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Turismo in Italia: l’overtourism sta cambiando le grandi città (e il conto lo pagano i residenti)

by Redazione
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A Napoli lo si capisce in pochi metri: tra i Decumani e Spaccanapoli il passo si fa lento, il rumore sale, i vicoli diventano un imbuto. A Roma basta affacciarsi su Fontana di Trevi o attraversare Monti a sera: la “dolce vita” sembra perfetta, ma per chi ci abita è spesso un equilibrio delicato tra folla, rumore, rifiuti e una città che, in alcuni momenti, appare più scenografia che quotidianità. Due realtà diversissime, un destino sempre più simile: il turismo cresce, e con lui cresce la necessità di governare i flussi.

Non è una crociata contro i visitatori. È una domanda politica e urbana: come si preserva l’equilibrio tra chi arriva e chi resta, tra indotto economico e qualità della vita?

Napoli: boom di presenze, servizi sotto pressione

A Napoli il turismo non è più “una promessa”: è una realtà che cambia i quartieri. Il centro storico, in particolare, è diventato un polo di attrazione stabile, con flussi intensi nei weekend e nei periodi di alta stagione.

Accanto al tema abitativo — con canoni e disponibilità che in alcune aree risentono della crescita dell’offerta extra-alberghiera — emerge anche una questione molto concreta: la mobilità quotidiana. In diverse fasce orarie le metropolitane di Napoli sono spesso molto piene e frequenze non sempre adeguate rendono più complesso muoversi con regolarità. È un punto che riguarda insieme turisti, studenti e lavoratori: quando i flussi aumentano, la rete di trasporto diventa uno snodo decisivo per garantire tempi certi e spostamenti più fluidi.

Una lettura che trova riscontro anche nella stampa locale: come riportato da Eroica Fenice, testata campana, negli ultimi anni sono aumentati gli approfondimenti sulle ricadute della turistificazione, soprattutto sul fronte abitativo.

Roma: capitale del turismo, capitale delle frizioni

Roma vive una crescita significativa dei flussi e dell’indotto. Il Comune rivendica la funzione di “volano” del settore e richiama la tassa di soggiorno come leva per reinvestire su servizi e interventi urbani.

Allo stesso tempo, nei quartieri più esposti — soprattutto nel centro storico — si discute di come gestire l’impatto sullo spazio pubblico e sul tessuto residenziale. Il tema della casa resta centrale: negli ultimi anni è cresciuta in modo marcato l’offerta extra-alberghiera e questo ha alimentato il dibattito su strumenti di regolazione più efficaci. In parallelo, anche aree simbolo come Fontana di Trevi sono diventate “casi” di gestione dei flussi, con proposte che puntano a tutelare sicurezza e decoro.

Provvedimenti nazionali: una direzione incoraggiante

In questo quadro, è un elemento positivo che le ultime iniziative del governo stiano rafforzando la cornice di regole e trasparenza per l’ospitalità, soprattutto nel segmento degli affitti brevi. Strumenti di identificazione più chiari, obblighi informativi e controlli più strutturati vanno nella direzione di un mercato più ordinato: non per limitare il turismo, ma per renderlo più sostenibile e più equilibrato, tutelando concorrenza corretta, sicurezza e legalità.

Altre città: cosa sta funzionando in Italia e all’estero

Il fenomeno non riguarda solo le due metropoli. Diverse città italiane ed europee hanno già sperimentato contromisure, spesso combinando più strumenti insieme.

In Italia

  • Venezia ha scelto la strada della gestione degli accessi nelle giornate più critiche e di regole più stringenti su gruppi organizzati e comportamenti in aree delicate: l’obiettivo è ridurre i picchi e riportare ordine nei punti più saturi.
  • Firenze ha lavorato sulla tutela del centro storico e del patrimonio, intervenendo su alcuni indicatori tipici della turistificazione (ad esempio la gestione degli accessi negli immobili) e rafforzando l’attenzione sugli affitti brevi nelle zone più sensibili.
  • In diverse località ad alta pressione — dalle Cinque Terre ad alcuni tratti di laghi e coste — da tempo si sperimentano modelli di prenotazione, contingentamento e riallocazione dei flussi verso percorsi alternativi, per distribuire meglio le presenze.

All’estero

  • Barcellona ha intrapreso una politica molto netta sul fronte dell’abitare, con una riduzione progressiva dello spazio degli appartamenti turistici, per riequilibrare il centro a favore dei residenti.
  • Amsterdam ha puntato su una combinazione di misure: limiti alla crescita ricettiva in alcune aree, regole più rigorose e interventi per disincentivare il turismo molesto, con l’obiettivo di migliorare la qualità dei flussi.
  • New York è diventata un caso-scuola per l’approccio regolatorio: registrazioni e controlli più severi sugli affitti brevi hanno ristretto l’offerta irregolare, con l’intento di riportare sul mercato residenziale una quota di alloggi.

La lezione comune è chiara: non esiste una bacchetta magica, ma funzionano gli interventi che mettono insieme tre elementi: regole chiare, controlli reali e alternative credibili (trasporti, itinerari, servizi) per distribuire i flussi invece di concentrarli sempre negli stessi metri quadrati.

Cosa si può fare (senza slogan)

Da queste esperienze emerge che non bastano misure “tampone”. Servono scelte strutturali, con tre priorità realistiche:

  1. Regole chiare sugli affitti brevi
    Limiti per zona, controlli, trasparenza sugli annunci, contrasto all’abusivismo.
  2. Gestione dei flussi nei punti-simbolo
    Percorsi, fasce orarie, contingentamenti mirati quando serve, alternative culturali fuori dai triangoli più saturi.
  3. Ritorno visibile delle entrate ai quartieri
    Più manutenzione, pulizia, trasporti e servizi nelle aree a maggiore pressione.

Conclusione

L’overtourism non è un destino inevitabile, ma un fenomeno governabile: i casi italiani ed esteri mostrano che, quando si interviene con una strategia chiara, i risultati arrivano. La chiave è tenere insieme tre elementi: regole trasparenti (soprattutto sull’ospitalità e sugli affitti brevi), controlli efficaci e investimenti sui servizi che rendono la città più funzionale per chi la vive e più accessibile per chi la visita. Se il turismo viene gestito come una risorsa di lungo periodo — e non come una corsa ai numeri — può continuare a generare lavoro e indotto senza compromettere vivibilità, identità e qualità dell’esperienza.

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