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Iran, tra crisi interna e assedio esterno: smontare le scorciatoie interpretative

by Sergio Filacchioni
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Iran

Roma, 14 gen – Il dibattito italiano sull’Iran continua a muoversi lungo scorciatoie interpretative che impediscono di cogliere la natura reale della crisi in corso. A destra, l’Iran viene spesso evocato come strumento polemico interno, ridotto a pretesto per accusare la sinistra di doppi standard morali. Nell’area liberal e progressista, invece, la protesta viene letta come un movimento unitario “per i diritti”, proiettando sul Paese categorie occidentali che non tengono conto della sua struttura storica, sociale e geopolitica. Entrambe le narrazioni condividono un errore di fondo: trattare l’Iran come un paese arabo qualunque e come un sistema politicamente fragile, pronto a crollare sotto la pressione della piazza.

L’Iran non è un paese arabo

L’Iran non è parte del mondo arabo e non ne condivide né la struttura storica né la grammatica del potere né tantomeno l’identità religiosa. È una formazione statuale con continuità millenaria, uno stato-civiltà che ha conservato identità, élite e visione strategica anche attraverso rotture radicali come quella del 1979. In Medio Oriente solo tre attori possiedono una reale profondità politica e geopolitica: Iran, Turchia e Israele. Pensare che ciò che accade a Teheran possa essere letto con le stesse categorie delle “primavere arabe” significa non comprendere la natura del Paese con cui si ha a che fare. In un Paese-impero, le fratture sociali non producono automaticamente dinamiche costituenti, ma aprono fasi di instabilità prolungata e conflittuale. Le proteste esistono, sono estese e in alcuni casi violente, ma non configurano un blocco omogeneo né una rivolta unitaria contro la Repubblica Islamica in quanto tale. Il fattore centrale è economico. Da anni l’Iran vive una crisi strutturale aggravata dalle sanzioni, dall’isolamento internazionale, dalla cattiva gestione e dalla svalutazione cronica del rial. Il potere d’acquisto è crollato, i salari reali si sono erosi, il risparmio è stato distrutto. È questo il terreno materiale su cui nasce il conflitto, non una generica aspirazione liberal-democratica.

Il conflitto sociale nasce su basi economiche

Il dato politicamente più rilevante è il coinvolgimento dei bazari e del piccolo commercio urbano. Storicamente, il ceto mercantile iraniano è stato uno dei pilastri della Repubblica islamica e, prima ancora, della rivoluzione del 1979. Quando anche questo segmento sociale entra in sofferenza e protesta, la tensione assume una dimensione sistemica. Non si tratta di una rivolta delle élite occidentalizzate, ma di una crisi che attraversa settori centrali della società. All’interno di questo quadro, è altrettanto evidente e naturale che la protesta sia stata infiltrata e radicalizzata in alcune aree, in particolare nelle regioni periferiche e di confine, dove le minoranze etniche storicamente rappresentano un punto di vulnerabilità di ogni struttura imperiale. In queste zone il livello dello scontro si è alzato rapidamente, assumendo forme che vanno oltre la semplice mobilitazione civile. Le numerose vittime tra le forze di sicurezza indicano che non si è di fronte a un conflitto simbolico, ma a episodi di violenza organizzata. Ridurre tutto a manifestazioni pacifiche represse dal regime è una semplificazione che non regge all’analisi dei fatti. Esistono gruppi armati interni e reti sostenute dall’estero che operano in queste aree, ma non rappresentano la popolazione iraniana nel suo complesso e non hanno la capacità di incarnare il corpo persiano dello Stato. La loro funzione è destabilizzante, non costituente. In questo caso, il parallelo con Libia e Siria riguarda le modalità con cui potenze esterne cercano di sfruttare fratture reali per produrre effetti politici più ampi.

L’Iran non è il Venezuela

La narrazione liberal – sia di destra che di sinistra – che riduce le proteste a una battaglia unitaria “per i diritti” rimuove deliberatamente la dimensione economica e sociale, che resta invece il vero motore del malcontento. Allo stesso tempo, l’idea di un imminente collasso del sistema khomeinista sottovaluta la natura e la complessità dello Stato iraniano. L’Iran non è una dittatura personale né un regime fondato sull’uomo solo al comando, ma una macchina di potere articolata, attraversata da equilibri interni, pluralità di centri decisionali e una base ideologica strutturata che continua a garantire capacità di tenuta. Se domani cinque milioni di statunitensi scendessero in piazza contro inflazione, disuguaglianze e costo della vita, nessuno parlerebbe seriamente di un sistema federale americano prossimo al collasso. Con l’Iran, invece, ogni mobilitazione viene automaticamente letta come anticamera della dissoluzione. Questa forzatura ignora anche il dato demografico: un Paese da oltre 90 milioni di abitanti, con circa metà della popolazione sotto i 35 anni, colpita da disoccupazione, inflazione e aspettative frustrate. Una massa giovanile di queste dimensioni rappresenta un enorme potenziale di mobilitazione, ma anche di instabilità. Pensare che tale energia possa essere incanalata senza attriti verso un modello liberale e filoccidentale è un’illusione tipica delle letture esterne. Una crisi di questa portata, se spinta verso esiti di destabilizzazione radicale, difficilmente produrrebbe un ordine più gestibile; al contrario, rischierebbe di aprire scenari opachi e incontrollabili, soprattutto in un Paese centrale negli equilibri regionali.

Il fattore esterno non è secondario

A complicare ulteriormente il quadro – inutile negarlo – interviene la pressione esterna, che si innesta su una fase di forte tensione internazionale: i negoziati sul nucleare sono completamente bloccati, il clima con Washington è tornato apertamente ostile e le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha minacciato conseguenze in caso di repressione violenta delle proteste, pongono la leadership iraniana davanti a un dilemma strategico classico ma oggi particolarmente rischioso, cioè scegliere tra l’uso estensivo della forza, con il pericolo di un’escalation internazionale, o un contenimento repressivo che rischia di lasciare spazio all’espansione della mobilitazione interna; la recente operazione statunitense contro il Venezuela ha inoltre rafforzato a Teheran il timore di diventare il prossimo obiettivo di una strategia di pressione diretta. Sullo sfondo resta l’incognita israeliana, alimentata da tensioni regionali persistenti e da precedenti scontri militari che hanno rafforzato a Tel Aviv la percezione dell’attuale instabilità iraniana come una possibile finestra di opportunità, anche se un eventuale attacco, coordinato o meno con Washington, si inserirebbe in un contesto altamente volatile e comporterebbe un rischio elevato di destabilizzazione regionale senza offrire reali garanzie di successo strategico. Sia negli Stati Uniti sia in Israele, non c’è una chiara strategia per gestire le conseguenze di un indebolimento profondo o di un collasso dell’Iran. E finché non ce l’hanno loro, non saranno certo le ragazze che dal Canada si accendono la sigaretta con la foto dell’Ayatollah a risolvere la situazione.

Non cerchiamo fuori le coerenze degli altri

Insomma, l’idea che la crisi iraniana possa risolversi rapidamente in una transizione ordinata verso un modello liberal-democratico è poco realistica, se non del tutto infondata. Smontare le semplificazioni sull’Iran non vuol dire assecondare Teheran, né tantomeno negare l’esistenza di un conflitto interno. Significa rifiutare letture moralistiche e strumentali che contribuiscono a confondere le acque e a mediocrizzare il dibattito, proiettando sull’Iran categorie tutte occidentali e scollegate dalla sua struttura storica e sociale. L’Iran non può essere trattato come una piazza su cui misurare le coerenze ideologiche della sinistra (esercizio del tutto inutile del resto): è uno stato-civiltà attraversato da tensioni reali, economiche e geopolitiche, la cui evoluzione avrà conseguenze ben oltre i confini nazionali.

Sergio Filacchioni

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