fu abbandonato a marcire in una cella umida fino all’ultimo respiro. Venne trasferito in cliniche rinomate (prima a Formia, poi a Roma), ricevette cure e gli fu concesso di riabbracciare i familiari. Persino il fratello-camerata Mario e la segretaria della Fascio di Ghilarza, sua sorella Teresina.
Il regime, paradossalmente, si preoccupò della sua sopravvivenza più di quanto non facessero certi settori del suo stesso partito all’estero, che forse preferivano un martire in cella a un leader critico e “scomodo” in libertà. Ed è proprio Sua Eccellenza a dircelo: il 31 dicembre 1937, otto mesi dopo la scomparsa del comunista sardo, scrive sul Popolo d’Italia “I comunisti hanno tentato di farne una specie di “santo” del comunismo, una vittima del fascismo, mentre la realtà è che Gramsci, dopo un breve periodo di permanenza in reclusorio, ebbe la concessione di vivere in cliniche semiprivate o completamente private. Ed è morto di malattia, non di piombo, come succede ai generali, ai diplomatici, ai gerarchi comunisti in Russia, quando dissentono – anche un poco – da Stalin e come sarebbe accaduto a Gramsci stesso se fosse andato a Mosca”.
La campagna denigratoria dei comunisti
Arrestandolo gli ha di fatto salvato la vita. Un acuto messaggio ai sovietici, russi e italiani, che a quanto pare non colsero tanto che Palmiro Togliatti fu l’apripista di una campagna denigratoria verso il compagno scomodo. Nell’articolo apparso su “Lo Stato Operaio” del 1937 Gramsci diviene “figlio di contadini poveri” quando il padre era un impiegato comunale e la mamma una casalinga alfabetizzata. Scrive, inoltre, che “si sente su di lui l’influenza esercitata dalle opere di Stalin”, ma tutti sanno che Gramsci entra in carcere dopo aver mosso critiche nei confronti di Stalin e dei suoi modi repressivi. Gli intestò finanche l’espressione secondo cui “Trotskij è la puttana del fascismo”, ma fu lo stesso Gramsci a essere accusato di nutrire simpatie per Trotskij.
Le istituzioni, specialmente la Camera nel caso specifico, hanno il dovere di non cedere alla semplificazione da “like”. Definire Gramsci morto “in prigionia” serve a rinfocolare il mito fuorviante del martire antifascista, ma occulta la verità storica di un regime che, pur nella sua durezza, riconosceva il valore degli avversari di genio.
Sminuire la figura di Gramsci a semplice “detenuto” paradossalmente significa fare un torto alla sua stessa grandezza. Ed è ironico che oggi, per difendere la verità storica, si debba ricordare che persino il suo peggior avversario ne aveva compreso il valore molto meglio di quanto non facciano i social media manager di oggi.
Lo stesso giorno della nascita di Gramsci, poco più di mezzo secolo dopo, veniva al mondo un altro deputato, ugualmente abbastanza discusso: Teodoro Buontempo. Per lui nessun ricordo, non un cenno, nessun post da parte della Camera di appartenenza. Ma questa è un’altra storia. O, forse, proprio questa è la storia.
Tony Fabrizio