Roma, 2 lug – Il Piano Casa è legge e, almeno sul piano del problema individuato, parte da un dato reale: in Italia la casa è un’emergenza sociale. Il governo mette in campo una copertura di 10 miliardi di euro e promette oltre 100mila alloggi in dieci anni, di cui 60mila attraverso il recupero del patrimonio Erp oggi non assegnabile, più housing sociale, edilizia convenzionata a prezzi calmierati e coinvolgimento dei privati. La platea individuata è quella di giovani coppie, studenti, lavoratori fuori sede, separati, insegnanti, personale sanitario e forze dell’ordine: cioè quella fascia — la “zona grigia“, l’ha definita il premier — che non rientra nell’edilizia popolare ma non riesce più a reggere il mercato.
Il Piano Casa, piano ambizioso ma limiti evidenti
Non è poco, perché almeno si rimette la questione abitativa al centro dopo anni di silenzio. Il recupero del patrimonio Erp inutilizzato è la parte più seria del provvedimento: prima di costruire altro, bisogna rimettere in funzione ciò che Stato ed enti locali hanno lasciato marcire per decenni. L’obiettivo è ambizioso — 60mila alloggi popolari da restituire al mercato tramite un programma straordinario, un commissario dedicato e semplificazioni procedurali — e per la prima volta si accompagna a strumenti come il riscatto degli alloggi pubblici e il rent to buy, pensati per trasformare l’assegnazione precaria in stabilità. È un cambio di paradigma rispetto a decenni in cui l’edilizia pubblica è stata trattata come un costo da contenere e non come un’infrastruttura sociale da valorizzare.
Il limite del Piano resta però evidente: non rompe la dipendenza dal mercato, prova solo a renderla meno brutale. Gli immobili convenzionati dovranno costare almeno il 33% in meno rispetto ai valori di mercato, ma se il mercato è già drogato da rendita, turismo e salari fermi da vent’anni, anche lo sconto rischia di essere una medicina che cura il sintomo senza toccare la causa. Qui si vede la continuità con il Salva Casa del 2024, che aveva abbassato i criteri minimi di abitabilità: monolocali da 20 metri quadrati per una persona, 28 per due, altezze interne ridotte fino a 2,40 metri in determinate condizioni. Il problema non è soltanto tecnico ma politico: prima si è abbassata l’asticella di ciò che può essere chiamato casa, e ora si interviene per calmierare l’accesso a un mercato che quella stessa riduzione degli standard rischia di normalizzare invece di correggere.
Gli italiani devono tornare proprietari di casa
Chi governa parla, giustamente, di famiglia, natalità e radicamento. Ma la forma urbana che il mercato sta producendo resta pensata per individui soli, mobili, provvisori. Venti metri quadrati possono essere presentati come soluzione transitoria per studenti o giovani lavoratori, ma se diventano lo standard implicito raccontano un modello preciso: meno spazio, meno prospettiva, meno famiglia, meno comunità. Una politica che si richiama alla radice nazionale e comunitaria del vivere insieme non può accontentarsi di amministrare questo ribasso: deve indicare una soglia di dignità sotto la quale non si scende, e lavorare perché l’offerta cresca in qualità, non solo in quantità. Il punto vero, allora, resta la proprietà della prima casa. Non come culto piccolo-borghese del mattone, ma come libertà concreta e come argine alla precarietà imposta dal mercato degli affitti.
Non a caso l’Economist, nel 2020, aveva definito l’ossessione per la proprietà della casa un errore della politica economica occidentale, vedendola come un ostacolo alla piena mobilità del lavoro e del capitale. È la confessione involontaria di una visione del mondo che l’Italia ha il dovere di respingere: l’uomo radicato, proprietario, legato a un luogo, è meno disponibile alla mobilità totale richiesta dal mercato globale. A quella visione si contrappone una tradizione italiana concreta, quella del piano Fanfani e dell’Ina-Casa del dopoguerra, che aveva fatto della casa in proprietà uno strumento di coesione nazionale e di ascensore sociale per intere generazioni di lavoratori. È a quella lezione che una vera politica della casa dovrebbe ispirarsi.
Orientare la proprietà verso l’interesse della comunità
Un segnale in questa direzione arriva non dal governo centrale ma dal territorio. A Genova, il nuovo Accordo Territoriale per i contratti a canone concordato, firmato da Confabitare, Unsicasa e Assocasa, introduce per la prima volta in Italia un meccanismo che premia chi riconverte un immobile da struttura extralberghiera a locazione residenziale ordinaria, con un aumento di valore locativo riconosciuto a chi sceglie il lungo termine, e sostituisce i vecchi parametri catastali con i metri utili certificati dall’Attestato di Prestazione Energetica. È un modello che andrebbe esteso su scala nazionale: non un ennesimo incentivo generico, ma una misura mirata a restituire ai residenti gli alloggi sottratti dalla proliferazione degli affitti brevi, senza penalizzare la proprietà ma orientandola verso l’interesse della comunità.
Per questo la battaglia sulla casa non può fermarsi all’edilizia sociale o al canone calmierato. Sono strumenti utili, ma non bastano. Occorre una politica nazionale dell’abitare che tenga insieme tre leve: recuperare fino in fondo le case popolari senza limitarsi a un intervento di facciata, contenere la turistificazione dei centri storici premiando la locazione lunga come fa l’accordo di Genova, e riportare al centro l’accesso popolare alla proprietà. Il mutuo sociale, da questo punto di vista, era e resta la proposta più coerente con questa impostazione: pagare una rata sostenibile per diventare proprietari, non per restare eternamente dipendenti dalla rendita o dal canone concordato di qualcun altro.
Un Piano Casa fermo a metà strada
Il Piano Casa, dunque, è un inizio positivo solo se apre davvero questa strada. Se invece resta dentro la stessa logica correttiva del Salva Casa — riduzione degli standard, interventi sul mercato, forte dipendenza dall’iniziativa privata — rischia di produrre effetti più limitati delle sue stesse ambizioni. Il nodo di fondo è che il problema abitativo italiano non è solo quantitativo, ma qualitativo e identitario: riguarda il rapporto tra redditi, prezzi, disponibilità reale di alloggi e destinazione d’uso del patrimonio esistente. Regolare con più decisione gli affitti brevi, incentivare davvero la locazione stabile e ampliare senza scorciatoie l’offerta pubblica sono i passaggi che mancano ancora. Solo così la casa smette di essere un segmento qualsiasi dell’economia e torna a essere ciò che è sempre stata per una comunità nazionale: l’infrastruttura sociale su cui si fondano radicamento, natalità e stabilità.
Sergio Filacchioni