Roma, 28 feb – L’operazione congiunta israelo-americana contro la Repubblica islamica dell’Iran segna un passaggio che va oltre la dimensione militare. Non si tratta semplicemente di un raid contro infrastrutture o programmi missilistici. Il segnale politico è più ampio: colpire il vertice del sistema, mettere pressione sull’architettura del potere, aprire una finestra – almeno nelle intenzioni – verso una possibile ristrutturazione interna.
L’Iran e l’illusione del collasso
Ma è proprio su questo aspetto che ricompare un errore ciclico. Infatti, ogni volta che l’Iran entra in una fase di tensione – sia per proteste interne sia per pressione esterna – parte il countdown sul “collasso imminente”. Il copione si ripete anche oggi, con i media impegnati a dare alibi all’ennesimo “attacco preventivo”: si colpisce in profondità, si parla di leadership nel mirino, si evoca la possibilità che settori dell’apparato possano disertare o ricalcolare le proprie lealtà. Ma l’Iran – come avevamo spiegato in una precedente analisi – non è uno Stato fragile né una costruzione personale che crolla con l’eliminazione di qualche figura apicale. L’Iran non può essere letto con le categorie delle primavere arabe: non è un Paese arabo, non è un sistema tribale frammentato, non è una dittatura personale senza stratificazioni. È uno Stato con continuità storica millenaria, una struttura imperiale adattata alla forma repubblicana islamica, una rete di centri di potere articolati.
Pasdaran, magistratura rivoluzionaria, fondazioni economiche, apparati paralleli, clero politico: la Repubblica islamica è una macchina complessa. Colpire un vertice non significa sciogliere la struttura. Anzi, storicamente la pressione esterna tende a ricompattare il blocco di potere. Chi oggi immagina una transizione rapida verso un Iran “più democratico” ripete l’errore già visto in altri scenari regionali. Le operazioni speciali di Washington e Tel Aviv hanno sempre portato ad escalation fuori controllo, con esiti che spesso non sono coincisi con gli scopi dichiarati.
La “guerra preventiva” di Washington e Tel Aviv
Israele e Stati Uniti ripropongono ancora una volta la formula dell’attacco preventivo. È una dottrina consolidata: neutralizzare in anticipo una minaccia percepita, estendere il concetto di autodifesa fino a includere operazioni profonde e coordinate con alleati. Il problema è politico prima ancora che giuridico. Se ogni minaccia potenziale diventa legittimazione all’intervento, la sicurezza si trasforma in guerra permanente. E quando l’obiettivo non è solo degradare capacità militari ma influire sulla leadership di uno Stato sovrano, si entra in un terreno ancora più instabile. Il punto non è chiedersi se tutto questo sia “giusto” o “sbagliato” – viviamo in un’epoca che ha lasciato da parte le buone intenzioni – ma chiedersi se questo tipo di ingerenze produca stabilità o generi cicli più lunghi di conflitto.
La risposta arriva dagli ultimi 25 anni di “Guerra al terrorismo”: dal 2001 tutti gli interventi militari nel Vicino Oriente hanno esautorato o abbattuto sistemi politici laici e nazional-repubblicani – che pur nei loro difetti reggevano l’urto fondamentalista islamico e sionista – per lasciare spazio ai Fratelli Mussulmani, Al-Qaida, Talebani.
Teheran risponde con la rappresaglia missilistica
La cronaca di queste ore conferma quanto il terreno sia già scivoloso. Teheran ha risposto con una massiccia rappresaglia missilistica contro obiettivi statunitensi nel Golfo – Qatar, Bahrein, Emirati, Kuwait – mentre Israele ha attivato lo stato di emergenza e predisposto il sistema di difesa aerea su scala nazionale. Gli Stati Uniti hanno parlato di operazione “più estesa di quella di giugno”, lasciando intendere che non si tratti di un’azione simbolica ma dell’avvio di una campagna strutturata. Il linguaggio utilizzato – distruzione dell’industria missilistica iraniana, neutralizzazione delle minacce esistenziali – suggerisce un obiettivo di lungo periodo.
Le dichiarazioni di Washington, che invitano il popolo iraniano a “prendere il controllo del proprio governo”, si inseriscono in una dimensione psicologica dell’operazione. Ma qui emerge un altro elemento di duro e puro realismo: un sistema di sicurezza stratificato, con decine di migliaia di uomini armati e un radicamento ideologico, non si dissolve perché un presidente straniero lo auspica. La lezione di Kyiv, in questo senso, è basilare: l’”operazione speciale” lanciata da Putin 4 anni fa non ha fatto altro che ricompattare l’esercito e rafforzare l’identità nazionale intorno alla leadership ucraina, e non ha ottenuto nessuno degli obiettivi dichiarati.
Attacco all’Iran: scenari realistici
Il rischi concreti di questa nuova escalation sono tre. Il primo è regionale. Colpire l’Iran significa coinvolgere inevitabilmente l’asse sciita e le reti di influenza che Teheran ha costruito in anni di proiezione strategica. Indebolite certo, ma pur sempre operative. E così ogni base americana nel Golfo diventa bersaglio potenziale. Ogni spazio aereo si chiude. Ogni rotta energetica entra in tensione. L’idea di una guerra “chirurgica” e circoscritta si scontra con la geografia. Il secondo è interno all’Iran. La pressione esterna riduce i margini di manovra a quei settori più pragmatici che nelle intenzioni di Washington dovrebbero subentrare nella Repubblica Islamica, rafforzando al contrario le componenti più rigide dell’apparato. L’ipotesi di una leadership “più dialogante”, selezionata a forza di bombe, è un desiderio più che uno scenario fondato. Il terzo, infine, è globale. Ogni crisi nel Golfo Persico impatta su mercati energetici, equilibri finanziari, catene logistiche. L’Europa – già fragile sul piano energetico – si ritrova esposta a un nuovo ciclo di instabilità senza aver costruito una propria postura autonoma.
Una nazione giovane e demograficamente potente
In sintesi: l’Iran non è un regime personale isolato che può essere sostituito come un governo provvisorio. È uno Stato con una propria profondità storica e una propria visione strategica. Pensare che possa essere riplasmato dall’esterno con operazioni di pressione militare significa sottovalutare la sua natura e sopravvalutare la capacità di controllo di chi interviene. Negli ultimi venticinque anni, ogni intervento presentato come operazione di stabilizzazione ha generato un ordine più instabile di quello precedente. Afghanistan, Iraq, Libia, Siria: sistemi politici abbattuti, vuoti di potere, conflitti protratti, radicalizzazioni e flussi migratori.
Inutile negare un altro dato: la crisi iraniana è reale. Le tensioni economiche sono profonde. Le fratture sociali esistono, così come esistono le fazioni etniche su cui le pressioni esterne fanno leva. Ma un conto è riconoscere una crisi, altro è immaginare che l’ingerenza militare la trasformi automaticamente in transizione ordinata e democratica, specialmente in una nazione giovane e demograficamente potente.
Il regime change è una scommessa non una certezza
Se l’operazione in corso punta davvero a ridisegnare l’equilibrio iraniano, allora ci troviamo davanti a una scommessa ad altissimo rischio. Se invece si tratta di una dimostrazione di forza destinata a ristabilire deterrenza, bisognerà vedere se la deterrenza regge dopo che il primo ciclo di ritorsioni ha già coinvolto mezza regione. In entrambi i casi, l’idea che l’Iran sia a un passo dal collasso appare più una proiezione occidentale che un’analisi strutturale. Riconoscere la complessità di questo scenario è il primo passo per non rimanere vittime, ancora una volta, dei sistemi di pensiero che hanno riprodotto fallimenti e catastrofi.
Sergio Filacchioni