Roma, 20 feb – Da giorni, una parte dell’area antagonista prova a riscrivere la morte di Quentin Deranque. Dinamo Press, Infoaut e Contre-attaque parlano di “imboscata fascista”, di un commando armato che avrebbe attaccato antifascisti disarmati, di un ragazzo morto a seguito di una rissa scatenata dalla destra. Una contro-inchiesta che punta a ribaltare completamente i fatti: da linciaggio a legittima difesa, da vittima a aggressore.
Il linciaggio di Quentin Deranque spacciata per “imboscata nera”
Il problema è che le risultanze ufficiali dell’inchiesta francese raccontano altro. Secondo quanto riportato da Le Monde, infatti, mercoledì 18 febbraio undici persone sono state ascoltate nell’ambito dell’indagine e sette sono state poste in stato di fermo con l’accusa di omicidio volontario. Il parquet di Lione – l’equivalente della Procura della Repubblica in Italia – parla chiaro: non una generica rissa tra fazioni, non una colluttazione simmetrica, ma responsabilità precise in relazione alla morte del giovane 23enne. Anche Le Point descrive una dinamica che smentisce la narrazione dell’“imboscata nera”. Le immagini trasmesse da TF1 – riprese da un balcone – mostrano un gruppo numericamente superiore che si accanisce su tre persone. Due riescono a divincolarsi, uno resta a terra. È Quentin. I colpi vengono inferti anche quando è già caduto. È da quei traumi cranici che deriverà la sua morte.
La contro-inchiesta non regge
La contro-versione insiste su un dettaglio: un presunto gruppo di estrema destra armato di spranghe e fumogeni che avrebbe organizzato un agguato. Ma se davvero ci trovassimo davanti a un attacco premeditato con armi proprie, perché oggi sono sette antifascisti a essere indagati per omicidio volontario? Perché la magistratura non parla di legittima difesa ma di responsabilità penali gravi? Si prova allora a spostare il terreno. Si parla di manipolazione mediatica, di video tagliati, di “media dei miliardari”. Si insinua che TF1 abbia mostrato solo una parte delle immagini per criminalizzare l’antifascismo. Ma la questione centrale non è quale clip sia andata in onda per prima. È che un giovane è stato colpito da un gruppo organizzato ed è morto quattro giorni dopo per le lesioni riportate.
La violenza come “risposta legittima”
Un altro argomento utilizzato è quello del presunto rifiuto di Quentin di recarsi subito in ospedale. Anche qui, il tentativo è chiaro: insinuare una corresponsabilità della vittima. Ma in diritto penale il nesso causale non si dissolve perché una persona, stordita e ferita, ritarda le cure. Se i colpi hanno prodotto traumi cranici fatali, la responsabilità resta di chi li ha inferti. La narrazione alternativa non si limita a contestare la dinamica. Introduce un principio politico: l’idea che la violenza sia una risposta legittima a una minaccia strutturale. Se l’avversario viene definito per essenza aggressore, allora ogni pestaggio può essere raccontato come reazione. È un salto pericoloso, perché trasforma lo scontro fisico in strumento politico normalizzato.
La stampa italiana nella macchina del fango
A questa operazione di rovesciamento dei fatti si è affiancata, in Italia, una prevedibile “macchina del fango”. Corriere della Sera, La Stampa e Repubblica – che per giorni hanno ignorato completamente l’aggressione mortale di Lione – hanno deciso di affrontarla concentrandosi più sul profilo politico di Quentin più che sulla dinamica del pestaggio. Titoli costruiti attorno alle sue “frequentazioni”, definizioni come “militante di ultradestra”, insistenze sulla tesi della “rissa organizzata” che hanno finito per spostare l’attenzione dalla responsabilità degli aggressori alla biografia della vittima. Uno schema che richiama stagioni già viste: l’appartenenza diventa la chiave per attenuare l’orrore della violenza subita. Il solito processo postumo che spiega e giustifica gli atti violenti dentro una cornice morale rassicurante.
I fatti di Lione non possono essere ribaltati dal soccorso rosso
Le grandi testate francesi non stanno parlando di una “imboscata fascista finita male”. Stanno interrogandosi su una strategia di conflittualità permanente che, anche all’interno della sinistra, comincia a sollevare dubbi. Anche Le Monde lo evidenzia: quando la radicalizzazione diventa metodo, il confine tra istituzioni e violenza si assottiglia fino a scomparire. La verità giudiziaria sarà stabilita dai tribunali. Ma oggi un dato è certo: Quentin Deranque è morto dopo essere stato colpito in strada. Sette militanti dell’area antifascista sono in stato di fermo per omicidio volontario. Tutto il resto – il ribaltamento semantico, la costruzione della contro-inchiesta, l’accusa di complotto mediatico – è parte del solito “soccorso rosso” che cerca di dare battaglia sulle narrazioni.
Sergio Filacchioni