Roma, 3 lug – La gloriosa e fiera “resistenza” antifascista salernitana si è schiantata contro la dura realtà della strada, rimediando una figura meschina. Nella notte tra l’1 e il 2 luglio, a Salerno, un nutrito gruppo di antifascisti ha pensato bene di mettere in piedi un agguato in stile “mordi e fuggi”. Obiettivo: un gruppo di militanti di CasaPound, impegnato nell’affissione dei manifesti per ricordare Carlo Falvella, il diciannovenne missino assassinato nel 1972 dai rossi.
A chiarire la dinamica, in una nota, è la stessa CasaPound: “In merito ai fatti avvenuti nella notte tra l’1 e il 2 luglio a Salerno, ci teniamo a chiarire senza se e senza ma che si è trattato di un tentativo di agguato fallito da parte dell’estrema sinistra ad alcuni nostri militanti impegnati nell’affissione di manifesti dedicati a Carlo Falvella, in vista del corteo del 7 luglio”.
Salerno, CasaPound: “Tentativo di imboscata in superiorità numerica”
Il copione della sinistra radicale, si sa, è sempre lo stesso: superiorità numerica e un “kit democratico” di tutto rispetto fatto di caschi, bastoni, pietre e perfino martelli. Roba che persino in un cantiere edile si sentirebbero a disagio. Ma qualcosa, nel meccanismo oliato dell’antifascismo militante, stavolta è andato storto. Secondo CasaPound, si è trattato di “un tentativo di imboscata in superiorità numerica con tanto di martelli, mazze e pietre”, sventato “dalla pronta reazione” dei militanti, che avrebbero respinto gli antifascisti. A quel punto, sempre secondo la nota, gli aggressori, “all’arrivo della polizia da loro stessi allertata, sono scappati dileguandosi impunemente”. Tradotto: i ragazzi di CasaPound non hanno recitato la parte delle vittime sacrificali, non sono indietreggiati e hanno fatto blocco. Gli aggressori, resisi conto che dall’altra parte non c’erano persone disposte a farsi intimidire, hanno prima chiamato la Polizia – sì, gli “Acab” a gettone chiamati a fare da scudo umano – e poi si sono dileguati nella notte salernitana. Lo dice chiaramente anche CasaPound: “Ancora una volta l’antifascismo rivela il suo volto: mafioso, violento, vigliacco, soprattutto quando si trovano davanti chi non è disposto ad arretrare”.
La solita narrazione ribaltata
Da CasaPound arriva anche una scelta politica precisa: nessuna denuncia. “L’umiliazione di non essere riusciti a soverchiare, nonostante numero e armi, un gruppo di ragazzi in affissione è già una punizione sufficiente per questi soggetti”, si legge nella nota. Una reazione che unisce sdegno e disprezzo: non saranno le aule di tribunale a restituire il senso politico della vicenda, perché il fallimento dell’agguato parla già da sé. Se in queste ore provate a sfogliare i giornaloni della grande stampa impegnata, progressista e non, o i giornaletti locali fotocopia, troverete la solita nauseante melassa: il silenzio complice o la narrazione ribaltata. Vi racconteranno di tensioni, di provocazioni fasciste, di rissa o, nel peggiore dei casi, stenderanno il velo pietoso dell’omertà di sistema.
La verità che i soloni del giornalismo unico non vi diranno mai è che a Salerno esiste una frangia di vili protetta da un sistema mediatico disposto a tollerare la violenza, purché abbia i colori giusti. Chi va in giro con i martelli di notte non cerca il confronto politico: cerca lo scontro. Ma per i professionisti del politicamente corretto la violenza è deplorevole solo a targhe alterne. Se non la subiscono loro, diventa un dettaglio di cronaca trascurabile.
Gli identikit? Li firmano da soli su Instagram
La comica finale di questa vicenda è che, stavolta, gli inquirenti potrebbero anche risparmiarsi le ore di straordinario per capire quale clima abbia preceduto l’aggressione. Basta farsi un giro sulla pagina Instagram di uds_salerno, l’Unione degli Studenti, per trovare un comunicato che è un piccolo capolavoro di fegato spappolato. Sotto il sobrio titolo “Fascista attento, ancora fischia il vento! Le scuole sono partigiane”, i fenomeni si lanciano nel solito festival del cliché: il palestinismo d’accatto, le “deportazioni razziali di massa”, i saluti romani, la scorta della polizia, la piazza da difendere dalla presenza dei “fascisti”. Tutto il repertorio. Tutta la liturgia. Tutta la posa di chi sogna la rivoluzione, ma poi inciampa appena la realtà smette di somigliare a una storia Instagram.
Nessuna finzione del metaverso potrà coprire la ritirata della notte scorsa, nemmeno il tentativo preventivo di spacciare la propria frustrazione per “resistenza scolastica”. I collettivi salernitani, con la faccia scema dei primi della classe, denunciano l’odio, minacciano le piazze per il 7 luglio e poi dimostrano plasticamente quale sia la matrice dell’intolleranza. Il problema è che tra il dire e il fare c’è la totale incapacità di reggere il confronto quando non si è dieci contro uno.
Il 7 luglio Salerno ricorderà Carlo Falvella
Salerno non è e non sarà mai il salotto privato di quattro viziati con il mito della rivoluzione d’ottobre. E il ricordo di Carlo Falvella non potrà essere cancellato da chi vorrebbe trasformare la memoria in una concessione sottoposta al permesso dell’antifascismo locale. CasaPound lo dice senza giri di parole: “Noi continueremo a svolgere la nostra attività politica senza lasciarci intimidire da nessuno. Salerno, come nessuna altra città, sarà mai territorio a noi precluso. Mai un passo indietro”. Il 7 luglio il corteo per Carlo Falvella si farà. Con la fiaccolata e con ogni rito che concorrerà a rendere giustizia al suo ricordo. Piaccia o non piaccia ai mandanti, agli esecutori e ai tifosi della sinistra militante, Salerno non è né sarà mai una zona franca per la vigliaccheria antifascista. La cancellazione del ricordo che vorrebbero imporre non passerà. Mai.
Tony Fabrizio