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inchiesta lidl mafiaRoma, 15 mag – Quattro direzioni della Lidl commissariate, coinvolte anche società di pulizia con appalti che arrivavano fin al Tribunale di Milano, per non parlare di consorzi vigilanza privata e altre realtà dei servizi. Sono questi i numeri di una maxi-operazione condotta dalla Dda di Milano che ha scoperchiato le attività del clan catanese dei Laudani.

A fare la parte del leone di tutta l’impalcatura dell’inchiesta è però proprio il colosso tedesco della distribuzione discount, che vede non meno di 200 punti vendita in tutta Italia messi sotto osservazione. Lidl – precisano gli inquirenti – non è formalmente indagata, ma l’amministrazione giudiziaria imposta alle sedi territoriali ha come obiettivo quello di ripulire le attività del gruppo da infiltrazioni mafiose. Le quali, perciò, ci sono state a tutti gli effetti: nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato 15 persone in carcere, il Gip Giulio Fanales del Tribunale di Milano parla di uno “stabile asservimento di dirigenti Lidl Italia srl, preposti all’assegnazione degli appalti, onde ottenere l’assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza con grave nocumento per il patrimonio delle società appaltante”.

I dirigenti dell’azienda non avrebbero dunque solo agevolato le attività della criminalità organizzata ma, in tal modo, anche arrecato un danno alla stessa Lidl. La quale, tuttavia, negli ultimi tempi sembrava più impegnata ad occuparsi delle sanzioni disciplinari, alias licenziamenti, nei confronti due suoi dipendenti che, sia pur da buontemponi, il patrimonio sociale l’avevano invece tutelato. Ma si sa: da quando la lotta alla mafia ha perso appeal in favore di quella per i diritti civili, piccoli inconvenienti di questo tipo possono pure capitare.

Nicola Mattei

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