Roma, 2 apr – Non solo diplomazia, ma confronto diretto su un conflitto che continua a essere letto in Italia attraverso schemi riduttivi. L’incontro con il console iraniano Ahmad Jafari, presso l’ambasciata della Repubblica Islamica a Roma, arriva in un momento in cui la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele entra in una fase più complessa, e offre l’occasione per riportare il discorso su un piano meno superficiale.
Abbiamo intervistato il console Jafari a Roma
Jafari ci descrive la situazione come una “quinta settimana di guerra contro l’imperialismo”. È una formula netta che riflette la posizione iraniana, e che si inserisce su un dato molto concreto: il conflitto non si è chiuso rapidamente, come spesso accade nelle operazioni statunitensi. “Credevano di farcela in pochi giorni”, osserva, “ma stiamo affrontando la più grande potenza del mondo”. Un passaggio che richiama quanto già emerso nelle nostre analisi delle scorse settimane, dove abbiamo sottolineato come l’Iran non sia un attore marginale o facilmente comprimibile, ma uno Stato con profondità storica e capacità di tenuta strutturale. Proprio questo punto è centrale: l’errore più ricorrente nel dibattito italiano è trattare l’Iran come un Paese fragile, assimilabile alle dinamiche delle cosiddette “primavere arabe”. In realtà, l’Iran è uno Stato-civiltà, con una continuità millenaria, una struttura di potere articolata e la capacità di assorbire le pressioni esterne senza dissolversi. L’idea di un collasso imminente, riproposta ciclicamente e auspicata dopo l’assassinio di Alì Khamenei, si è già dimostrata più volte una scommessa azzardata più che un’analisi fondata.
La guerra in Iran: né semplice né breve
Nel corso della conversazione, il console insiste su un elemento che confligge apertamente con la narrazione degli ultimi mesi: la guerra non sarebbe stata una scelta iraniana. “Non abbiamo mai voluto la guerra”, ripete, inserendo l’escalation dentro una dinamica più ampia. È una posizione che può essere discussa, e sui cui andrebbe chiamata in causa l’offensiva lanciata da Israele dopo il 7 ottobre con l’alibi della “sicurezza”: un intervento “perpetuo” che da Gaza si è allargato nei mesi al sud del Libano, al Golan, alla Cisgiordania per arrivare fino all’Iran. In fondo, il capitolo iraniano si colloca dentro un contesto che abbiamo già descritto ampiamente: quello di una lunga stagione di interventi nel Vicino Oriente presentati come stabilizzanti e che, nei fatti, hanno prodotto equilibri più fragili di quelli precedenti. Il caso libico, siriano ed afghano restano da monito: le intromissioni statunitensi hanno prodotto soltanto frammentazione, fondamentalismo e nuovi cicli di violenza.
Anche su questo punto, il confronto diretto aiuta a uscire da alcune semplificazioni. L’Iran continua a essere descritto in Europa come un attore teocratico di natura fondamentalista, mentre resta in secondo piano il ruolo che ha avuto nel contenimento del terrorismo jihadista nella regione, in particolare nei teatri iracheno e siriano. Un elemento che non esaurisce il giudizio sul Paese, ma che contribuisce a restituire una fotografia meno unilaterale. Se il piano militare resta incerto – come abbiamo sottolineato anche nelle analisi più recenti, dove emerge tutta la difficoltà statunitense nel gestire un conflitto asimmetrico e prolungato – è su un altro terreno che Teheran sta cercando di aprire un dialogo diretto e informale con l’Europa: quello del patrimonio culturale.
Il fronte dei beni culturali
Secondo quanto comunicato dall’ambasciata iraniana a Roma, oltre 130 siti storici e culturali avrebbero subito danni nel corso delle operazioni militari. Un dato che trova riscontro anche in ricostruzioni indipendenti e che riguarda aree di altissimo valore storico, tra cui complessi monumentali di epoca safavide e siti riconosciuti a livello internazionale. Non si tratta di elementi marginali, ma di luoghi che rappresentano una continuità storica millenaria. La questione ha una rilevanza che va oltre il conflitto in corso e richiama alla mente capitoli vergognosi della storia recente: dalla distruzione sistematica dei beni archeologici di Palmyra ad opera dell’Isis, alla deflagrazione dei Budda di Bamiyan da parte dei Talebani. La protezione dei beni culturali in tempo di guerra è uno dei principi su cui si è costruita l’architettura giuridica internazionale del secondo dopoguerra, a partire dalla Convenzione dell’Aia del 1954.
Per l’Europa – e per l’Italia in particolare – non è un tema astratto. Il patrimonio storico non è solo memoria, ma parte integrante dell’identità politica e culturale. È in questo contesto che si inserisce il passaggio più significativo della comunicazione iraniana: “Ci si aspetta che l’Italia, in quanto Paese di civiltà antica, assuma una posizione opportuna”. Un richiamo che non è solo diplomatico, ma culturale. Chiama in causa un elemento profondamente europeo: l’idea che la tutela del patrimonio non sia negoziabile e che non possa essere subordinata alle logiche del conflitto. Questo spostamento del discorso è tutt’altro che secondario. Come abbiamo spesso evidenziato nelle nostre analisi, il nodo centrale della crisi non riguarda solo l’equilibrio tra Stati Uniti, Israele e Iran, ma anche la posizione dell’Europa, spesso schiacciata dentro scelte definite altrove. Il tema dei beni culturali introduce invece un terreno su cui Paesi come l’Italia hanno una tradizione autonoma e una sensibilità difficilmente comprimibile.

Dall’incontro con Jafari emerge il bisogno di un’Europa protagonista
L’incontro con Jafari si colloca quindi dentro una dinamica più ampia. Da un lato, un conflitto che continua a essere segnato da una forte incertezza e da una evidente difficoltà occidentale nel controllarne gli sviluppi. Dall’altro, il tentativo iraniano di parlare all’Europa non solo in termini geopolitici, ma anche attraverso categorie che riguardano storia, identità e patrimonio. Non si tratta di adottare acriticamente una posizione, cosa che spesso accade rispetto alla narrazione sionista o ai paradigmi neocon, ma di riconoscere che la realtà è più complessa delle rappresentazioni immediate. E che, soprattutto su un terreno come quello culturale, l’Europa non può limitarsi a osservare senza interrogarsi sul proprio ruolo.
Sergio Filacchioni