
Più ricchi del re Mida. E dire che ormai sono anni che si denuncia il copioso finanziamento pubblico di cui giovano i sindacati italiani ma la politica, come al solito, fa finta di nulla. Nel 2009 uscì, edito da Bompiani, un libro, “L’altra casta”, scritto da Stefano Livadiotti, giornalista de L’Espresso, li ha definiti “Una congrega sorda verso ogni forma di meritocrazia che ha finito per bloccare l’ascensore sociale, condannando i più deboli a restare tali”. “ Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali – continua Livadiotti – che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell’ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate”. Ma quali sono le loro fonti di guadagno?
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I tre maggiori sindacati italiani, che ricordano il Cerbero dantesco, che “con tre gole caninamente latra”, lucrano innanzitutto sulle quote associative: 30/40 euro l’anno per ogni associato. Per i pensionati ci pensa l’Inps a pagare: nel 2006, ad esempio, a Cgil, Cisl e Uil sono andati 200 milioni di euro .
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I Caf sono l’altra ingente fonte di guadagno sindacale. Per la compilazione dei redditi dei pensionati, l’Inps versa in media nelle casse dei sindacati 120 milioni l’anno. Mentre per i lavoratori attivi si parla di oltre 180 milioni di euro.
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Non possono mancare i patronati, che, da quando possono anche rinnovare il permesso di soggiorno per gli immigrati, incassano quasi 350 milioni di euro.
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Ai circa 20 mila dipendenti dei sindacati, si aggiungono circa 3 mila impiegati letteralmente prestati dallo Stato, il cui stipendio, manco a dirlo, è pagato con i soldi pubblici.
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Con una legge del 1977 sono stati attribuiti agli attuali sindacati, i patrimoni immobiliari dei sindacati fascisti, differenti per funzioni e natura giuridica. La Cgil dichiara circa 3 mila sedi in Italia, la Cisl 5 mila. Per questi locali non pagano un euro di Imu.

Perché cambino i nomi e tutto resti com’è, s’intende.
Roberto Guiscardo
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