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Venezuela, Maduro e la guerra delle ONG: come nasce una protesta globale (e chi la finanzia)

by Sergio Filacchioni
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Maduro

Roma, 15 gen – L’operazione statunitense contro Caracas, culminata con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti, ha confermato quanto già emerso con chiarezza negli ultimi anni: l’idea di un mondo multipolare, capace di contenere o bilanciare l’azione americana, si infrange contro la realtà della forza. Washington continua a esercitare la propria egemonia in modo diretto, soprattutto nel proprio spazio strategico naturale, l’America Latina, dove la dottrina Monroe resta una realtà operativa più che un residuo storico.

Il rapimento di Maduro e la protesta globale

Accanto al piano militare e giudiziario, tuttavia, si è attivato immediatamente un secondo livello di conflitto: quello simbolico, comunicativo e “civile”. Nelle ore successive alla cattura di Maduro, mentre il presidente venezuelano veniva presentato davanti a una corte federale di New York, si sono registrate manifestazioni di protesta negli Stati Uniti e in altre capitali occidentali. Secondo le agenzie internazionali, Maduro si è definito “prigioniero di guerra” e ha parlato apertamente di “rapimento” da parte degli Stati Uniti, una formula che è stata immediatamente rilanciata nei circuiti mediatici e militanti. Questa definizione non è rimasta confinata all’aula di tribunale. È diventata rapidamente una cornice narrativa strutturata, rilanciata e amplificata da una rete di organizzazioni attive da anni sul fronte dell’anti-interventismo e della solidarietà internazionalista. Tra queste, un ruolo centrale è stato svolto dall’Alliance for Global Justice (AFGJ), organizzazione statunitense che opera come piattaforma di coordinamento e fiscal sponsor per campagne politiche e movimenti di area radicale.

Le proteste non sono mai spontanee

Sul proprio sito, AFGJ ha pubblicato e diffuso articoli che presentano l’operazione statunitense come un atto illegale di guerra, insistendo sulla figura di Maduro come “prigioniero politico” e “prigioniero di guerra”. Non si tratta di semplici commenti a caldo, ma della costruzione di un frame preciso, pensato per essere condiviso, ripreso e utilizzato come base per la mobilitazione. Parallelamente, è emerso l’appello a una serie di proteste coordinate a livello globale. Secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, una coalizione di gruppi legati a questo ambiente ha invitato a manifestare davanti ad ambasciate, basi militari, sedi istituzionali, università e luoghi di lavoro, in nome della “difesa della sovranità venezuelana” e del “diritto alla resistenza”. Il linguaggio utilizzato, i bersagli simbolici indicati e la rapidità della diffusione mostrano un modello di protesta già rodato, pensato per essere replicabile e scalabile in contesti diversi. Questo elemento è politicamente rilevante perché sposta l’attenzione dalla retorica della spontaneità alla realtà delle infrastrutture militanti. La protesta globale non nasce nel vuoto: si appoggia a organizzazioni con esperienza, contatti, capacità comunicative e risorse. Ed è qui che entra in gioco il tema dei finanziamenti.

L’ecosistema occidentale delle piazze

È documentato che l’Alliance for Global Justice abbia ricevuto nel 2020 un finanziamento di 250.000 dollari dalla Open Society Foundations, la rete filantropica fondata da George Soros. Secondo le informazioni disponibili, il grant era formalmente destinato a iniziative legate al “climate justice” e non esistono prove che fosse finalizzato specificamente alla mobilitazione sul Venezuela. Ma il punto politico non è la causale formale del finanziamento. Il punto è strutturale. Organizzazioni come AFGJ operano all’interno di un ecosistema occidentale fatto di fondazioni private, circuiti fiscali, ONG e media militanti che garantiscono continuità, visibilità e capacità di intervento rapido. Anche quando i fondi sono assegnati per obiettivi diversi, essi contribuiscono a mantenere in vita apparati che possono essere riattivati su dossier geopolitici differenti, con una coerenza ideologica di fondo. Il caso venezuelano mostra quindi un doppio paradosso. Da un lato, gli Stati Uniti dimostrano di poter agire unilateralmente, ignorando di fatto le retoriche sul multipolarismo e sulla fine dell’egemonia americana. Dall’altro, la reazione “anti-imperialista” che si manifesta nelle piazze occidentali è tutt’altro che estranea a dinamiche di potere interne all’Occidente stesso, e si muove attraverso reti che esistono e operano grazie a risorse, strutture e spazi garantiti proprio dal sistema che dichiarano di combattere.

Le proteste pro-Maduro non sono neutre

Per l’Europa e per l’Italia, il nodo non è schierarsi emotivamente né adottare letture moralistiche. Il nodo è comprendere che la partita aperta sul Venezuela non è solo militare o diplomatica, ma anche una guerra di narrazioni e dispositivi. In questo conflitto, la forza americana si impone con l’azione, mentre la contro-narrazione prende forma attraverso apparati transnazionali che parlano il linguaggio dei diritti e della resistenza, ma che funzionano secondo logiche tutt’altro che spontanee. La vicenda venezuelana, ancora una volta, smaschera un’illusione diffusa: il multipolarismo evocato nei commenti e nei talk show non esiste quando entra in collisione con la realtà della potenza. E la “società civile globale”, lungi dall’essere un soggetto neutro, è sempre più spesso una componente strutturata dello scontro, non il suo antidoto.

Sergio Filacchioni

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