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Spie di Mosca nel cuore dell’apparato atlantico: un caso che inchioda l’Italia e la retorica dell'”amicizia”

by La Redazione
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spie Mosca

Roma, 8 lug – Due ex uomini dell’Aisi, già carabinieri, accusati di vendere informazioni riservate a un agente russo sotto copertura diplomatica. E così, nel Paese in cui ogni dubbio su guerre, alleanze e apparati viene liquidato come complottismo, scopriamo che il problema non arriva dall’Ucraina, ma da dentro il perimetro più riservato dello Stato.

Mosca aveva spie nel sistema italiano di sicurezza

I nomi finiti agli arresti domiciliari sono quelli di Gavino Raoul Piras, 59 anni, originario di Sassari, e Vincenzo Di Pasquale, 59 anni, originario di Matera. Secondo l’accusa, Piras avrebbe avuto rapporti diretti con un presunto agente dell’intelligence russa, formalmente diplomatico e dunque coperto da immunità. In cambio di denaro avrebbe consegnato informazioni su intelligence, armamenti e produzione industriale italiana nel settore della Difesa, servendosi di una rete di fonti interne. Tra gli indagati figurano anche quattro militari in servizio nel settore cyber della Difesa. La parte più surreale è il curriculum. Piras era un uomo dell’Aisi, ex sottufficiale dell’Arma, formato alla scuola Nato di Oberammergau, coinvolto in esercitazioni Unified Blade, autore di studi sullo spionaggio russo e persino decorato dagli Stati Uniti con la Legion of Merit per l’attività svolta in Afghanistan e Iraq. Formato nella galassia atlantica, decorato dagli americani, oggi accusato di vendere segreti a Mosca. Per conto di Washington? Non risulta dagli atti, e sarebbe scorretto scriverlo come fatto. Ma il cortocircuito resta: la guerra ibrida non passa solo dai canali Telegram, ma anche da figure costruite e legittimate dentro il dispositivo occidentale.

Il metodo, secondo gli investigatori, sembra uscito da un manuale di spionaggio vecchia scuola: pizzini passati al parco o al bar, cellulari nascosti in un forno a microonde, schede di memoria infilate nella crepa di un muro, buste da quattromila euro per ogni informazione. Altro che cyberwar luccicante: alla fine il punto debole resta sempre l’uomo. Crosetto parla di “guerra ibrida” e di “traditori interni”. Formula dura, ma inevitabile. Perché il caso, se confermato, racconta una falla più grave della singola talpa: una possibile filiera di approvvigionamento informativo dentro l’apparato militare e cyber nazionale.

L’Italia inchiodata dalla retorica dell’amicizia

E allora la domanda vera non è se Mosca spii l’Italia, anche se molti giornalisti vorrebbero farci credere che sono nostri amici. La domanda è quanto lo Stato italiano sia davvero capace di controllare i suoi uomini, gli ex uomini, gli archivi e le filiere riservate. Dietro la retorica dell’Occidente compatto, il caso romano ci mostra una scena meno rassicurante: uomini cresciuti nel cuore dell’apparato atlantico che, secondo l’accusa, avrebbero venduto pezzi dello Stato al nemico ufficiale. Gli sviluppi potrebbero essere ancora più inquietanti.

Vincenzo Monti

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